Vincenzo Pappalettera.
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Il trani di Via Lambro.
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Romanzo dell'immigrato pugliese.
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1991. Editrice Mursia, Milano.
Collezione Sortilegi.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
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      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Presentazione.
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Un affettuoso ringraziamento a mia sorella Lina e ai miei amici d'infanzia Piero Ballarini e Tullio Curone che coi loro ricordi mi hanno aiutato a ricostruire Porta Venezia negli anni Trenta. Dichiaro doverosamente che fatti, nomi e personaggi sono immaginari e che pertanto qualsiasi riferimento a persone o a cose debba considerarsi casuale. Se tuttavia taluno ritenesse di ravvisarsi, per avventura, in questa o in quella persona del libro, attribuisca tale fatto al caso, o piuttosto alla capacit di verosimiglianza della fantasia.
L'AUTORE.
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1.
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PORTA VENEZIA NEL 1930.
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NEL 1930 mio zio Nicola era maneggione del trani di Via Lambro (angolo Piazza 8 Novembre e Via Paolo Frisi) di propriet di Compare Cagnola.
L'ampio locale, oggi trasformato in pizzeria, era sempre affollato di clientela vociante ed era talmente affumicato e maleodorante da indurmi a trattenere il respiro, ogni volta che entravo. C'erano carrettieri, spazzini, balordi, barboni, operai, artigiani, facchini, muratori e ortolani che nel loro tragitto verso e di ritorno dal Verziere, che allora si trovava in Corso 22 Marzo (dove ora c' Largo Marinai d'Italia), facevano tappa lasciando per un momento, si fa per dire, carretti e cavalli lungo i marciapiedi di Via Lambro per bere una grappa o un bicchiere di vino.
Ancora oggi, ogni volta che in auto percorro Viale Regina Giovanna, volgo lo sguardo a cercarne le vetrine, irresistibilmente, traffico o no permettendo, col rischio di provocare un tamponamento, sia perch mi ricorda gli zii e sia perch vi imparai molte cose, le prime, quelle che mi sono rimaste incise nel cuore e nella mente.
Mio zio Nicola riusciva a gestire il trani da solo, era instancabile, sempre in movimento senza un attimo di sosta. Serviva ai tavoli, incassava, ritirava misure e bicchieri vuoti, li lavava, forniva le carte con le lavagnette e il gesso, stava attento a tenersi a portata di mano i rifornimenti occorrenti trasportando su e gi dalla cantina le damigiane e le casse piene o vuote di vino, di birra, di gazzose con la pallina e dell'Acqua Giommi. Questo dalle cinque del mattino a mezzanotte, e quando chiudeva doveva pulire i tavoli e le panche, le pesantissime e rozze panche di legno per quattro persone che poi metteva sui tavoli, per strofinare il pavimento di mattonelle rosse con uno spazzolone che seminava avanti e indietro la segatura bagnata. Alla domenica il lavoro era doppio perch il trani era ancora pi affollato. Negli anni Trenta non esistevano n il giorno di chiusura settimanale n le ferie; il maneggione godeva di una sola vacanza all'anno, il giorno di Natale, quando era autorizzato dal padrone a chiudere alle ore quattordici, ma gli riusciva in realt pi tardi, dopo esasperanti discussioni con i barboni che non intendevano andarsene perch si sentivano in diritto, proprio quel sacro giorno, di godere i conforti del trani, i soli a loro disposizione.
Tutto questo lavoro pareva non gli pesasse: mio zio era molto soddisfatto del suo mestiere. Nelle masserie intorno a Trani, mi spieg mio padre, il lavoro dello zappatore a giornata era molto pi faticoso: quattordici ore di zappa oltre ai sei o sette chilometri a piedi con la zappa o con la vanga in spalla per andare e tornare dal centro abitato alla "padura", la terra.
Era stato Compare Cagnola a portare mio zio da Trani a Milano, scegliendolo tra mille giovani zappatori, tutti disposti a emigrare a Milano o alla Fiat o a Broccolino o a Boca1, dove poter trovare un lavoro fisso e meno duro o meglio retribuito, e chiss, forse anche la fortuna, come era gi capitato a pi di un tranese. Compare Cagnola era un esempio eccitante.
Mio zio Nicola arrivava s e no a un metro e sessanta, aveva la fronte amplificata da una pronunciata calvizie nonostante non avesse ancora compiuto ventotto anni. Gli occhi gli erano chiarissimi, grandi, acquosi e un poco esposti. Certo non era un fusto come mio padre, pi alto di venti centimetri, ma era mite e dolce d'aspetto e di carattere mentre mio padre era prestante e piuttosto grintoso.
Zio Nicola parlava poco, ma da una sola frase si poteva intuire che era appena arrivato da Trani e che era ansioso di apprendere il milanese ma riusciva soltanto a storpiarlo.
Lo zio mi utilizz come interprete, dovevo spiegargli il significato e correggergli la pronuncia delle parole difficili.
- Seriudde - mi chiamava, e io fingevo di non capire. - Sergio - si correggeva - mo' me spieghi che significa: "I cadregh desbirolaa".
- Zio  facile, sono le sedie sgangherate.
-  facile, dici, tutto  facile per te. "Le sgge" in italiano si dicono sedie e questo mi pare comprensibile, ma "cadregh" come nasce?
- Zio, a Milano le sedie si chiamano cos.
Quando si sent dire per la prima volta "damatr", che lui pronunci "dmatra", sospett che quel cliente lo volesse mandare a Trani e lui si allarm perch da Trani era appena arrivato per restarci. Tir un sospiro di sollievo e si apr a un ampio sorriso quando gli spiegai che voleva dire semplicemente dammi retta.
- Seriudde, scusa, Sergio, Compare Cazzaniga vuol mandare il vino nel "canaruzz". Che  il "canaruzz?" Il canale? La fogna di Milano?
- Zio, comincia a chiamarlo "Sciur" e non Compare. Mi pare pi che giusto che il suo vino lo mandi gi nel "canaruzz" che  la gola e non la fogna.
Il "minga", o meglio la storia del "minga" come lui diceva, gli dette parecchi problemi perch quando finalmente ne cap il significato non riusciva a impiegarlo correttamente, diceva per esempio:
- Lo bevete ancora un quartino o minga?
Al "minga" mio zio dette troppa importanza, si accaniva a ripeterlo, lo metteva in ogni frase, convinto che fosse una chiave indispensabile per apprendere il milanese, e che, superato quell'ostacolo, tutto sarebbe stato pi facile.
Un giorno s'imbatt nella frase "Ma ti te buscett". L per l non riuscii a trovare l'equivalente in italiano e cercai di spiegarglielo con un esempio per lui comprensibile. Fu un disastro.
- Zio, prendi una gazzosa, "schiscia la balta", schiaccia la pallina, sentirai "ciuff" e vedrai le bollicine. Ecco, "buscett"  cos.
Mio zio non cap.
- Seriudde, e che tieni sempre voglia di scherzare? Che c'entrano le gazzose? Voglio sapere che vuol dire "ma ti te buscett".
- C'entrano, zio, non sto scherzando, vuol dire che ti frizza il cervello, che di i numeri, che stai pazziando.
Mio zio reag con una lunga e incomprensibile filastrocca. Colto di sorpresa, rimasi a bocca aperta in attesa di una spiegazione.
- Sergio questo  tranese - afferm. - Che vuol dire?
-  arabo - risposi. - Il tranese lo capisco.
- Non  arabo - replic. - Ora te lo dico "chianochiano" e poi tu me lo ripeti e mi dici che significa. Ripet la filastrocca che mi suon incomprensibile come prima.
- Lo vedi? - mi fece. - Il tranese  difficile per te come il milanese lo  per me. Ho detto semplicemente: "Se ce ne dobbiamo andare andiamocene, se no restiamo".
Mai sono riuscito a ripetere correttamente questa frase in tranese, nonostante i ripetuti aiuti di mio padre, n saprei scriverla. Per fortuna di tranesi ce ne sono ovunque e quindi chi la vuol sentire pu farlo facilmente.

La clientela che pi mi  rimasta impressa sono i barboni. Li ricordo che alle cinque del mattino erano gi fuori ad aspettare l'apertura, dopo aver trascorso la notte sulle panchine di pietra dei Bastioni di Porta Venezia o alla Stazione Centrale che allora era in Piazza della Repubblica (che si chiamava, prima dell'ultima guerra, Piazzale Fiume).
Appena mio zio tirava su le saracinesche i barboni irrompevano nel locale. D'inverno protestavano perch la stufa era ancora spenta, aiutavano a ripulirla dalle ceneri, a introdurvi carta, legna e carbone, si disponevano intorno a scaldarsi le mani per qualche minuto, poi prendevano posto sulle lunghe panche, ordinavano il vino (mezzo litro di Squinzano o di San Ferdinando o di Manduria), lo pagavano subito com'era prescritto, estraendo dalle saccocce monetine da cinque, dieci o venti centesimi, frutto delle elemosine ricevute il giorno prima, mettevano sul tavolo le michette e i bastoni francesi, pane ancora caldo e odoroso comperato poco prima dai panettieri al lavoro da notte fonda, estraevano dagli involti contenenti tutti i loro averi, gli scartocci dei "sottobanchi", gli scarti dei salumi e dei formaggi, frutto della generosit dei salumieri di Porta Venezia.
Scartocciare i pacchetti era una cerimonia allegra, una continua eccitante sorpresa e i barboni la centellinavano estraendo un pezzo alla volta, con le dita che spesso non avevano visto il sapone da chiss quanto tempo: un inventario fiorito di commenti scopriva e soppesava ora una crosta di formaggio eccessivamente sottile, lo scarso zampone attaccato al grasso della pelle, ora la molto apprezzata prima fetta scura di prosciutto cotto o di salame, scartate dal rinomato salumiere di Corso Buenos Aires, la cui clientela esigeva sempre il taglio fresco.
S, era proprio la sorpresa ci che i barboni gustavano maggiormente, non sapevano cosa i salumieri avevano messo da parte in attesa del loro quotidiano passaggio, e ognuno trovava anche occhi per sbirciare cosa c'era nei pacchetti dei colleghi e orecchie per ascoltarne i commenti.
- "L' trasparent comm nu canciello spalancato!" - esclamava Crapapelada, con la crosta sugli occhi, mescolando milanese, italiano e pessimo napoletano col suo vocione catarroso.
- "Tuta pell!" - mugugnava Bruntula. - Accidenti a chi s' mangiato il salame. - Si faticava a capire Bruntula perch mugugnava sempre e soltanto dopo essersi riempita ben bene la bocca.
Durante quella cerimonia ciascun barbone si arricchiva di una primordiale indagine di mercato, perch tutti sapevano che Crapapelada si faceva i salumieri di Via Nino Bixio, Bruntula quelli di Via Tadino, e che Occhiodilince si era accaparrato il meglio: gli esercenti di Corso Buenos Aires.
l barboni dividevano i salumieri semplicemente in "stamegna" e generosi. Non conoscevano vie di mezzo ed erano del tutto disinteressati ad attribuire il contenuto dei pacchetti ad altri fattori.
I ritagli delle cotenne con attaccato un poco di prosciutto crudo facevano partire esclamazioni gioiose del fortunato che li trovava, perch era merce rara come una pepita nelle mani di un cercatore d'oro, tenuto conto che gli abitanti delle vie intorno a Corso Buenos Aires erano quasi tutti operai con la moglie casalinga, i quali, dopo la pastasciutta o il risotto o il minestrone, potevano al massimo permettersi di arricchire pranzo o cena con il gorgonzola o la mortadella detta "bologna": un etto per tutta la numerosa famiglia, sessanta centesimi di spesa supplementare, una somma rilevante per il bilancio di una famiglia che consisteva in seicento o settecento lire al mese. Questo spiega anche come nacque e come fosse aderente alla realt la celebre canzone Se potessi avere mille lire al mese...
I salumieri non chiudevano n per l'intervallo pomeridiano n prima delle ore venti, pranzavano e cenavano nel retrobottega in attesa degli immancabili ragazzini che divorato il primo piatto ottenevano dal padre tre nichelini coi quali correre ad acquistare l'ambito supplemento. E i tre nichelini estratti dal taschino del panciotto paterno, per essere destinati al gorgonzola o alla "bologna", significavano nel contempo che anche quel giorno i pap avevano rinunciato al supplemento di vino.

I barboni del trani di Via Lambro e la loro eccitazione nello scartocciare i pacchetti dei sottobanchi mi sono tornati alla mente un giorno alla Rotonda Lazzaroni di Saronno, quando inaspettatamente i miei nipoti rifiutarono l'offerta di una elegante confezione di biscotti pregiati preferendo il meno costoso pacchetto di biscotti rotti, scarti di lavorazione della vicina fabbrica. Anch'essi si divertivano a estrarre e a commentare ora un pezzo di wafer cremoso, ora un frammento di biscotto ricoperto di cioccolato, ora un pezzo di mandorlato con su la ciliegina. Esattamente la ripetizione di ci che avevo visto sessant'anni prima nel trani, a riprova che il gusto per la sorpresa  una componente costante della natura umana.
Evidentemente da questa constatazione nacquero, chiss quando, le uova pasquali con dentro la sorpresa, il concorso abbinato all'acquisto dell'Estratto Liebig e la raccolta delle figurine con l'irreperibile Feroce Saladino a caccia del quale, noi ragazzi di allora, eravamo capaci di rovinare economicamente le nostre famiglie (non era del resto difficile).
Tante cose sono cambiate negli ultimi sessant'anni ma il gusto per la sorpresa  trasmesso da una generazione all'altra: prova ne  il successo dei numerosi prodotti con dentro chissache, lanciati sul mercato in numero sempre maggiore dall'inventiva di abili specialisti di "sales promotion".

I barboni mangiavano e bevevano, masticavano tabacco e sputavano per terra l dove si trovavano, giocavano alla morra o alle carte, vociando, imprecando e litigando. Altri canticchiavano ritornelli di canzoni tristi della grande guerra alla quale molti avevano partecipato, incuranti di quelli che dormivano, la testa tra le braccia incrociate sul tavolo, russando (il che alimentava il caratteristico, inimitabile frastuono misto del trani dove lo zio Nicola era maneggione).

La morra non l'ho pi vista giocare. Era un gioco a due, da poveri. Bastavano le mani e la voce. Consisteva nel dichiarare ad alta voce un numero, da uno a nove, mentre, al posto del dieci, si esclamava: morra. Contemporaneamente alla voce i due, con le dita di una mano, componevano un numero la cui somma dava il vincente se corrispondeva a quella dichiarata. I giocatori buttavano l i numeri, con le dita e con la voce, velocemente, uno dopo l'altro. Una pausa, breve del resto, c'era ogni volta che un giocatore azzeccava il numero. Un punto a suo favore. Una gara basata sulla prontezza dei riflessi e sull'abilit psicologica di intuire quale numero avrebbe formato l'avversario e nel contempo quale numero avrebbe dichiarato. Rido ancora ricordando che il pi bravo alla morra era Occhiodilince, s, proprio il barbone che si faceva strada picchiando il bastone sull'asfalto davanti a lui, che si faceva accompagnare quando doveva attraversare la strada, ma che appena entrava nel trani si toglieva gli occhiali scuri e dal collo la targhetta con su scritto: "Cieco di guerra" e con questi semplici gesti riacquistava la vista.
Intorno alle nove molti barboni si rimettevano in strada, chi a chiedere l'elemosina, chi a raccattare i "mucc", le cicche, i mozziconi delle sigarette, e chi semplicemente a vagabondare fin quasi a mezzod, quando nella maggior parte si ritrovavano in fila per ottenere la scodella di minestra calda distribuita quotidianamente dai frati cappuccini di Via Kramer, e anche l, nell'attesa, ciacolavano, discutevano e litigavano, mentre i fanatici della morra riprendevano il gioco.

Nel trani non c'erano soste. I barboni uscivano ch'era gi l'ora d'arrivo dei balordi e degli artigiani: ladri, lenoni, calzolai, fabbri, e falegnami che si davano appuntamento col bianchino e col collega a raccontarsi le vicende di ogni giorno.
A met mattinata il trani era talmente maleodorante e affumicato che ad uscire nella nebbia milanese, per quanto fitta fosse, ci si vedeva benissimo e istintivamente si respirava a pieni polmoni provando una sensazione di benessere.
Era piacevole passeggiare in Via Lambro ora che l'avevano asfaltata sostituendo la sconnessa "rizzada", con al centro la carreggiata composta da due strisce di pietre grigie per favorire il passaggio dei carri, di un carro alla volta per il vero, fonte di liti tra carrettieri quando entrambi volevano che fosse l'altro a lasciare libero il passo. Adesso c'era l'asfalto, i carri potevano marciare senza scossoni, alla loro destra, e senza intralci n liti. Sui larghi marciapiedi si poteva camminare senza pericolo di essere investiti e c'erano persino i tombini a raccogliere l'acqua piovana che nel recente passato trasformava Via Lambro in un pantano, costringendo i pedoni a procedere a balzelloni per tentare di evitare le pozzanghere.
Via Lambro era sempre animata al massimo. C'era il "Gigi della castagnaccia" che urlava tutto il giorno la bont del suo prodotto e che lasciava il suo posto davanti al trani soltanto per brevi assenze: a mezzod, quando si recava in Via Pisacane dove gli era facile vendere in pochi minuti una teglia intera ai ragazzi che uscivano dalla scuola e avevano soldi, e quando occorreva rifornirsi di un'altra padellata calda calda. Le assenze pi prolungate avevano altre motivazioni. Gigi, il toscanaccio, come lo chiamavano anche nel trani, era giovane, alto, snello, un poco spaccone, "bauscia" come diciamo a Milano, quanto bastava per piacere alle ragazze e alle spose che stuzzicava tutte con la sua parlata facile. Gigi sapeva sempre che dire, come dirlo e quando, confezionava all'istante frasi lusinghiere, mucchietti di parole suadenti, favorito sui milanesi che di belle parole per le loro donne ne conoscevano decisamente poche.
Quando il toscanaccio aveva successo noi lo sapevamo perch pregava mio zio di tenergli per un'oretta grembiule, cavalletto e teglia nel retro:
- Mondo 'ane mi  'apitato tra 'apo e 'ollo un lavorino extra - diceva ammiccando.
Parecchie frecciate inseguivano il toscanaccio mentre usciva, e tutte vertevano sulla scherzosa accusa circa il suo massiccio contributo all'affollamento degli orfanotrofi milanesi.
Accanto a Gigi c'era Cuneo, come avevano soprannominato il venditore di caldarroste, che d'estate si trasformava da piemontese a siciliano per vendere gelati contenuti in un recipiente circondato da ghiaccio tritato, inserito nel medesimo triciclo ridipinto abilmente da lui stesso come carretto siciliano.
Con le spalle appoggiate al muro, seduti per terra uno accanto all'altro, lavoravano Carlo, l'impagliatore di sedie, e Tonio, l'ombrellaio di Massino Visconti, mentre Pasquale il "moletta" spingeva sui pedali del suo trabiccolo per far girare il pi velocemente possibile la mola che affilava forbici e coltelli, diffondendo scintille e fastidiosi stridori di metalli.
Entrando nei cortili si poteva incontrare Gianni il materassaio intento a scardassare la lana senza un attimo di respiro perch doveva ultimare il lavoro prima di sera sotto l'assiduo controllo della madre di famiglia, perch anche un etto di lana era prezioso.
In Via Lambro bazzicavano persino due cinesi, tra primi immigrati a Milano. Per il vero mi ci volle del tempo prima di capire che erano due e non uno solo, scommisi persino con Nanni e Renatino, miei inseparabili compagni d'infanzia. Scommisi e persi perch ai miei occhi, privi come sono sempre stati di memoria visiva, erano uguali: nell'altezza, nella magrezza, nell'espressione triste, nel modo di camminare lento, tenendo sull'avambraccio sinistro una ventina di cravatte. Uguali erano persino nei gusti visto che a entrambi piaceva la "gnaccia" e se non ne comperavano una fetta restavano l impalati e silenziosi a "usmala", e ci significava che quel giorno non avevano ancora venduto "neppule una clavatta, neppule pel lidotto plezzo di una lila", dopo un estenuante baratto incominciato da cinque. E Gigi, talvolta, donava loro "la giunta" (vale a dire la smussatura di una fetta) senza aver venduto loro niente, compiendo cos un gesto di solidariet tra immigrati da paesi vicini e tanto lontani.

Sui marciapiedi di Via Lambro le massaie andavano e venivano a passo svelto con i figli pi grandi per mano e il pi piccolo in braccio, si incrociavano, si salutavano e spesso facevano tappe per piacevoli chiacchierate.
Una discuteva con l'ombrellaio la convenienza o meno di riparare il vecchio ombrello, un'altra mostrava al "moletta" le sue forbici e i coltelli, discuteva il prezzo e solo se combinava li consegnava e poi assisteva alla rimessa in efficienza. Una terza discuteva col "sciostree" sul prezzo del carbone, un chilo e non di pi, si autorazionava quando ancora non c'era la guerra, perch in guerra col suo borsellino c'era da sempre.
Tutte avevano in mano una borsa per metterci la spesa, borsa che al marted diventavano due perch si recavano al mercato di Via Benedetto Marcello facendo bestemmiare Paolino, l'ortolano con la bottega accanto al trani, che poi trovava consolazione coi grappini e convinceva me e mio zio che al mercato le arance costavano forse meno, ma che al posto di un chilo ne davano forse nove etti s e no, che c'erano arance e arance e che al mercato una o due marce riuscivano sempre a rifilarle, mentre lui...
Lungo il breve percorso da casa mia al trani e viceversa mi capitava di afferrare al volo frasi di questo tipo:
- A te basta la paga?
- Io segno e al sabato "quand el me om el ciapa i dane mi paghi i debit e al luned de dane ghe nu pu".
- Ciao Maria, come  bello il tuo bambino. Come si chiama?
- Paolino come suo nonno.
- Quanti anni ha?
- Otto a febbraio.
- Ha trovato lavoro il tuo uomo?
- S, ma ha dovuto iscriversi al partito, "se no ciapa l" - diceva battendosi una mano sulla natica.
- Sei ancora incinta mi pare.
- E s, sar il quarto a novembre.
- Mia suocera  tremenda - diceva una sposina a un'altra.
- La mia guai. Peggio di cos non mi poteva capitare. Gente, come sono scarognata! - rispondeva l'altra. Poco pi in l due anziane signore dicevano:
- La mia nuora  tremenda.
- La mia guai. Peggio di cos non mi poteva capitare. Gente, come sono scarognata!
L'equilibrio tra suocere e nuore di Via Lambro, a distanza di cinque passi, si era gi perfettamente ristabilito.
- Arriva Caruso! - avvertiva l'ombrellaio indicando l'angolo di Via Melzo. E da Via Melzo si sentiva la voce sempre pi squillante dello straccivendolo.
- Strascee! Compero stracci, bottiglie, rottami. Strascee!
Ora Caruso lo si vedeva. Aveva girato l'angolo di Via Lambro e spingeva sui pedali del suo furgoncino gi carico mentre urlava la monotona ripetizione della sua frase: - Strascee! Compero stracci, bottiglie, rottami. Strascee!
Lo chiamavano Caruso anche se la sua voce era baritonale, mentre Caruso era tenore, ma in Via Lambro questa distinzione non la si faceva. Caruso era sinonimo di cantante.
Spesso prevaleva l'allegria. Una scenetta mi  rimasta impressa nei ricordi d'infanzia, piuttosto appannati, purtroppo.
- Cecchina! Stai mettendo assieme il pranzo? - diceva una signora a un'altra che stava raccogliendo la "pulina".
L'interpellata raddrizzava la schiena, lentamente, come le era consentito dagli acciacchi e dal peso eccessivo, si voltava verso il marciapiede dal quale le era pervenuta la domanda ed esclamava:
- Ah, te se ti, Giuana. Va' a la Baggina, va'!
- Scherzavo - rispondeva sorridendo la signora Giovanna. - Adesso ho capito perch i tuoi gerani sono i pi belli di Via Melzo.
La signora Cecchina riprendeva a raccogliere e a buttare nel secchio ci che i cavalli avevano appena depositato, sotto un fitto scambio di allegre frecciate cui partecipavano in molti, creando l'occasione per nuove conoscenze e nuove amicizie tra gli abitanti del quartiere.
Gli spazzini comunali anche quel giorno erano stati preceduti dagli amanti delle piante e dei fiori che facevano bella vista in tutti i cortili, su tutte le ringhiere, i balconi e le finestre.




2.
I BARBONI

I BARBONI, dal punto di vista di mio zio, erano i signori clienti, coloro i quali, bevendo vino e pagandolo in contanti gli procuravano di che vivere. Cos, lo stesso barbone sporco e pidocchioso che per le strade la gente evitava o trattava con disprezzo o compassione, agli occhi del maneggione di un trani era il signor cliente, portatore di denaro e come tale degno di rispetto.
- La gente facesse quello che volesse, ma qui minga - diceva mio zio. - Qui sono i benvenuti.
Cos imparai a capire che per via "di dane", "li ternoise", la stessa persona era vista, valutata e trattata da angoli di visuale molto diversi, i rudimenti dal vivo, nel trani, di una tematica cara a Pirandello.
Imparai anche che dovevo soffocare le mie curiosit, mai permettermi di porre domande ai signori clienti. Era invece doveroso rispondere loro esaurientemente.
A causa di questi principi dovetti soffocare il bisogno che cresceva in me a mano a mano che passavano i giorni. Non mi bastava pi curiosare gli aspetti esteriori dei barboni, volevo capire perch i barboni erano barboni. C'erano dei ritardati mentali, degli asociali e degli avanzi di galera e per queste ragioni il loro essere barboni mi appariva una collocazione naturale, ma per alcuni altri, proprio perch erano barboni nonostante non fossero n reduci dalle patrie galere n deficienti, trovavo misteriose le ragioni della loro emarginazione dalla societ. Chi erano stati e come mai s'erano ridotti a mendicare, a ubriacarsi, a tirare a campare senza una famiglia, senza una casa, senza un lavoro?
La mia prima enciclopedia, mio padre, che sapeva tutto di Garibaldi e di Matteotti (ma di Matteotti non dovevo mai parlare fuori di casa), che sapeva tutto della guerra e della prigionia per conoscenza diretta, che conosceva bene Milano e i mezzi pubblici, come la sua coscienza di tranviere gli imponeva, che sapeva tutto su Trani e sui tranesi perch a Trani era nato e vissuto fino a vent'anni, nulla sapeva dei barboni e per questo mi apparve per la prima volta un'enciclopedia con dei buchi. Non solo, ma era disinteressato a colmarli: per lui i barboni erano barboni, e basta. Aveva ben altri problemi di cui occuparsi. Anche a me doveva bastare, secondo lui.
Mio padre era convinto che nel trani nulla c'era di utile da imparare e che quindi bastava una visita di cortesia allo zio di tanto in tanto. Ripeteva all'infinito che dovevo orientare i miei interessi sui libri di scuola e, se mi avanzava tempo, dovevo leggere la storia di Garibaldi su uno dei pochi libri che c'erano in casa e imprimermela ben bene nella mente e nel cuore. Garibaldi mi affascinava, ma ero anche attratto dal misterioso passato di ciascun barbone. Mi pareva che ognuno fosse meglio di un libro giallo perch ogni barbone rappresentava una storia vera.

Giorno dopo giorno imparai a distinguere un barbone dall'altro attraverso il loro comportamento, i loro discorsi e le loro dispute. Tra i tanti ne scelsi cinque o sei, i pi interessanti e misteriosi sui quali indagare.
Quasi tutti i barboni avevano fatto la guerra. Alcuni ne portavano i segni. Il signor Cazzaniga fu il barbone pi facile da decifrare. Era il solo al quale nessuno aveva affibbiato un soprannome, il solo che chiamavano signore e col suo cognome in segno del rispetto che meritava. Aveva incisa nella nuca, dietro l'orecchio destro, una piastra d'argento che mi faceva impressione a guardarla, ma i miei occhi ne erano attratti. Distoglievo lo sguardo ma dopo un poco ci ricadevo.
Il signor Cazzaniga era un grande invalido di guerra con molte buone ragioni da affogare nel vino. Una dolorosa ferita che gli provocava forti dolori al capo e l'insonnia, entrambi incurabili. Come se ci non fosse bastato, a guerra finita, mentre era ancora degente all'ospedale militare di Verona, sua moglie era morta a Milano, una delle tante vittime della cosiddetta "spagnola", la micidiale epidemia.
Il signor Cazzaniga, dopo la guerra non fu pi in grado di svolgere il suo lavoro di linotipista, non sopportava la solitudine e cerc compagnia nelle strade e nelle osterie, impar a bere pi vino di quanto ne potesse reggere, e ne reggeva davvero poco. Nelle osterie e nelle strade, di sera e di notte, i soli sempre presenti e disponibili erano i barboni. Divennero i suoi compagni, finch, forse inconsapevolmente, lui stesso si trov barbone e con i suoi nuovi compagni dissipava la sua pensione in un paio di giorni, in una breve ricorrente festa collettiva che lui chiamava: "Fin che ghe n viva el Re". Finita la pensione funzionava la solidariet: chi un panino e chi un quartino, al signor Cazzaniga non lo negava nessuno, salvo Occhiodilince che tutti consideravano un gran figlio di puttana, assiduo partecipante alle feste collettive finite le quali svicolava.
Mio zio faceva credito al signor Cazzaniga, il solo che nel trani godeva di questo privilegio severamente proibito da Compare Cagnola che nel trani aveva affisso un cartello permanente ormai logoro con su scritto: "Oggi non si fa credito, domani s".

Nel giugno del 1930 avevo superato la quinta elementare. Nessun compito per le vacanze e quindi tutta l'estate a disposizione. I miei mi credevano a giocare al pallone al "Camp del lavatoi" cos chiamato perch era un grande prato dove c'era un lavatoio, protetto da un porticato, sempre affollata dalle donne del quartiere che l lavavano i loro panni. "El camp del lavatoi" era facile da raggiungere per noi ragazzi di Via Sirtori perch si trovava in Piazza Novelli, allora estrema periferia di Milano dove non avevano ancora costruito case.
A dare calci al pallone ci andavo effettivamente, ma con scarso successo: miravo la porta, segnata da due sassi e il pallone svirgolava fino alla zona donne che lavavano a pi di dieci metri di distanza. Questo la diceva lunga sul mio futuro: perci, inconsciamente, trascurai il pallone e dirottai sempre pi spesso nel trani dove non occorreva essere atleti e quindi, con le donne, non c'erano controindicazioni.
Ero sempre tra i piedi di mio zio e gli proposi pi volte di aiutarlo finch un giorno, dopo tanto insistere, mi disse:
- Se proprio vuoi faticare gira i tavoli e ritira tutti i vuoti.
Ebbene, ubbidii all'ordine e i vuoti li ritirai proprio tutti: i bicchieri, i quartini e i mezzi litri, sollevando un coro di proteste, risate e commenti, perch, mi spieg mio zio con la sua consueta dolcezza, le misure vuote erano tutte da ritirare, ma non tutti i bicchieri vuoti perch, se nella misura c'era ancora vino, il bicchiere era da lasciare al suo posto.
Ci rimasi male e quella fu la prima "gaffe" della mia vita, o almeno la prima nei miei ricordi. Mio zio rimedi all'errore con altri bicchieri, Sputasentenze mi trattenne per un braccio e agitando bonariamente l'indice mi disse:
- Gli ordini, prima di eseguirli, vanno capiti e ragionati, non eseguiti alla lettera.
- Disobbediti... se non ti piacciono - intervenne Occhiodilince con una risata ironica.
I barboni che lo sentirono scoppiarono in una fragorosa risata. Quella rara volta, grazie alla disobbedienza, furono d'accordo con Occhiodilince.
- Io ho disobbedito perfino al mio tenente - si vant Bruntula. - Quando un giorno al fronte mi ordin di sparare al sergente che non voleva portarci all'assalto. Sarebbe stato un massacro inutile. Era umano il sergente, non una bestia.
- Come il tuo tenente - provoc Crapapelada.
- Come quell'assassino del mio tenente - conferm Bruntula. - E io disobbedii. Disobbedii porca vacca! - sottoline con ostentato orgoglio. - Disobbedii nonostante la minaccia di deferirmi alla Corte Marziale - concluse battendo un pugno sul tavolo che fece ballare il vino nei bicchieri e nelle misure.
- Hai fatto bene - asser Sputasentenze dopo averci pensato. -  giusto disobbedire agli ordini insensati.
Io rimasi sconcertato. Erano discorsi troppo diversi rispetto a quelli che mi facevano a scuola e tra i balilla, basati sempre e solo su una obbedienza cieca, pronta e assoluta. Credere! Obbedire! Combattere! A noi! Eja! Eja! Eja! Alal!
Mi ricordai che c'era qualcosa sul libro di testo a proposito del tema "obbedienza" e che il maestro Remotti ci aveva interrogati su questo. Lo cercai sollevando un putiferio in casa. I miei, ignari del mio problema, rimasero di stucco: Sergio, che leggeva il libro di scuola durante le vacanze, era un avvenimento davvero sorprendente.
Sfogliai il libro, trovai ci che mi interessava e lo rilessi: diceva esattamente:

OBBEDITE PERCHE' DOVETE OBBEDIRE.

"Se l'otturatore del moschetto non scatta, il moschetto  inservibile. Se la punta della baionetta non buca, ma si piega, la baionetta non  d'acciaio, bens di latta: una baionetta da burla.
"Un fanciullo, che non eseguisce prontamente gli ordini,  come un moschetto il cui otturatore s'inceppa.
"Un fanciullo che, pur non rifiutando di obbedire, chiede: "Perch?"  come una baionetta di latta.  proprio la baionetta di latta che si attorciglia a punto interrogativo, quando trova resistenza.
"Un moschetto, una baionetta di latta, un fanciullo che non obbedisce, sono la stessa cosa, o meglio sono tre inutili cose.
" vero: se non ci fossero i "perch?", non ci sarebbero fanciulli. I fanciulli, infatti, vogliono vedere le cose che vedono i grandi. Ma, essendo piccoli, non arrivano a tutto. Si drizzano sulla punta dei piedi con la curiosit. Chi vorrebbe negare ai fanciulli il diritto di sapere com' fatto questo mondo?
"Chi vorrebbe proibire l'uso di quei trampoli che sono i "perch?".
"Fra tutti gli innumerevoli "perch", ce n' uno che sembra fatto con le corna del diavolo.  l'unico "perch", che non bisogna mai chiedere.
"Quando un fanciullo dice a chi gli ordina di fare una cosa: "Perch debbo farla?"  simile ad un moschetto arrugginito o a una sciabola di latta."

Ci rimasi male per me e per i barboni. Loro erano dei sovversivi, evidentemente, ma anch'io ero su una brutta strada coi miei cento perch. Eppure mi pareva pi sensato ci che diceva Sputasentenze che non ci che stava scritto sul libro di scuola. Mi pareva giusto anche porre delle domande, quando non capivo.

L'episodio del tenente che aveva ordinato a Bruntula di sparare al sergente, vero o no che fosse, mi torn in mente e mi apparve in tutto il suo spessore quando fui deportato a Mauthausen, dove SS e Kap obbedivano sempre a tutti gli ordini, insensati e disumani, come torturare senza motivo, uccidere noi partigiani perch eravamo loro nemici, ma anche semplici ostaggi, anche donne, vecchi e bambini senza colpa, soltanto perch erano ebrei o zingari.
Ricordai ancora Sputasentenze e Bruntula seguendo il processo di Norimberga ai maggiori gerarchi nazisti, quando giustificarono i loro misfatti con l'obbedienza agli ordini superiori e poich sopra di loro c'era soltanto Hitler, lui, vale a dire uno soltanto sarebbe stato il responsabile della distruzione d'Europa, della fame e della miseria di intere popolazioni, dell'uccisione di cinquantacinque milioni di persone, compresi sei milioni di zingari e di ebrei: donne, vecchi e bambini.

Sputasentenze era un vecchio barbone sui cinquanta, s, lo posso ben dire: vecchio, perch ai miei occhi di ragazzo lo vedevo vecchio, e credo anche che allora, a cinquant'anni, vecchi lo si era davvero. Sputasentenze era alto e magro, aveva la fronte piena di profonde rughe trasversali e probabilmente rugosa era tutta la faccia, ma lo si poteva soltanto intuire, nascosta com'era da una barba ricciuta, grigia, folta e incolta. Faceva ridere a guardarlo con quel nasone che gli pisciava nella bocca ch'era sempre socchiusa quanto bastava per mostrare i pochi denti che gli erano rimasti, pi color nocciola che bianchi. Con ogni probabilit, se lo avesse visto Lombroso, lo avrebbe catalogato ottuso e deficiente, ma si sarebbe sbagliato, eccome! Quando Sputasentenze parlava, o pi precisamente quando fischiava le parole tra un dente e l'altro, richiamava l'attenzione di tutti, non solo dei barboni.
Sputasentenze era rispettato come uomo che tutto sapeva, come uomo leale del quale ci si poteva fidare, non certo come capo, perch i barboni erano allergici a dividere il loro collettivo in capi e gregari. Perfino Bruntula, che contestava tutto e tutti, al quale nulla andava mai bene, non replicava a Sputasentenze, anche se non poteva rinunciare a bofonchiare tra s e s qualcosa di incomprensibile.
Sputasentenze era ai miei occhi molto diverso dagli altri barboni. Mai interveniva nelle chiacchiere insulse, mai bestemmiava, pronunciava raramente delle massime, solo al momento giusto come conclusione chiarificante e illuminante sul significato di un avvenimento, di un comportamento, su un carattere. Beveva parecchio e quando beveva si trasformava da pacifico a litigioso, perfino violento e questo era il suo lato negativo, sconcertante. Ma perch beveva? Perch era diventato un barbone?
- Sputasentenze ha fatto tutte le scuole - mi disse un giorno mio zio dopo averlo sentito dire:
- Nella vita bisogna sempre cercare di vincere, mai di stravincere, perch stravincere equivale a perdere.
- Tutte le scuole? - chiesi incuriosito.
- Tutte - ribatt mio zio col tono pi duro che gli riusc per farmi capire che l'argomento era chiuso.
Quando mi present a un fornitore come nipote sveglio che "aveva fatto tutte le scuole", capii che per la sua generazione di zappatori tranesi, aver fatto tutte le scuole significava aver completato con profitto le elementari.
Probabilmente mio zio non sapeva neppure che scuole c'erano oltre la quinta elementare.
Il significato della massima di Sputasentenze: "Vincere sempre, stravincere mai perch equivale a perdere", me lo rigirai parecchio nel cervello senza venirne a capo. Allora mi pareva che non avesse senso: io cercavo sempre di vincere e di stravincere quando giocavo con i miei compagni, cos come speravo sempre in un bel sei a zero tra il Milan di Arcari III e l'Ambrosiana di Meazza2, ma a mano a mano che passarono gli anni e dovetti mettere in pratica quella massima, mi accorsi che era valida e mi ci attenni sempre, constatando che, se non lo avessi fatto, avrei s stravinto molte battaglie, ma avrei poi perso alcune guerre.

Il signor Cazzaniga non era il solo barbone che non chiedeva l'elemosina. Un altro era Ragiunatt, il solo barbone che portava la cravatta, o pi precisamente ci che era rimasto di una vecchia cravatta di seta a strisce blu su fondo grigio, che lui meccanicamente si metteva a posto cento volte al giorno, probabilmente un'antica abitudine mai persa, anche quando non aveva pi senso, perch una cravatta diritta e ben stretta nel collo della camicia non  che gli avrebbe migliorato l'aspetto miserevole. Ragiunatt era il solo barbone che tutte le settimane andava da Lucia a sbarbarsi, il solo che al mattino, lasciata la panca sui Bastioni Spagnoli, si fermava alla fontanella di Piazzale Oberdan, l all'angolo di Corso Venezia dove posteggiavano i "brumista", coi loro "brumm" e i loro cavalli in attesa di clienti, e si lavava mani e faccia con l'aiuto di una scheggia di "marsiglia" che conservava in tasca avvolto in un fazzoletto.
- "Tel chi el masa pioeucc!" - era il saluto dei "brumista". - Dormito bene?
- S, grazie, al tenero, ma "ti brumista" sei libero stamattina? - rimbeccava Ragiunatt riuscendo cos a cambiar discorso.
- Sempre quella?  vecchia pi di mio nonno - ci ridevano sopra i "brumista".
- S - diceva Ragiunatt. - Ma viva la libert  sempre di attualit.

Che Ragiunatt non chiedesse l'elemosina mi fu facile dedurlo, perch nel pomeriggio, quando tornava nel trani, si metteva nell'angolo pi appartato, svuotava le tasche dai "mucc", eliminava meticolosamente i bocchini d'oro, la carta e il tabacco bruciacchiato, e vendeva il suo trinciato misto a cinquanta centesimi il misurino, un contenitore di latta simile a quello usato da Cuneo per vender le caldarroste.
I suoi colleghi apprezzavano il suo tabacco, costava meno delle sigarette Nazionali, delle Giubek e delle Popolari, le pi a buon mercato, e aveva un pizzico di sapore esotico, cos almeno dicevano. Lo arrotolavano abilmente nelle cartine Job, quando le avevano, se no adoperavano i foglietti del calendario tanto che quello appeso nel trani, quando era il 15 luglio, segnava gi l'otto agosto.
Fu una massima di Sputasentenze e i commenti che ne seguirono a rivelarmi qualcosa sul passato di Ragiunatt e sul perch si fosse ridotto al barbonaggio.
- Quando un uomo guadagna molti soldi nel suo mestiere  portato a cercare il modo di perderli in un altro.
Nei trani dicevano che Ragiunatt era stato uno stimato commercialista che aveva condotto una vita agiata ma poi, un brutto giorno, s'era buttato in un affare che fin male nonostante avesse tutte le premesse positive. Una fabbrichetta di confezioni, mancarono le commesse, la concorrenza era spietata, c'erano le operaie da pagare: Ragiunatt perse la testa, divenne spericolato nella speranza di rimettere le cose in sesto. Fall, una bancarotta fraudolenta aggravata dall'emissione di assegni a vuoto. Ragiunatt era stato condannato e carcerato, aveva perso tutto e non poteva neppure rifarsi casa e lavoro perch i creditori gli sarebbero saltati addosso. Sua moglie era tornata a vivere coi ricchi genitori e quando lui usc da San Vittore non volle pi ricongiungersi.
Ragiunatt, dicevano, era lui il proprietario dell'appartamento dove viveva, ma questa era probabilmente un'esagerazione: io non lo potevo credere e non lo credette neppure mio padre, perch conoscevamo nessuno che fosse padrone di casa. Tutti, operai, esercenti e artigiani, pagavano l'affitto, molti di noi ai fratelli Ingegnoli che nel quartiere possedevano molte case, ma nessuno li aveva mai visti perch a riscuotere gli affitti ci veniva un loro incaricato, un rotondetto con la bocca scintillante di denti d'oro.

La massima di Sputasentenze, "Quando un uomo guadagna molti soldi nel suo mestiere cerca affannosamente il modo di perderli in un altro", unita all'esempio ammonitore di Ragiunatt, incisero certamente sul mio avvenire tanto da farmi sempre respingere affari pi o meno allettanti, estranei al mio lavoro. Non sapr mai se senza Ragiunatt mi sarei arricchito o sarei fallito.

C'era un particolare che mi incuriosiva: Ragiunatt, ogni giorno, rientrava nel trani con pressappoco lo stesso numero di "mucc". Per capire come ci fosse possibile lo seguimmo pi volte, Nanni, Renatino e io, constatando che Ragiunatt seguiva un percorso prefissato: Via Lambro, il breve tratto a destra di Via Sirtori per imboccare Via Paolo Mascagni, il marciapiede del Teatro Kursaal Diana, Viale Piave, Piazzale Tricolore, poi Corso Monforte, San Babila, Corso Venezia e Piazzale Oberdan fino all'angolo del Teatro Diana. Qui staccava e mentre durante l'itinerario destinato al lavoro non alzava mai gli occhi, concentrandosi totalmente nella ricerca, voltato l'angolo di Via Paolo Mascagni si comportava come se fosse suonata la sirena di una fabbrica, alzava la testa, si sistemava la cravatta, si guardava intorno e procedeva impettito fino al trani, la sua casa.
Discutemmo a lungo sul fatto, per noi ragazzi sorprendente, che ogni giorno, lungo il medesimo percorso, Ragiunatt raccoglieva pressappoco il medesimo quantitativo di tabacco, come se ci fosse stato tra sconosciuti l'accordo di gettare ogni giorno un preciso numero di "mucc" per consentire a Ragiunatt di vivacchiare come raccoglitore di cicche, evitandogli l'umiliazione di stendere la mano per ottenere elemosine.
Ma un mattino, quando seguirlo ancora ci pareva inutile perch credevamo di sapere tutto di Ragiunatt, avemmo una grossa sorpresa: davanti al Diana Ragiunatt non abbass la testa in cerca di "mucc", attravers, imbocc Corso Venezia e di buon passo, a testa alta, sistemando con le due mani la cravatta a ogni passo, si fece tutto il Corso Vittorio Emanuele, i Portici di Piazza Duomo, Via Mercanti, Piazza Cordusio, Via Meravigli e Corso Magenta, dove, quasi alla fine, entr in un portone e vi rest parecchio, affacciandosi di tanto in tanto, creandoci una certa suspense, finch dal Convitto del Sacro Cuore uscirono delle ragazze. Ragiunatt si limit a guardarle, poi, quando tutte se ne furono andate, parecchie in automobile con "chauffeur", s'incammin lentamente, stancamente, piangendo, fino al trani dove prese una solenne sbronza.

Quel gran figlio di puttana di Occhiodilince era soprannominato anche "l'Imboscato" perch, chiss come, era riuscito a non fare la guerra e ora proprio lui, a dodici anni di distanza, la sfruttava con quel cartello appeso al collo che destando compassione gli fruttava cospicue elemosine, almeno il doppio di quanto ottenevano i suoi colleghi barboni.
Occhiodilince era furbo, svelto, scaltro all'eccesso. Alla morra e alle carte vinceva sempre. Chiss come a scopa il settebello ce l'aveva sempre lui, cos come a briscola gli toccavano sempre gli assi. Forse barava, ma, per quanto ricordo, nessuno lo aveva mai pescato sul fatto. Baro o no, vinceva sempre e il vino lo pagavano i perdenti.
Occhiodilince era proprio il contrario di Sputasentenze. Anche lui giocava a carte ma non per vincere, nonostante fosse molto bravo. A lui di vincere non gliene importava e lasciava che vincessero Bruntula o Piemunt o Manidifata o Sciur Cazzaniga, i quali invece ci tenevano ed erano contenti per tutto il giorno quando vincevano, e a lui piaceva dar loro questa soddisfazione. Pagava, pur essendo sempre squattrinato. Ne fui sicuro e meravigliato un giorno che poteva far sette e tre dieci con un bel re d'oro prendendo il settebello che era in tavola, ma lui ball il due e Piemunt, raggiante come mai, prese il due e il settebello con una donna. Cos era fatto Sputasentenze. Come non volergli bene?
Oltretutto Occhiodilince era "stamegna" e molti dicevano che accumulava soldi e che da qualche parte si teneva nascosto un bel pacchetto di bigliettoni da mille.
Un giorno disse a Piemunt:
- Vai in Piazza Risorgimento, prendi Via Pisacane, te la fai tutta e in fondo ti trovi sulla piazza dove c' la statua di San Francesco d'Assisi. Vai davanti, osserva le sue mani, vedrai che la destra ha tre dita aperte, la sinistra tutte e cinque. Sai che significa?
- Che significa? - chiese Piemunt.
- Gi, tu non sei milanese. Significa che ogni tre che lavorano ce ne sono altri cinque che ci mangiano sopra e io mica sono fesso. Sto con gli altri cinque.
- "Mchela!" di dire scemate - intervenne Bruntula. - Tu eri imboscato in tempo di guerra e sei un disgraziato in tempo di pace.
Litigarono, volarono minacce e bestemmie a non finire, ma le affermazioni di Occhiodilince mi avevano provato, ma forse non ce n'era bisogno, che costui era un barbone diverso dagli altri. Quasi tutti consideravano l'essere barbone come la prova del loro fallimento, Occhiodilince no, considerava l'essere barbone la prova del suo successo, la realizzazione delle sue aspirazioni. Gli era riuscito di trovare il modo di non timbrare il cartellino, di non pagare un affitto, di essere del tutto sconosciuto agli uffici delle tasse, di non dover mantenere nessuno, non un padrone di casa, non un datore di lavoro, non lo stato, ma neppure una moglie che considerava una fabbrica di mocciosi affamati e queste erano per lui le prove del suo successo.
- Non mi hanno incastrato! - esclamava soddisfatto in ogni occasione.
Occhiodilince vinceva alle carte o alla morra e ordinava trionfante il suo vino preferito:
- Nicola, Nic, Sergino, "porta chi", porta qui mezzo litro di Manduria e due bicchieri. Paga Mons Piemunt oggi. - Poi sottovoce aggiungeva: "Terun!" - e ghignava soddisfatto cercando, con scarso successo, di coinvolgere i vicini.
Un giorno Occhiodilince, dopo aver dato sottovoce come sempre del "Terun" a mio zio, aggiunse con un tono pi che sufficiente per farsi sentire da tutti:
- Ah, se Garibaldi fosse sbarcato a Lugano anzich a Marsala, che altra Italia avremmo oggi!
- "Propi ti" - intervenne aspramente Sciur Cazzaniga. - "Bruta bestia, propi ti". Avremmo una Italia nella quale i falsi ciechi di guerra li mettevano in galera!
La reazione inaspettata di Sciur Cazzaniga colse Occhiodilince di sorpresa, reag bestemmiando, non sapendo che dire, se ne and ma non parl mai pi male di Garibaldi, insist invece col "Terun" perch per lui mio zio era uno che lavorava sodo e quindi lo considerava un asino, pagava le tasse e quindi era un cretino, oltre che terrone e per tutte queste ragioni non meritava rispetto.
Mio zio gli ordini li evadeva e quindi li capiva, le ingiurie chiss? Inutile cercare di scoprirlo osservandolo. Il suo volto non faceva una piega. Col tempo capii che le ingiurie le sentiva benissimo. Portava il mezzo litro nella misura di vetro bollato in rilievo come veritiero e con il segno orizzontale inciso sul collo a indicare l'esatta misura, e ogni volta Occhiodilince lo pescava in fallo:
- Nic, mi hai fatto il colletto? Io non lo porto, lo vedi? - cos dicendo si toccava il collo dove teneva un fazzoletto di seta che un tempo doveva esser stato chiaro o forse perfino bianco. Mio zio tornava alla botticella del Manduria e aggiungeva il vino mancante.



3.
COMPARE CAGNOLA

COMPARE Cagnola fu probabilmente il primo tranese ad aprire un negozio di vini a Milano e ci avvenne agli inizi del secolo. Incominci con un "trani", come subito fu chiamata l'osteria pugliese, e verso il 1930 ne possedeva una dozzina. Fu lui a diffondere i vini pugliesi a Milano togliendo una fetta di mercato al barbera. La sua notoriet divenne tale che a Milano dicevano: "Vado al tranicagnola" anche persone dirette verso osterie che non erano di Compare Cagnola e neppure tranesi.
Nel trani di Via Lambro Compare Cagnola veniva quasi tutti i giorni, salvo quando era in viaggio per comperare vini. Verificava e intascava gli incassi che mio zio aveva preparato arrotolando assieme nella carta da giornale cinquanta nichelini, le monete da venti centesimi, o cinquanta monetine da dieci o cinquanta di rame del valore di cinque centesimi.
Compare Cagnola registrava gli incassi con una matita copiativa marca Presbitero nel suo consunto blocknotes a quadretti tascabile che conteneva la contabilit dei dodici negozi, i conti bancari, gli indirizzi, gli impegni e gli appuntamenti. Prendeva nota dei rifornimenti occorrenti, controllava l'andamento, chiedeva insistenti spiegazioni quando gli incassi risultavano inferiori al giorno precedente, voleva sapere chi aveva disertato e possibilmente perch, sottolineando che un buon maneggione questo lo doveva sapere. Quando invece c'erano incrementi nulla diceva, sorrideva impercettibilmente e con gli indici si dava una grattatina nelle orecchie affollate da cespugli di peli lunghi e contorti, come se gli prudessero quando era soddisfatto. Impartiva ordini e raccomandazioni sottovoce in un tranese stretto tra i denti quasi a bocca chiusa, come se fossero segreti di stato, tanto che solo mio zio poteva capirlo prestando la massima attenzione.
Mi resi presto conto che i comportamenti di mio zio dipendevano dalle direttive che l'esperto Compare Cagnola impartiva ai suoi maneggioni alla cui libera iniziativa non lasciava alcuno spazio, tutto era frutto di una precisa politica valida per tutti i suoi trani.
Le raccomandazioni ricorrenti di Compare Cagnola erano che non si doveva far credito, come prescriveva il cartello che aveva appeso dietro il bancone, e il risultato lo si poteva vedere guardandogli le tasche rigonfie di denaro. Un'altra raccomandazione era che non si doveva dar da bere agli ubriachi, ma poi era difficile metterla in esecuzione perch l'ubriachezza non si poteva misurare come la temperatura e per questo avvenivano discussioni molto spesso divertenti, ma molte altre volte dovevo assistere a sgradevoli scenate tra mio zio e gli ubriachi perch pi uno lo era e pi asseriva di non esserlo.
La pi importante raccomandazione ricorrente era che di politica, nel trani, non si doveva assolutamente parlare. C'erano appesi numerosi cartelli con su scritto: "Vietato parlare di politica" e mio zio doveva tenere le orecchie bene aperte e stroncare sul nascere ogni accenno diretto o indiretto.
- Stattene accorto ai sovversivi! - era l'ammonimento quotidiano di Compare Cagnola. - Se mi chiudono il locale tu fai fagotto e a Trani te ne torni a zappare per tutto il resto della tua vita.
La colpa maggiore che Compare Cagnola faceva a mio zio era la mancanza di "mestiere" come lui chiamava la scaltrezza. Mio zio non aveva ancora imparato a fare il "colletto" senza farsi scoprire.
Doveva imparare a distrarre il cliente applicando la tattica del diversivo. Per fargli capire ci che intendeva gli raccont che grazie a essa un contrabbandiere era riuscito a esportare in Svizzera oltre cinquanta biciclette. Portava in canna un sacchetto, un giorno pieno di segatura, un altro giorno colmo di sabbia, un terzo di ghiaietto.
I doganieri setacciarono la segatura e la sabbia, ripetutamente, rovesciarono per terra il ghiaietto alla ricerca della merce contrabbandata che stava certamente nascosta, ma la merce era la bicicletta stessa, alla luce del sole, troppo vistosa per attrarre la loro diffidente e professionale attenzione, distratta e deviata appunto dal contenuto del sacchetto. Mio zio obiett sommessamente che manco Belzeb avrebbe trovato un diversivo capace di distrarre Occhiodilince, e Compare Cagnola, per niente impressionato, volle passare dalla teoria alla pratica annunciando che avrebbe evaso lui stesso il prossimo ordine di Occhiodilince.
Restammo parecchio col fiato sospeso quel mattino in attesa dell'ordine e quando finalmente arriv, Compare Cagnola mi fece l'occhiolino, riemp la misura alla botticella del Manduria, tenne ben saldo il collo della misura con la sua massiccia mano sinistra coprendo tutta la zona dove c'era il segno orizzontale e con la mano destra tenne i due bicchieri. Studi il percorso dalla botticella a Occhiodilince allungandolo quanto gli bast per piombargli alle spalle e quando ci fu, esclam all'improvviso:
- Di chi  quel bastone?
Occhiodilince alz il capo, con lo sguardo cerc prima il bastone poi chi gli aveva parlato e disse con tono seccato:
-  mio, perch?
- Tenetelo pi vicino, per favore, intesi?
- Perch, che fastidio vi d? - replic irosamente Occhiodilince.
Mentre Compare Cagnola diceva la sua frase versava il vino, "lu mmiere", come lui lo chiamava, e cos il controllo di Occhiodilince era stato evitato.
Mio zio impallid, abbass gli occhi per non incontrare quelli furbi e trionfanti di Compare Cagnola, orgoglioso per la lezione impartita a lui e a me. Io invece gli occhi li spalancai per la meraviglia. Compare Cagnola ce l'aveva fatta persino con quel demonio di Occhiodilince. Compare Cagnola era dunque pi furbo del pi furbo tra gli avventori del trani. La tattica del diversivo aveva funzionato a meraviglia. Compare Cagnola non aveva studiato strategia sui libri. Anche lui aveva fatto, forse s o forse no, "tutte le scuole" e la tattica l'aveva reinventata istintivamente quanto gli occorreva per applicarla nel suo mestiere.

Compare Cagnola rappresent il primo uomo di successo che mi era capitato di conoscere. Era un uomo molto energico, sicuro di s, aveva una straordinaria capacit di captare il nocciolo di ogni problema e ne scodellava la soluzione senza bisogno di pensarci su. Grazie a lui mi resi conto che c'erano persone capaci di semplificare al massimo problemi difficili, mentre la maggior parte delle persone complicava maledettamente i problemi facili.
Quel giorno mi aveva insegnato due cose: la prima che il maneggione si trovava tra due fuochi, l'utente che rifiutava il "colletto" e il padrone che lo voleva imporre. Nella mia vita professionale di intermediario di assicurazioni mi trovai moltissime volte tra due fuochi e mi misi sempre istintivamente dalla parte dell'utente, la parte pi debole, cosa che mi complic non poco la vita professionale, costellata da continue battaglie a favore dei clienti. Comunque, quando trasformai la mia attivit professionale in consulente degli utenti, la clientela se lo ricord e ne fui abbondantemente ripagato. La seconda cosa che quel giorno avevo imparato era conoscere e quindi difendermi dalle tattiche del diversivo, applicate non soltanto dagli strateghi militari, come fu per esempio lo sbarco alleato a Dieppe per mascherare quello progettato in Normandia, ma anche nella vita di ogni giorno, come quando si compera un'autovettura usata. Conobbi un venditore d'auto famoso perch sapeva dilungarsi su un difetto irrilevante, riuscendo a distrarre l'acquirente dal difetto consistente. Era un imbroglione abilissimo, scaltro e convincente, considerato onesto dagli acquirenti proprio perch credevano che mettesse in luce lui stesso il difetto dell'autovettura, ma non era cos e i commercianti che facevano riparare alla meglio e rimettevano in circolazione le auto fortemente sinistrate se lo contendevano a suon di milioni.
Con me Compare Cagnola era molto gentile e generoso. Cercava persino pretesti per darmi mance. Mi interrogava con domande insidiose, tese a scoprire cosa avevo dentro, e lui certo lo scopr prima di tutti. Aveva scaltrezza, "mestiere", spregiudicatezza, una marcia in pi rispetto agli altri, e questo era il segreto del suo successo. Un giorno mi fece l'esempio illuminante di un'automobile.
- Se con quattro ruote un'auto va a sessanta chilometri l'ora, prova a togliere una ruota, se la matematica non  un'opinione, con le altre tre dovrebbe andare a quarantacinque all'ora, a tre quarti della sua potenza e quindi a destinazione, sia pure un po' pi tardi, ci dovrebbe arrivare anche lei. Invece no, come sai, tu Sergio che fesso non sei, sta ferma.  la stessa differenza che c' tra noi uomini: o si va a sessanta all'ora o si sta fermi per tutta la vita. Capito?
Io lo capivo benissimo. Registravo tutto dentro di me. Quando Compare Cagnola ritenne di potersi fidare mi port con s in cantina a "preparare" i vini.
Nel trani, dietro al bancone, bene in vista, c'erano tre botticelle, ciascuna col suo spinotto per attingere il vino. Su ciascuna un cartello di latta indicava il nome del vino e i gradi, com'era prescritto e di tanto in tanto controllato dai vigili dell'Annonaria che prelevavano il vino riempiendo delle fialette che sigillavano davanti allo zio.
C'era lo Squinzano che aveva dodici gradi, il San Ferdinando che ne aveva tredici e il Manduria quattordici. I controlli confermarono sempre l'esattezza delle gradazioni e di contravvenzioni non ce ne furono mai, sennonch da Trani arrivava soltanto una qualit di vino pugliese di quattordici gradi e questo lo si vendeva per Manduria e forse lo era.
Compare Cagnola fabbricava lo Squinzano e il San Ferdinando, e questo lo otteneva "tagliando" il Manduria con del vino arrivato in damigiane da Broni.
Compare Cagnola cap che vederlo mescolare il Manduria con il vino venuto da Broni, "tagliarlo" come lui diceva, e poi venderlo per Squinzano e per San Ferdinando, mi aveva procurato un trauma e pur non accusato si giustific:
- Devi sapere che da noi non piove mai come avviene in Piemonte, in Toscana e nel Veneto e i nostri vigneti, col troppo sole, col vento caldo africano che ci porta perfino la sabbia del deserto, con poca o niente acqua sono aridi. Attraverso la terra asciutta e il sole cocente penetra troppo zucchero nell'uva e lo zucchero nell'uva si tramuta in alcol e quindi produciamo vino ad alta gradazione, quattordici, quindici gradi e anche di pi. Vino troppo duro per i palati, "imbriaca", e io lo ammorbidisco tagliandolo con vinello piemontese che a dieci gradi arriva s e no.
- Compare Cagnola - gli dissi, dato che fin da allora, evidentemente, non sapevo tenermi dentro niente - non  giusto vendere vino per Squinzano e per San Ferdinando vino che non  n Squinzano n...
- Certo, certo, Sergio, Sergino, Sergetto! - mi interruppe. - Non c' perfetto equilibrio nella natura. Nelle regioni del nord piove troppo spesso e quindi in molte annate i loro vini non raggiungono i dieci gradi prescritti dalla legge per poterli porre in vendita, n possono aggiungere zucchero perch anche questo  proibito dalla stessa sciagurata legge, quindi "tagliano" il loro vino col nostro. Capisci Sergino?
- Per capire capisco.
- I nostri vini sono conosciuti come vini da taglio nel nord Italia, in Toscana e in Francia. Dalla Puglia partono ogni anno grandi quantit di vini, capisci? Stavolta sono io a fare ci che hanno sempre fatto gli altri che vendono il loro vino tagliato col nostro. Capisci?
Non risposi. Da come Compare Cagnola aveva parlato, il "taglio" dei vini era una cosa normale: cos era il mondo dei grandi e io faticavo a capire soltanto perch grande non ero. Mi trovai confuso, imbranato, senza argomenti per controbattere, e in ogni caso ero andato gi troppo oltre, stavo mal ripagando la sua fiducia, ero stato imprudente. Tentai di rimediare dicendogli:
- Mio padre dice che voi avete il merito di "imparare" i milanesi a bere il vino pugliese.
Compare Cagnola sorrise, trasse un sospirone, necessario anche perch in cantina l'ossigeno era scarso a causa dell'intenso odore di vino e mi disse:
- Perammordiddio! Questo  il mio orgoglio. Riuscire a vendere direttamente il nostro vino ai consumatori.  proprio quello che sto facendo.
Poi mi chiese notizie di mio padre, mi incaric di salutarlo, di dirgli di farsi vedere, anche se sapeva che mio padre non era frequentatore di trani.
Rimasi parecchi giorni in apprensione nel timore che Compare Cagnola avesse perso la fiducia in me. Non fu cos, non disse mai niente a mio zio e in cantina mi port ancora e ancora mi parl del problema pugliese: riuscire a vendere il vino e l'olio direttamente ai consumatori.

Un giorno, Compare Cagnola, controllati e intascati gli incassi, disse a mio zio che aveva ottenuto la licenza per cucinare, che dar da mangiare avrebbe incrementato gli incassi, che cucinare era compito di una moglie e che pertanto doveva sposarsi.
- Non ha senso che continui a pagare la tassa sul celibato - concluse con una manata sulle spalle. - Nel prossimo viaggio a Trani "accatter lu mmiere" e ti trover moglie.
Compare Cagnola aveva deciso. Non attese risposta ma mio zio, stavolta, qualcosa da dire ce l'aveva. Chiam a raccolta tutto il coraggio che pot trovare e appena gli riusc di parlare disse, tra un sospirone e l'altro, che a Trani aveva visto una ragazza che gli piaceva. Si chiamava Antonietta e abitava in un "sottano"3 in fondo a Via Fra Diego Alvarez.
Compare Cagnola gli chiese se l'Antonietta sapeva cucinare, se era sana e solida, adatta a sopportare la nebbia di Milano e la vita del trani.
Mio zio rispose che credeva di s, ma che non lo sapeva di sicuro perch mai aveva osato rivolgere la parola all'Antonietta:
- Compare, come potevo? Non tenevo ancora la "posizzione".
Compare Cagnola interrog lo zio, lo incoraggi a parlargli dell'Antonietta e lo ascolt interessato e comprensivo, cos seppe che mio zio l'aveva spiata, guardata e riguardata, gli era piaciuta assai assai e credeva di essere ricambiato perch l'Antonietta non aveva distolto lo sguardo, ma anzi, una volta gli aveva sicuramente restituito un mezzo sorriso mandandolo in estasi. L'Antonietta descritta da mio zio era una morettina dalla pelle olivastra, piccola ma solida, coi capelli annodati con delle forcine in una "michetta" sulla nuca, gli occhi neri. Mio zio non sapeva altro e Compare Cagnola annot nome cognome e indirizzo sul suo capace block-notes. Concluse facendosi serio per dirgli:
- Mi riservo di controllare scrupolosamente se l'Antonietta che mi dici  ancora libera, da che famiglia viene e se  adatta - concluse con un'altra manata sulla spalla (cosa che non aveva mai fatto), forse per sottolineare che quel giorno il loro rapporto era entrata in una sfera quasi famigliare.
- "Stattene saut", stai tranquillo - disse andandosene. - L'Antonietta o un'altra la moglie te la porto.
- L'Antonietta - ribad mio zio.
Poich ci voleva una fotografia e mio zio non ce l'aveva, Compare Cagnola torn al mattino seguente e rimase in negozio il tempo necessario a mio zio per mettersi in "ghingheri", sbarbarsi da Lucio e andare poi dal fotografo.
Quando Compare Cagnola vide mio zio con il suo unico abito nero sgualcito, coi pantaloni che marcavano forte dove c'erano le ginocchia anche quando stava in piedi, che urlava il bisogno di un intenso incontro con spazzola e ferro da stiro e che anche dopo sarebbe stato pi adatto a un funerale di terza classe, fece una smorfia di disgusto, gli sostitu la cravatta con la sua, tutto ci che poteva sostituire quel giorno, e gli disse che l'abito da sposo sarebbe stato il suo regalo di nozze e che lo avrebbe confezionato il suo sarto, un grande sarto di Canosa ora a Milano, Compare Riccardo, con negozio in Via Lecco.
Da quel giorno mio zio, in attesa della "mugghiera", apparve molto cambiato, svagato e svanito. In trepidante attesa di notizie, non capiva gli ordini, portava vini sbagliati e si affacciava spesso fuori del negozio per spiare fino all'angolo di Via Sirtori l'arrivo di Compare Cagnola, cosa che non aveva mai fatto.

Finalmente Compare Cagnola part per Trani e dopo una settimana torn.
- Coline - disse appena dentro - sei "affortunato", tutto  filato liscio. Il matrimonio  gi combinato in ogni dettaglio e appena hai pronte le carte si fa.
- Antonietta!! - esclam mio zio con voce tremolante.
- No, non  l'Antonietta. Si chiama Caterina. Sua sorella Caterina - disse Compare Cagnola con noncuranza, come se si trattasse di un dettaglio trascurabile.
Mio zio rest impietrito, si oscur in viso, deciso a dire no. Compare Cagnola finse di non accorgersene e prosegu favorendogli dettagliate spiegazioni.
- Il tuo futuro suocero, Compare Rosario,  stato irremovibile. "Tiene raggione", di figlie ne ha tre e la sua  una famiglia seria. Seria veramente e legittimamente. L'ho potuto accertare.
Compare Cagnola prima di proseguire sospir a lungo. - Perammordiddio! - ripet due volte. - Tengo informazioni sicure. Coline, ascolta, "m te spiego".
Compare Cagnola si mise a sedere, si batt una mano su un ginocchio e attese che il suo maneggione potesse sederglisi accanto, dopo aver evaso le ordinazioni in corso, poi riprese:
- Compare Rosario  un padre imparziale. Nessuna preferenza per questa o quella figlia. Perammordiddio! Nonsiamai! Tocca alla maggiore maritarsi. Prima Caterina, poi Pasqualina, infine Antonietta.
Mio zio ascolt senza aprire bocca, ma un impercettibile cenno orizzontale del capo chiar a Compare Cagnola che non era d'accordo.
- Nicola, io ti capisco - disse prendendogli una mano. - Del resto - sbott - Caterina sa cucinare, lavare, stirare, cucire e rammendare accuratamente come Antonietta, e come Antonietta  sana e timorata di Dio. Nonsiamai! Perammordiddio! - Compare Cagnola detto questo riprese fiato e scrut le reazioni di mio zio che continuava ad accennare di no.
- Coline, Nicolino, che "t'aggi'a d?" Tre anni in pi  la sola differenza, oltre al nome. Nicola, Nicolino, venticinque anni e non ventidue.
- L'et non c'entra - riusc a precisare mio zio con voce tremolante.
- Perammordiddio! Compare Rosario  anche disponibile a prometterci Antonietta, ma in tal caso dovremmo attendere che si "inzurassero" Caterina e Pasqualina, ma siccome "inzurate" non sono, dovremmo aspettare. Nicolino, come si dice: campacavallo? Tu mi capisci? Vero Nicola? E io che faccio? Attendo anni ad aprire la cucina? Nonsiamai! Perammordiddio!
Mio zio scosse ancora la testa. Non ci stava. Per Antonietta stava mettendo in gioco la sua "posizzione". Rischiava di tornarsene a Trani a zappare per tutta la vita. Vers il grappino richiestogli dall'ortolano rovesciando un po' del costoso liquore. Compare Cagnola finse di non accorgersene. Disse, cambiando il tono della voce verso il duro, prima che mio zio trovasse le parole e la voce per dire la sua opinione certo negativa:
- Comunque mi sono impegnato.
Ci fu un buon minuto di silenzio. Mai un minuto mi parve cos lungo. Compare Cagnola segu la delusione del suo maneggione guardandolo negli occhi. Poi concluse:
- Ho garantito per te. Sar Compare d'anello. Ho assicurato Compare Rosario sul mio onore che sei "nu bravo giovine fadigatore", che "tieni una buona posizzione" e che quindi il pane alla sua Caterina non mancher mai.
Dopo un'altra lunga pausa carica di tensione mio zio s'era reso conto che non aveva alternative. Conosceva i costumi, le tradizioni della sua citt e quale era la sua posizione rispetto a Compare Cagnola che si era gi impegnato. Come poteva respingere la sua proposta? Cos, dopo un altro po' di silenzio rispettato dal Compare il suo capo si mosse impercettibilmente in direzione verticale, poi cerc di nascondere le lacrime, infine allarg le braccia in segno di resa.
- Io ti capisco e anche tu mi capisci - disse semplicemente Compare Cagnola - tra noi non occorrono tante parole.
- Grazie Don Cagnola, grazie, grazie - disse mio zio sinceramente commosso per l'onore di aver nientemeno che Don Cagnola come Compare d'anello.
Per la prima volta mio zio aveva chiamato Compare Cagnola premettendo il Don anzich il consueto Compare e Don a Trani a quei tempi era riservato soltanto ai nobili e ai ricchi proprietari di palazzi, di vigneti e di uliveti, ai pochi componenti l'lite della citt, ai quali non era consentito lavorare perch lavorare significava declassarsi, disonorarsi, e Don Cagnola era visibilmente compiaciuto perch quella era la massima aspirazione per lui che aveva cominciato da zero, ora che di soldi ne aveva fatti abbastanza.
Ci volle un bel po' prima che Don Cagnola rimettesse i piedi per terra e quando discese dal firmamento stellato dei Don si batt una mano sulla fronte ed esclam:
- Sangue di giuda, la fotografia! - Sembrava un prestidigitatore da come estrasse dalla tasca il portafoglio, da questo una busta, dalla busta la fotografia di Caterina e da come la porse a mio zio. - Nicola! Ecco la sposa, guarda come  "berefatta", quanto  bella. "Nu Bij!!"
Mio zio corse al bancone, si asciug le mani sudaticce e tremanti con l'asciugamano appeso all'interno, torn a prendersi la foto per le estremit con due dita, spalanc gli occhi come mai e rest incantato a guardare la sua futura moglie.




4.
VALENTINO

TRA i numerosi balordi che frequentavano il trani, Valentino mi  rimasto impresso pi di tutti. Arrivava al mattino sul tardi, entrava fischiettando: "Voglio vivere cos, beatamente, col sole in fronte...". Era sempre rasato di fresco e profumato, si capiva che aveva dormito in un letto e che quindi non era un barbone. L'avevano soprannominato Valentino perch come il divo si faceva tagliare le basette e si pettinava i capelli che aveva nerissimi, tirati all'indietro, lucidi, unti e bisunti di grassa brillantina.
Valentino era il bello di Via Lambro, il solo che avrebbe potuto rivaleggiare col Toscanaccio, ma ne era ostacolato se non proprio impedito dalla sua Ginetta che lo teneva sotto stretto controllo.
Era lui che ci teneva aggiornati sulle prodezze di Zorro, di Sherlock Holmes e di Tom Mix4 perch era il solo cliente del trani che andava al cinema Dumont tutte le volte che cambiavano film. Lo vedevamo passare con la sua Ginetta sotto il braccio e tutti si giravano a guardarla perch era vistosa, ingioiellata, truccata ed elegante come nessuna ragazza del rione.
Valentino avrebbero anche potuto soprannominarlo Lavandino, come in Via Lambro era conosciuto Rodolfo Valentino, o "Quel che fa i banc" come chiamavano il grande attore Douglas Fairbanks5 o "Carletto Gabi" come era da noi conosciuto Clark Gable, perch Valentino cercava di imitare tutti i divi, nel modo di fumare, di camminare e di gesticolare cos come di pronunciare frasi drammatiche che dette da lui facevano ridere.
La sua Ginetta talvolta la chiamavano "La Picafort", storpiando il nome di Mary Pickford6, l'attrice detta la "fidanzata d'America", talaltra "Sgarbulona" che per noi significava Greta Garbo, la divina, la superdiva.
Valentino fece una sceneggiata memorabile dopo aver visto il film La carne e il diavolo, Tent di imitare perfino la divina Sgarbulona mentre diceva con voce cavernosa a John Gilbert7: "Dammi una sigaretta", Ripet la famosa frase almeno dieci volte prima di trovare una tonalit che lo soddisfacesse, sbracciandosi comicamente finch dal fondo dei salone sentimmo inaspettatamente la voce di Ragiunatt piuttosto alticcio rispondergli: "Avansum el mucc". Scoppiammo a ridere come non mai e quello fu un momento indimenticabile. Ripetei l'avvenimento in famiglia e con gli amici, rinnovando il divertimento all'infinito perch da quel giorno alla frase: "Dammi una sigaretta", facemmo sempre seguire: "Avansum el mucc".
Valentino descrisse le meraviglie del parlato e l'avvenimento fu talmente clamoroso che mi riusc di convincere mio padre che era proprio il caso di utilizzare le mance di Don Cagnola per recarci tutti a vedere la Sgarbulona. Fu un avvenimento indimenticabile: era scioccante sentire gli attori parlare e vedere un film senza la presenza del pianista che nel passato li commentava musicalmente improvvisando mentre li guardava con la testa all'ins. Roba da cervicale!
Quando Valentino mi ordinava: "Sergino, apri l'occhio", io gli rispondevo: "Se vuoi bere l'Acqua Giommi", e se Valentino beveva l'Acqua Giommi voleva dire che era a piedi in procinto di recarsi al lavoro. Se invece ordinava uno "spritz", un calice di vino bianco spruzzato di seltz e con una scorza di limone, voleva dire che dal lavoro era tornato, molte volte in bicicletta, col fiatone, sudato e assetato.
Valentino ordinava l'Acqua Giommi o lo "spritz", poi estraeva un portasigarette d'argento con incise delle iniziali e una corona a cinque palle, l'apriva con uno scatto, estraeva una sigaretta col bocchino d'oro e se la metteva tra le labbra, rimetteva in tasca il portasigarette ed ecco apparire l'accendino famoso perch era l'unico che funzionava sempre al primo colpo.
Sapevamo tutti che l'uno e l'altro li aveva comperati a poco prezzo da Manidifata che aveva reputazione d'essere il pi abile tra i borseggiatori che frequentavano il trani.
Una bicicletta di Valentino mi mand in sollucchero al solo guardarla. Era una Legnano da corsa rossa fiammante e leggera. Il campanello aveva uno squillo allegro a due toni. Valentino mi consentiva di suonarlo e di risuonarlo e io avevo la sensazione che emettesse richiami diretti a me. Valentino sollevava la ruota posteriore con una mano e con l'altra dava un energico colpo al pedale. La ruota girava a vuoto per parecchio con un fruscio delizioso.
- Lo vedi come  ladina? - mi diceva.
Era musica divina per me, tanto che cambiai le parole della canzone Solo per te Lucia in Solo per te Legnano mia!
Cominciai a sognare ad occhi aperti o chiusi, indifferentemente. La Legnano rossa era mia e io pedalavo. Sapevo gi dove andare e con chi.
Dove sarei andato lo si poteva vedere dai Bastioni, a pochi metri da Piazzale Oberdan, lass, in fondo a Corso Buenos Aires, oltre Piazzale Loreto, al di l dei campi: l'imponente Resegone! Nelle tante giornate limpide si potevano vedere le sue molte cime innevate brillare sotto il sole. Non costituiva difficolt che il Resegone fosse oltre Lecco e che non fosse scalabile in bicicletta. Con la Legnano rossa ce l'avrei fatta, ladina com'era!
Con chi sarei andato sul Resegone se non con Nanni e Renatino, i miei amici inseparabili, con la "Locomotiva Umana" e con il "Ciclone"? Learco Guerra era campione d'Italia, aveva battuto Binda ma io avrei battuto lui, in pianura e in salita, poi, nello scendere dal Resegone il mio antagonista sarebbe diventato Piemontesi8, il "Ciclone" che veniva gi dalle montagne a rompicollo, spericolato come nessuno, pazzo, ma anche lui avrei battuto con la mia Legnano rossa, tanto era ladina.
Ecco, mi ero creato un primo scopo: farmi la bicicletta!
Quando mio zio cap sollev il braccio destro pi in alto che gli riusc ed esclam:
- Aauuzz!
Per un tranese ci significava che esageravo, che puntavo troppo in alto. Accarezzandomi i capelli mi ammon:
- Sergio, "l'attan tuo", tuo padre ricco non  mica!
Un giorno Valentino arriv con una Bianchi verniciata di nero e con il manubrio cromato. Aveva persino una pompa appesa al telaio e il carter per difendere i pantaloni lunghi dei grandi dal grasso che c'era sulla catena. Mostr a tutti che la tassa di circolazione, ben dieci lire, era stata gi pagata per tutto l'anno, come testimoniava il contrassegno di latta fissato al canotto. Valentino chiedeva met del suo valore ed era anche disponibile a trattare.
- E la Legnano rossa? - gli chiesi.
- Venduta da un pezzo.
Ci rimasi male, molto male, ma la vendita della Legnano rossa, che mia non era mai stata, non turb i miei sogni pi di tanto.

Un pomeriggio irruppe nel trani la "Picafort".
- Valentino? - chiese tutta agitata. - L'avete visto?
Mio zio rispose che era venuto verso le undici, come al solito. Aveva bevuto l'Acqua Giommi ed era uscito fischiettando, come sempre.
- Non guardatemi - disse la Ginetta - sono sconciata, impresentabile. Sono uscita senza cambiarmi - disse toccandosi il vestitino.
Effettivamente la Ginetta era irriconoscibile: agitata, spettinata e senza trucco. Ordin uno Strega e disse che era preoccupata. Di solito, Valentino a quell'ora (erano circa le quindici) era gi rientrato. Estrasse dalla borsetta uno specchietto e si guard, con una mano s'aggiust un po'i capelli, ordin un altro Strega, estrasse il rossetto, si impiastricci le labbra, poi pianse. Le si fecero intorno in molti per confortarla.
- Son sempre stata contraria che Valentino lavori - disse, appena le riusc. - "L' un mestee trop periculuss!"
Ginetta si asciug le lacrime. Appena le riusc disse che lei guadagnava abbastanza per tutti e due ma che lui era testardo. Ecco, sarebbe stato l'orgoglio a portarlo alla rovina.
- "Ma lu el ruchet le voer minga fa! Demni se l' urgugliuss!"

Ginetta aveva ragione di allarmarsi. Valentino riapparve soltanto dopo parecchi mesi di assenza. Balordi, barboni e altri avventori, ad eccezione di Occhiodilince, gli si affollarono intorno e gli fecero una gran festa, poi gli chiesero come si stava al Due, in che Raggio era stato, se il Superiore era ancora quel bastardo del Nuoro.
Dalle risposte capii che il Due era il carcere di San Vittore, con ingresso al numero due di Via Filangieri.
Con la cattura Valentino aveva perso faccia e sicurezza. Non era pi un incensurato e s'era rovinato la fama di serio e preparato professionista altamente specializzato nel furto delle biciclette.
Valentino aveva inventato un metodo studiato con cura. Comperava un giornale e nei pressi di un'altra edicola fingeva di leggerlo. Quando un tizio accostava la bicicletta al marciapiede per il tempo occorrente per comperare il "Corriere della Sera" o il "Popolo d'Italia", lui gettava via il giornale, balzava in sella, pedalava veloce e un attimo dopo aveva voltato l'angolo, imprendibile.
Ogni volta un'edicola diversa. Come avevano fatto a prenderlo? Tutti eravamo curiosi di saperlo. A forza di domande la verit venne alla luce.
Quel giorno disgraziato, in Piazza Giovane Italia, Valentino s'era trovato davanti una costosa Guzzi che gli fece perdere la testa. Intravvide il colpo grosso. Il pi grosso della sua carriera. Ma per rubare una moto occorreva una tecnica che Valentino non aveva. Non bastava balzare in sella e via, la motocicletta bisognava accenderla, saperla accendere all'istante. Valentino la mise in seconda, manovr frizione e la manetta del gas, ma la Guzzi non si accese. Qualcosa non aveva funzionato. Valentino spinse finch pot, ma dopo un lungo tratto, in fondo a Via Fratelli Ruffini dovette abbandonarla sui piedi dei numerosi inseguitori, ma ormai era sfiatato. Fu preso, riempito di botte. Chiese inutilmente perdono. Si giustific: "Ho moglie, quattro figli e sono disoccupato". Inutilmente. Fu portato in questura. Gli stessi cittadini testimoniarono e Valentino fu condannato.
Sputasentenze scosse la testa, si gratt la barba e disse che pochi hanno la fortuna di conoscere i propri limiti e di attenersene. Valentino non era tra questi. Aveva tentato qualcosa pi grande di lui. Fatale il fallimento, non c'era altro da dire. Tutto qui.
Manidifata, quel giorno, cerc di difendere Valentino e nel contempo di competere con Sputasentenze. Non lo lasci neppure finire che incalz:

Quand un om el fa che! poc chel po'
el dis chel poc chel s
el da chel poc chel g
l' gi un om de rispet.

- V a Bagg a son l'orghen! - esclam Bruntula.
- Mi vu a Bagg - replic Manidifata - ma ti v a ciap i ratt!
Mio zio mi fece un cenno. Capii. Dovevo tradurre. La filastrocca la conoscevo gi perch Manidifata l'aveva ripetuta cento volte. Mi fu facile spiegargli che ciap, in milanese voleva dire prendere e che i ratt erano i topi, ma non riuscii a spiegargli perch Bruntula voleva che Manidifata andasse a Baggio a suonare l'organo.
- Perch proprio a Baggio e non altrove? Ci deve essere un motivo - incalz mio zio.
- Che ne so? - dovetti rispondere. - Un motivo ci sar stato ma io non lo conosco.
- Informati!
- Va bene zio!
Chiesi ai pi vecchi di Via Sirtori e tutti mi risposero che l'avevano sentito dire dai loro vecchi e lo ripetevano senza conoscerne il significato, perso nella notte dei tempi, evidentemente. Ma io non intendevo arrendermi. Avevo imparato che non ci si doveva mai fermare alla prima osteria. Ne parlai a Nanni e la sua mamma ci indirizz alla Sciura Giacinta, una vecchia milanese che declamava poesie di Carlo Porta. La Sciura Giacinta nulla sapeva di Baggio ma ci mand dalla Sciura Bufi, raccomandandoci di parlare soltanto in milanese con lei. Ci spieg che le avrebbe fatto piacere, che era una maestra in pensione da molti anni che tutto sapeva sulla Milano antica.
La Sciura Bufi abitava al terzo piano di Via Nino Bixio numero quindici, a met ringhiera e sulla porta stava scritto Conti, come ci avvert la portinaia.
Fummo bene accolti da una vecchietta che pareva nata almeno cento anni prima, molto meravigliata della nostra visita e che ci guard attraverso gli occhiali che teneva in mano per l'apposita stanghetta, mentre con l'altra si faceva aria con un ventaglio ricamato in color oro e nero. Caldo non faceva e quindi quel suo gesto doveva farle piacere per altri motivi. La sua cucina pareva un museo tante erano le fotografie appese alle pareti in cornici di legno traforato, e traforati erano anche i mobili, le poltroncine e i tavolini, tanti tavolini retti da una sola gamba centrale che ci costrinsero a muoverci con prudenza, e sui tavolini c'erano tanti ventagli e tante bomboniere. Una libreria era colma di libri, tanti quanti non ne avevo mai visti tutti insieme.
Quando seppe cosa volevamo da lei rise compiaciuta e meravigliata, poi prese a tossire e noi aspettammo lieti perch avevamo capito che la Sciura Bufi la conosceva la storia dell'organo di Baggio. L'attesa ci parve lunga e lo fu, perch la Sciura Bufi toss parecchio, poi aspir tabacco su per le narici e poi ci disse che il suo cognome era Conti, Bufi il soprannome:
- Perch fioeu, voi lo vedete, "mi respiri minga, mi a bufi".
Continu a soffiare, a tossire e a curare questi malanni con altro tabacco da fiuto e quando stava finalmente per raccontarci la storia di Baggio, fu interrotta dall'irruzione di una sposina con in mano una scodella fumante di "buseca cont i faseou de Spagna".
- Sciura Bufi, - disse la nuova arrivata - so che le piace tanto, la mangi calda che la digerisce prima.
- Grazie, grazie, bella sposina, che Dio ti benedica!
Non era ora n di pranzo n di cena, ma la Sciura Bufi si mise a mangiare la trippa odorosa coi fagioli e a raccontarci che nel caseggiato c'era tanta brava gente che si ricordava di lei e che pareva sola ma sola non era perch c'era anche l'Angelica che le lavava e stirava la biancheria: - Ha le mani d'oro l'Angelica. La conoscete?
- No - rispondemmo.
- La mi del caruse?
- No, - ripetemmo - non la conosciamo.
Poi, finalmente, incominci la storia dell'organo di Baggio.
- Un tempo Baggio era un paese al confine di Milano, soltanto pi tardi fu incorporato nella citt. Sapete dov'? - ci chiese inaspettatamente.
- S, certo, fuori Porta Magenta, in fondo a Via Forze Armate - rispose Nanni tutto d'un fiato per arrivare al dunque.
- S, ecco, - riprese la Sciura Bufi - proprio in fondo, ancora pi in l di dove abita "El pret de Ratan", quel santo uomo che guarisce tanti malati con le sue mani benedette. Siete mai stati dal Pret de Ratan?
- No, mai - rispondemmo contemporaneamente Nanni ed io.
- Andateci, dite alle vostre mamme di portarvi a farvi benedire. Glielo dite?
- S, certo.
- Bene, bene, perch dovete sapere che la signora Maria, del piano di sotto, aveva dei dolori alle reni e alla schiena e al collo e lui l'ha guarita. Fatevi portare.  un po'rustico, vi maltratter, ma voi non fateci caso. Lui  fatto cos, ma  un sant'uomo.
- Sciura Bufi, - os dire Nanni - noi di dolori non ne abbiamo, ci scusi, ma vorremmo sapere dell'organo...
- Ah s - disse la Sciura Bufi accusando prontamente il richiamo allo scopo della nostra visita. - "Che furia fioeu! Che furia! Comunque lasemm a st el pret de Ratan". Insomma, Baggio l'era un paes talmente povero che il parroco non si pot mai permettere l'acquisto di un organo, cos, un giorno gli venne un'idea: decise, non si sa perch, di farsi dipingere un organo su di una parete nell'interno della chiesa. Cos col dipinto, con l'organo che suonare non si poteva, nacque il detto.
Ringraziammo. La signora Bufi ci invit a tornare, aveva tante altre storie da raccontarci, storie che purtroppo non appresi mai e che ora mi piacerebbe tanto conoscere.

Tutti si erano fatti intorno a Valentino quando ricomparve, tutti, salvo Occhiodilince, come abbiamo detto, perch tra i due c'era qualcosa che non andava. Che cosa, lo seppi da due frasi degli interessati. Un giorno Valentino disse:
- Occhiodilince, quello l, crede di essere furbo, ma fesso  in realt perch le donne lui se ci vuole andare le deve pagare. Io una donna non l'ho mai pagata, anzi!
Un pomeriggio che Valentino pass davanti al trani con la Ginetta sotto braccio Occhiodilince lo indic e ci disse:
- "Tel l el pusee bon di articiocch!" Che fesso! Se la tiene sottobraccio con orgoglio la Ginetta, crede di esser furbo il super cornuto, ma io la Ginetta me la sono fatta. Porco boia, ragazzi! E come me la sono fatta!
Ormai facevo le traduzioni senza attendere le richieste, ma a mio zio non bast sapere che Occhiodilince aveva chiamato Valentino come la parte pi buona del carciofo, no, voleva sapere anche come mai "lu scarcioffe" aveva un nome cos strano a Milano. Da qualche tempo, mio zio, non si contentava pi delle mie traduzioni, voleva conoscere anche l'etimologia delle parole e questo mi innervosiva, specie quando non ero in grado di soddisfarlo.
Fatto sta che per via di "articiocch" quel giorno a mio zio saltarono i nervi. Butt l tutto d'un fiato.
- Sergio! Gessumnaaria! "i articiocch" "i articiocch". Non vi basta complicare le cose con la storia del "minga"? "Mo' ci stanno pure i articiocch!". "Sti milanois". Fanno "el sciostree", "el moletta", "el magutt", "el ruchet", "el bauscia", "van a ciap i ratt", "derven el bursin per and a Bagg a son l'orghen", passano la vita a "mand gi nel canaruzz el vin e i articiocch", "buscenn", poi finiscono "a la Baggina". Che citt; "la Milan de la scighera!".
Nel mentre cos mio zio protestava, poco pi in l, in fondo al bancone, davanti a due calici di San Ferdinando, Valentino diceva a Edo, un "magutt" suo amico:
- Non ti si vede pi a fare la partita la sera.  la tua donna che ti proibisce di uscire?
- "Macch la mia mie. L' che a fa el magutt l' una vita de lader per mantenersi onesti. C' poco da tranare con centocinquanta lire la settimana. Mi ha gu cinc cu de fa cag".
Risi e scappai verso i tavoli pi lontani alla ricerca di vuoti da ritirare e quando sentii mio zio chiamarmi, uscii alla chetichella per non tradurre.
Pi tardi, finite le risate, tra me e me e poi con Nanni e Renatino, confrontai la vita che facevano gli operai con quella dei ladri, concludendo che gli operai vivevano peggio dei ladri, ragion per cui il detto milanese non era obiettivo. Forse, quando fu coniato, le cose andavano diversamente.

Quando alla prima media imparai i primi rudimenti di francese, urlai trionfante e corsi al trani per dire a mio zio che "l'articiocch" lo avevamo ereditato dall'occupazione francese, probabilmente, perch il suono di "artichaut" i milanesi nostri antenati lo avevano trovato originale, schioccante, simpatico e lo adottarono. Mio zio ne fu doppiamente felice. Aveva saputo finalmente l'origine di una parola milanese molto difficile e suo nipote Sergio aveva avuto la delicata attenzione di andare apposta a dirglielo.

La guerra, la maledetta guerra era l'argomento principale nel trani, il tema che accomunava i barboni ai balordi, agli artigiani e agli operai perch tutti l'avevano fatta ad eccezione di Occhiodilince, l'imboscato, e di Valentino allora sedicenne.
Io facevo di tutto per ascoltare, per capire, per mettere assieme le loro storie raccontate a spizzichi e bocconi, un giorno la fine e una settimana dopo l'inizio, racconti confusi, difficili da mettere assieme, anche perch intercalati da male parole, bestemmie, battute demenziali, barzellette insulse e da ordinazioni che dovevo prontamente evadere. Trovavo affascinanti i racconti di guerra perch, a differenza di quanto leggevo sui fascicoli di "Buffalo Bill", a favore dei soldati italiani non c'era mai il lieto fine grazie all'"arrivano i nostri" dell'ultimo minuto, e questa era la differenza tra i romanzi e la realt.
Sciur Cazzaniga, quando non rimpiangeva la perdita della moglie, parlava della guerra. Raccontava tutto della sua vita in trincea, coi piedi nel fango, nella neve, nell'acqua, sotto la pioggia, le sofferenze e i congelamenti causati dal freddo, la fame perch il rancio tardava troppo spesso ad arrivare ed era sempre gelido, come erano morti i suoi compagni uno per uno, ne indicava il nome e il cognome, la citt o il paese di provenienza, la classe, la data e il luogo della morte, se avevano lasciato moglie e figli nella miseria.
Il cervello del Sciur Cazzaniga si era bloccato il tre settembre 1916, il giorno in cui era stato ferito. Ricordava a memoria il Bollettino di guerra firmato Cadorna del cinque settembre 1916 che citava l'azione nella quale era stato colpito alla testa. Diceva: "Alla testata del Rio Felizon la notte del tre, nostri reparti di fanteria, alpini e volontari, con ardita operazione di sorpresa occuparono sulla punta del Forame talune posizioni dominanti"... Tutto qui e Sciur Cazzaniga si tormentava perch la sua compagnia era stata pressoch annientata in quella azione, i suoi compagni erano morti quasi tutti e lui invalidato, e l'azione si era dimostrata di ordinaria amministrazione, irrilevante: la conquista di una quota poi perduta al primo contrattacco.
- Se  per questo, - intervenne inaspettatamente Piemunt nel raro giorno che usc dal suo mutismo - se  per questo che devo dire io del Settantunesimo fanteria?
- Ancam, anche tu fai l'eroe della guerra, oggi? - disse irosamente Occhiodilince. - Mchela!
- Taci imboscato! - lo rimbecc Crapapelada.
- La facciamo o no la partita? - chiese Occhiodilince con tono seccato.
- Dicevi del Settantunesimo fanteria - disse Sciur Cazzaniga a Piemunt. - Racconta!
- Ho capito, niente partita oggi! Rifate la guerra - e dicendolo Occhiodilince cerc e afferr il bastone con gesti nevrotici, si rimise occhiali e targhetta, mand tutti a quel paese e in altri luoghi meno ameni, e usc sbattendo l'uscio.
- Disgraziato! - comment Bruntula scuotendo il capo.
- Chel vaga, chel vaga - disse Crapapelada.
- Racconta - fece Paolino gi al suo secondo grappino del marted, talmente interessato da sedersi al tavolo coi barboni.
- Di Piemunt - insist Valentino.
Piemunt raccont che il Dente del Pasubio fu conquistato dal Settantunesimo fanteria con un attacco a sorpresa. Salirono in cima impiegando corde e scale, portate a fatica fin lass oltre i duemila metri. Riuscirono a superare le rocce del ciglione di Menerle da tutti considerato imprendibile. Disse che i crucchi sparavano da tutte le parti e con tutte le armi, che le pallottole, le granate e le mitragliate fischiavano nelle orecchie quando non colpivano e, come se ci non bastasse, c'erano anche i cecchini.
Sputasentenze, Paolino, Crapapelada, Bruntula e Sciur Cazzaniga commentarono e convalidarono: - Quanti ragazzi hanno ucciso i cecchini...
Piemunt si commosse, bevve e pianse, bevve pi del solito e quel giorno non gli riusc di proseguire. Dopo dodici anni le ferite fisiche e psicologiche della Grande Guerra non erano ancora chiuse per chi vi aveva partecipato. Sciur Cazzaniga non lo moll finch un mattino, per suo riguardo, Piemunt, che s'era gi pentito di aver parlato di s, prosegu il racconto.
- Arrivammo in pochi in cima al Dente del Pasubio. Conquistammo il Dente, la selletta antistante e il cucuzzolo nord. Respingemmo continui contrattacchi. Madonna mia quanti morti - comment ripetutamente, poi, con l'aiuto dei bicchieri e delle misure cerc di mostrare dove lui si trovava coi suoi compagni e dove c'erano i crucchi, dov'era la selletta e il cucuzzolo rispetto al Dente.
- Purtroppo per noi - sottoline Piemunt - i crucchi la sapevano fare la guerra. Concentrarono il fuoco sul solo sentiero che consentiva i rifornimenti. Noi fanti del Settantunesimo restammo in cima al Dente del Pasubio al gelo, senza viveri e senza munizioni. Ci dissetavamo col ghiaccio strappato alle rocce con le mani che ne restavano congelate. Fummo costretti a ridiscendere strisciando di notte lungo il sentiero martellato dall'artiglieria pesante. Ci contammo. Eravamo rimasti in pochi e cos malridotti che il colonnello dovette riportarci nelle retrovie. I reparti dei soldati avviati in prima linea si spaventarono al vedere com'eravamo conciati noi del Settantunesimo.
Piemunt bevve, poi prosegu:
- La sosta nelle retrovie dur pochi giorni. Mangiammo, bevemmo, dormimmo, dovemmo ascoltare bei discorsi di gente ben messa venuta da Roma. Poi ci rimandarono in prima linea coi rimpiazzi. Ci contammo ed erano pi i rimpiazzi di noi anziani.
Il racconto fu interrotto dalla signora Maria che si affacci nel trani soltanto il tempo occorrente per dire al suo Paolino che il negozio era pieno di gente e che aveva bisogno del suo aiuto. Imparai col tempo che il negozio pieno di gente era un pretesto. La signora Maria cercava soltanto, con scarso successo, di tener lontano il suo uomo dai grappini.
Paolino bestemmi, disse che la Maria non lo lasciava un attimo in pace, ordin un altro grappino, mio zio finse di non sentire e Paolino, capita l'antifona, esit un poco poi se ne and imprecando contro la moglie e per la prima volta contro il terrone.
Piemunt, sollecitato a proseguire, aggiunse soltanto che i rimpiazzi non ebbero neppure il tempo di farsela l'esperienza, che morivano come mosche.
- Poveri ragazzi! - comment Sciur Cazzaniga. Dopodich, immagino che arrivarono i rimpiazzi dei rimpiazzi. Come da noi. Maledetta la guerra e chi l'ha inventata. - Sciur Cazzaniga concluse poi, come sempre, che i seicentomila italiani morti e i milioni di feriti si erano sacrificati inutilmente perch la guerra non era stata di alcuna utilit per la Patria e per gli italiani.
Crapapelada ci aveva lasciato una gamba per conquistare Gorizia. Anche la sua storia era davvero fuori del comune e illuminante la causa del suo essere barbone, come era il caso del Sciur Cazzaniga.
- Gli ufficiali ci dicevano che i crucchi erano dei barbari. Che perci era meglio morire con una pallottola in fronte che cadere loro prigionieri. Tagliavano le mani, come avevano fatto nel Belgio, facevano morire di fame, picchiavano e sparavano a chi protestava. Invece io devo gratitudine agli austriaci - concluse Crapapelada.
- Addirittura! - esclam un giovane barbone che non avevo mai visto prima e che non vidi pi dopo, smorto, magro e che tossiva in continuazione.
Meravigliato fui anch'io che per la prima volta sentii chiamare austriaci i crucchi che qualcuno chiamava anche "tugnitt".
- S, "l' propri insc" - afferm Crapapelada dopo un buon sorso di Manciuria. - I barbari sono i nostri colonnelli che la pensione non me la vogliono dare.
- E perch? - chiese ancora il giovane tra un colpo di tosse e l'altro.
Soltanto lui, nuovo del trani, poteva fare una domanda del genere perch tutti gli altri sapevano gi che Crapapelada aveva perso una gamba in guerra e che la pensione non ce l'aveva.
Crapapelada quel giorno, con una voce pi catarrosa del solito, raccont nei dettagli la sua storia che nel trani conoscevamo soltanto sommariamente e confusamente.
- Una sventagliata di mitraglia mi fer la coscia sinistra - disse picchiando con le nocche la gamba di legno. - Gli austriaci avanzarono e io caddi loro prigioniero. Mi soccorsero, mi frenarono tempestivamente l'emorragia e mi portarono, assieme ai loro feriti, in un ospedale da campo, sotto una grande tenda. Mi amputarono la gamba, mi curarono come se fossi stato uno di loro. Eccola, "l' de legn".  di legno adesso, porca vacca! - disse picchiando ancora il legno col pugno chiuso. - E come pesa a portarla in giro! Ecco la differenza. Sono io che porto lei adesso, prima era la mia gamba che mi portava a spasso. Mamma mia!
- E dopo? - chiese Piemunt che la guerra l'aveva fatta, ma non la prigionia.
- Dopo, dopo, Dopo mi mandarono in un Lager sul Danubio. Un paesino, "Matausen". Fame nera per tutti, per noi come per gli austriaci, ma per il resto ci rispettavano, sia gli ufficiali che le sentinelle. S, quando il loro esercito avanzava ci sfottevano. Tutto qui. Il comando era corretto. Quando arrivavano i pacchi dalle nostre famiglie, gli austriaci, pur soffrendo la fame ce li distribuivano senza nulla rubare. Ci avevo la mia mamma, allora! Lei non mangiava ma a me i pacchi me li mandava. E s, se c'era la mia mamma non sarei qui a fare il barbone anche senza la pensione.
- Altro che barbari! - esclam Sciur Cazzaniga.
- Fuori dai reticolati c'erano sempre ragazzini a chiederci qualcosa da mangiare e noi qualcosa davamo - aggiunse Crapapelada. - I barbari stanno all'Ospedale militare di Baggio, dove hanno visto che la gamba non c' pi, ma mi hanno respinto la domanda per la pensione perch non ho provato n con testimoni n con le carte che l'ho persa per cause di guerra. Porca puttana! Faccio il barbone grazie a loro, perch il facchino, alla stazione, come lo faccio con una gamba sola?
- Roba de matt! - esclam Bruntula. - Risulter da qualche parte che eri militare, no?
- Per risultare risulta, ma loro vogliono il certificato dell'ospedale dove mi hanno tagliato la gamba. E io dove lo vado a prendere? E senza il certificato niente pensione. La pi bella  che siccome sono un barbone non mi credono. Ma il barbone io sono costretto a farlo proprio perch non mi danno la pensione.
Estrasse dal portafoglio dei ritagli del "Corriere" e li fece leggere ad alta voce da Valentino. Descrivevano la sua prigionia e il suo rimpatrio. La prigionia era davvero civile. Un giorno arriv nel Lager di Mauthausen una Commissione medica incaricata di selezionare gli invalidi: i ciechi, i pazzi e i mutilati per il rimpatrio. Crapapelada rientr in Italia tra questi in un convoglio della Croce Rossa che attravers la Svizzera e arriv a Como dove i reduci furono accolti amorevolmente da autorit, giornalisti e popolazione. Crapapelada con tutti gli altri reduci fu ricoverato e curato all'Ospedale Sant'Abbondio.
Crapapelada mi parlava e io gli stavo a debita distanza, come sempre, perch il suo alito poteva farmi cadere stecchito. Quel giorno lui cap e me ne mostr la causa estraendo dalla bocca, con la punta dell'indice e del pollice, una poltiglia, ci che restava di uno spicchio d'aglio dopo una lunga permanenza tra i denti. Crapapelada mi sugger di fare altrettanto, perch l'aglio, secondo lui, lo aveva mantenuto in salute: in guerra, in prigionia e ora in pace. Ne era convinto e si teneva sempre uno spicchio in bocca e un'abbondante scorta in tasca. Crapapelada attribuiva all'aglio propriet eccezionali: come alimento, come disinfettante, come rigeneratore del sangue e contro tutti i mali.
Il Sciur Cazzaniga, che quel mattino era di buonumore perch non aveva mal di testa, lo interruppe per concludere in scherzo l'elogio dell'aglio raccomandandomi:
- Quando sarai grande e andrai a morosa e la tua mamma ti avr fatto mangiare le cipolle, metti in bocca uno spicchio d'aglio che il puzzo insopportabile di cipolla te lo leva immediatamente.
Ridemmo tutti, Crapapelada tent inutilmente di schiarirsi la voce con una scatarrata che parve potesse far crollare il palazzo, si rimise in bocca la poltiglia ma si pent subito e la sput per terra, mise in bocca uno spicchio nuovo, bevve un bicchiere di vino tutto d'un fiato e avvi un ritornello triste della guerra. Alcuni parteciparono formando uno sgraziato coro, stonato come sempre.

Montenero, Montenero,
traditor della vita mia,
ho lasciato la donna mia,
per venirti a conquistar.

Bruntula mi ordin da bere, era in un altro gruppo quel mattino e stava spiegando a dei giovani muratori il significato del ritornello che lui intonava spesso:

Son contento di morire
... ma mi dispiace!

Era a causa del suo tenente, s, sempre quel fanatico del suo tenente, un volontario che prima di ordinare l'attacco, anzich distribuire grappa, come facevano gli altri ufficiali, teneva un discorsetto il cui nocciolo era che bisognava essere orgogliosi di morire per la Patria. Per questo i soldati cantavano:

Son contento di morire
... ma mi dispiace!

Questo ritornello ne richiam un altro alla memoria di Crapapelada che inton:

El General Cadorna
el mangia, el bev e el dorma...

e come sempre i vari cori si confusero in un baccano infernale.
Il racconto di Crapapelada lo controllai la sera stessa ponendo tante domande ai miei. Non prevedevo di scatenare una ridda di ricordi angosciosi. La storia della pensione mio padre la trov credibile:
- Questa  la nostra burocrazia! - comment.
Mia madre sapeva tutto sui pacchi. Ne aveva spediti tre ma neppure uno era giunto a mio padre.
- Francesca, - chiese a mia sorella - te lo ricordi cosa c'era nei pacchi?
- La cioccolata - rispose Francesca prima ancora che la domanda fosse finita.
- E chi se l' mangiata? - intervenne mio padre.
- I crucchi e i magiari - rispose prontamente Francesca. - I magiari sono mangioni. Mangioni come i magiari non c' nessuno - disse ridendo.
Pap aveva fatto tre anni di guerra e uno di prigionia, prima in Austria, poi in Ungheria e per quattro anni mia madre vivacchi in attesa di notizie. Poche lettere le provavano che il suo Ciccillo era ancora vivo venti o trenta giorni prima. Mia madre piangeva e cuciva divise militari per conto della Premiata Sartoria Mantovani. Ci le consentiva di vivere con Francesca pur accantonando l'intero sussidio che le passava l'Azienda Tranviaria per quando il suo Ciccillo fosse tornato.
Mia madre cuciva divise e piangeva. Mia sorella vedeva la mamma piangere e piangeva anche lei. Pianse tanto da procurarsi una congiuntivite che si aggrav e complic tanto che ancora oggi, a settant'anni dalla fine della prima guerra mondiale, si trascina dei fastidiosi disturbi alla vista.
Nel 1917 nessuna notizia arriv per sei mesi circa, e le speranze che pap fosse vivo divennero a mano a mano sempre pi tenui. Finalmente un giorno arriv il postino, pi presto del solito e dal tono allegro col quale chiam:
- Sciura Anna, c' posta - tutti capirono che c'erano buone notizie, perch se le notizie erano cattive lui le lasciava in portineria e filava via senza aprir bocca.
L'esperto postino aveva imparato dalle buste e dalle cartoline a distinguere le notizie buone dalle cattive. Dopo un attimo tutte le donne del caseggiato, scarmigliate, erano affacciate alla ringhiera e mia madre gi nel cortile con in mano la cartolina benedetta a provarle che il suo Ciccillo era vivo e prigioniero in Austria. Il postino e tutti i coinquilini di Via Sirtori numero tredici, che gi contavano due morti in guerra, fecero festa a mamma Anna. Tutte l'abbracciarono, pi affettuosamente le due vedove in lacrime.
Mia madre sapeva gi che doveva recarsi in Galleria Vittorio Emanuele, accanto al Camparino, dove c'era, al primo piano, la sede del Comitato di Assistenza ai prigionieri di guerra che in collaborazione con la Croce Rossa Internazionale spediva pacchi. Ce n'erano di tre tipi, immutabili nel loro contenuto. Mia madre pag per il pi caro, dieci lire pi cinque centesimi per il bollo di quietanza.
Da allora erano passati tredici anni, ma mia madre e mia sorella ricordavano ancora cosa c'era in quei pacchi. Lo ricordavano ancora perch si ripetevano ogni giorno cosa pap ci avrebbe trovato.
- Sar arrivato il pacco a pap? - chiedeva quotidianamente mia madre pi a se stessa che a Francesca.
- S, certo - rispondeva la piccola. - E a quest'ora s' gi pappato la cioccolata.
La tavoletta di cioccolata era rimasta impressa pi di tutto il resto a Francesca, ma nel pacco c'erano anche pasta, riso, una scatola di pomodori, una di tonno e una di carne, zucchero e caff e, infine, una saponetta.
Mio padre rise amaro quella sera ricordando l'inutile attesa di un pacco.
- Ci che ha detto Crapapelada  vero - conferm. - Li ho visti anch'io distribuire i pacchi viveri cos com'erano arrivati. C'erano ufficiali, ricchi ufficiali, che di pacchi ne ricevevano uno o due la settimana e qualcosa donavano a quelli tra noi soldati che nulla ricevevamo. E qualcosa c'era sempre anche per gli austriaci che avevano pi fame di noi. Quando per me fu l'ora di ricevere il primo pacco della mamma, previsto circa due mesi dopo l'invio della cartolina, mi trasferirono in Ungheria e i viveri miei se li mangiarono i crucchi.
- Ne spedii subito un terzo, appena conobbi il tuo nuovo indirizzo. Altre dieci lire e cinque centesimi - ricord mia madre.
- Evidentemente se il pacco arriv, arriv a guerra finita quando io ero gi sulla via del rimpatrio.
- E gli spaghetti al pomodoro se li sono mangiati un po'i crucchi e un po'i magiari - concluse Francesca.
Pap, quando torn, mangi una montagna di "strascinate" fatte ogni giorno da mia madre col sugo di braciole di manzo e cos in pochi mesi fecero fuori tutti i sussidi dell'Azienda accantonati in quattro anni.
Io, di quelle "strascinate" e di quelle braciole, grazie ai cromosomi, ne godo i benefici ancora oggi.
Mio padre rimpatri nel gennaio del 1919, aveva trent'anni, era felice d'averla scampata, pieno di ottimismo e di esuberanza. Caratteristiche ereditate da me, che nacqui nel novembre di quello stesso anno.




5.
LA SPOSA TRANESE

TUTTE le "commare" appartenenti alla colonia dei tranesi a Milano vennero in Via Lambro a vedere la fotografia della "zoeit" di mio zio Nicola, vennero persino quelle che abitavano a Crescenzago e a Baggio e tutte dissero che la "zoeit" tranese era splendida e che mio zio era fortunato e invidiabile a portarsi a casa una tranese cos bella.
Volarono fiumi di parole che compresi solo in parte, ma che in sostanza erano tese a individuare a quale ceppo apparteneva Caterina. Alla fine tutte o quasi asserirono che erano "nu poco parenti", una per via del cognato dello zio, l'altra a mezzo della sorella del marito della cugina, un terza...
Ogni frase di ogni "commare" fu preceduta e conclusa dalle esclamazioni tranesi: "aauuzz" o "ziam", che volevano dire pressappoco "caspita" e "non sia mai", ma erano usate come intercalare, cos come oggi usiamo ripetere a ogni pi sospinto: "niente", anche se  accaduto qualcosa di grave.

Noi figli delle "commare" tranesi: "nasciuti, pasciuti e cresciuti" a Milano, ci ribellammo all'usanza del matrimonio combinato e, come se ci fosse stato un accordo, prima o poi avvertimmo i nostri rispettivi genitori che nostra moglie o nostro marito ce li saremmo scelti noi, e a Milano, ovviamente!
Cos avvenne poi effettivamente, con una procedura davvero rivoluzionaria. Il caso di mia cugina Concetta, la pi grande tra noi, fu un avvenimento che fece parlare a lungo le "commare" tranesi a Milano.
Quando un ragazzo chiese a Concetta un appuntamento, prima di accettarlo gli disse:
- Ma voi, signor Guido, avete intenzioni serie o di prendermi in giro?
Ottenute le indispensabili assicurazioni verbali circa la seriet delle sue intenzioni, Concetta chiese alla madre la necessaria autorizzazione e usc con Guido due sabati sera consecutivi, con rientro fissato entro le ventidue, prima cio che le portinaie chiudessero i portoni, dopodich sua madre l'avvert:
- La prossima volta, se vuole uscire ancora con te, e sarebbe la terza volta, in casa deve venire a prenderti, non sotto il portone. Voglio vederlo in faccia questo tuo Guido, conoscerlo, se no con lui non esci pi. - Concetta discusse, grid, pianse. L'ebbe vinta al punto che pot uscire con Guido una terza volta, poi si arrese, ma prima di confessare che Guido era nato a Milano, come aveva gi asserito, ma da genitori immigrati da una vallata bergamasca, dette un ammonimento drammatico: "O lui o nessuno mai pi". Apriti cielo! Taccio per carit di patria gli interrogatori, le discussioni e le altre lacrime. Infine Guido sal in casa, docile e spaurito, sub un attento esame e uno stringente interrogatorio. Il giudizio fu che era un bergamasco piuttosto imbranato, e ci aument l'angoscia dei miei zii per l'incognita di dare la figlia, spigliata, vivace ed esuberante ad uno originario di una sconosciuta vallata ancora pi a nord di Bergamo, un ragazzo che parlava un dialetto gutturale che avevano giudicato pi incomprensibile dell'angloprussiano.
Concetta lo difese strenuamente, url che Guido era timido, non imbranato, che lo avevano spaventato anzich metterlo a suo agio, che si trattava di un onesto metalmeccanico con tanta voglia di lavorare. Grid le sue difese al punto da farle conoscere agli abitanti dell'intero caseggiato e difese Guido tanto da lasciarsi scappare che lei lo poteva ben dire che lui era tutt'altro che imbranato. Dopo questa implicita confessione le lacrime scesero copiose dagli occhi di mia zia, che di fronte a questo si arrese subito. Cos Guido fu promosso, pot uscire con Concetta una quarta e una quinta volta, sempre al sabato sera e sempre con rientro alle ventidue, dato che le chiavi del portone Concetta non le ebbe mai, dopodich mia zia consider maturo l'argomento matrimonio.
Concetta dovette fare una seconda confessione. Guido non era ancora riuscito a convincere i suoi a ricevere Concetta, la morosa terrona, ma aveva gi dichiarato che col loro consenso o no la sua tranese l'avrebbe sposata.
Avvennero altre scenate, finch si arresero anche i genitori di lui e dopo qualche mese, appena trovata casa, il matrimonio "misto" fra una tranese e un bergamasco fu celebrato, ed era tempo, perch sei mesi dopo nacque il loro primo figlio.
Guido, a noi suoi futuri cugini era simpatico, non lo trovammo imbranato pi di tanto, o meglio non pi di noi. Un giorno cerc di descriverci Bergamo: " una citt - ci disse - divisa in due, Bergamo di sopra e Bergamo di sotto". Cos Bergamo la immaginammo come una grandissima casa a due piani, con tantissimi inquilini che l'abitavano chi al piano di sopra e chi al piano di sotto, ma Guido ci disse che non era cos e non sapendocela descrivere meglio ci invit a visitarla. Bergamo non era cos lontana come credevamo, prendemmo il treno e ci andammo, era una bellissima citt, ridemmo di noi, Guido compreso che entr a buon diritto nella nostra grande famiglia.
Concetta aveva vinto due battaglie rivoluzionarie: il marito se lo era scelto lei e aveva introdotto nella colonia dei tranesi a Milano l'uso dei matrimoni cosiddetti "misti" degli anni Trenta. Ne fummo tutti orgogliosi, ci sentimmo emancipati, moderni, proiettati in un mondo lontano anni luce rispetto alle deprecate usanze tranesi. Peraltro, Concetta e Guido erano andati oltre i nostri propositi, dimostrando che i figli potevano essere concepiti perfino sotto il portone di casa e prima delle fatidiche ore ventidue.
Quando raccontammo a una nostra nipote diciottenne in procinto di partire per il week-end col suo boy-friend del momento, uno studente pachistano, come Concetta e Guido s'erano sposati, scoppi a ridere fino alle lacrime. Cominci col dire che eravamo in vena di scherzare. Dovemmo garantire tutti sull'autenticit degli avvenimenti e ripeterle pi volte la tradizionale frase: "Ma voi, signor Guido, avete intenzioni serie o di prendermi in giro?".
Nostra nipote scosse il capo, ci guard uno per uno con commiserazione, ci disse ciao e part.
E noi, che volevamo raccontarle com'erano avvenute le nozze degli zii Caterina e Nicola restammo... come quelli della mascherpa a meditare sulle difficolt incontrate a renderle credibile perfino come s'erano sposati Concetta e Guido.
A proposito, chi erano "quelli della mascherpa"?

Tutte le comari facenti parte della colonia tranese a Milano, comprese quelle che abitavano a Crescenzago e a Baggio, che si lagnavano tutte le volte della lontananza ma che non mancavano mai, tornarono una seconda volta in Via Lambro per esaminare, valutare e procurarsi argomenti validi per criticare la dote di Caterina arrivata in autocarro, assieme alle botti di Manduria.
Esaminarono con occhio competente e critico i ricami fatti a mano sulle lenzuola, sulle federe, sulle tovaglie e sui tovaglioli di pesante e resistente cotone, discussero a lungo e li confrontarono con tutte le doti dei matrimoni a loro noti avvenuti nei venti anni precedenti. Alla fine furono d'accordo che la dote di Caterina "pana quattro" era meglio ricamata rispetto a quella di Ninetta e meno al confronto di quella di Rosina dei Frappaolo.
Tutte restarono in ammirazione, esclamarono ripetuti "aauuzz" davanti alla monumentale camera da letto che occupava, o pi precisamente, che ostruiva l'angusto locale del caseggiato popolare di Via Lambro.
I mobili erano in massello di noce, stile impero, intagliati e intarsiati dallo zio Antonio Gusmai, pi artista che ebanista, un personaggio ben conosciuto a Trani. Il letto, l'armadio, il com e la toilette avevano ai lati delle colonnine perfettamente levigate in radica bionda. C'erano voluti quattro volonterosi per portare i mobili al primo piano e i quattro, agli ordini di mio zio, avevano girato l'armadio da tutte le parti prima che fosse trovata una sistemazione definitiva, ma in una parete c'era la porta, in un'altra la finestra, in un'altra una sporgenza del muro, fatto sta che due delle sei ante non si poterono aprire.
Bastava niente per farmi ridere con Nanni e Renatino, ma quei giorno della camera che non ci stava nel locale stemmo quasi male. Nanni disse che evidentemente i tranesi, sapendo che Milano era grande venti o venticinque volte Trani, credevano che anche i locali fossero proporzionalmente pi vasti.
Quando le carte furono pronte, Don Cagnola mise nel trani un maneggione supplente per i cinque giorni occorrenti e part per Trani con mio zio, o meglio con ci che era rimasto di mio zio dopo le forti emozioni degli ultimi mesi. Lo zio part per Trani vestito di nero, ma nella valigia nuova di cartone c'era, ben piegato, l'elegante e perfetto abito in gessato grigio confezionatogli dal grande sarto di Canosa, il signor Riccardo, che era venuto quattro volte nel trani a provarglielo, perch era esigente con se stesso e voleva raggiungere la perfezione, nonostante il corpo del cliente perfetto non fosse.

Gli sposi arrivarono in Via Lambro il giorno successivo alle nozze dopo aver viaggiato tutta notte in terza classe.
La sposa era pi piccola di quanto ci eravamo messi in mente guardando la fotografia, era carina, minuta, riservata, timida e frastornata. Aveva le labbra sottili, gli occhi piccoli e un poco a mandorla, il viso infantile acqua e sapone. Tutto il resto mi  impossibile descriverlo perch stava ben nascosto sotto parecchi metri di stoffa, occhio e croce tre o quattro volte quanta ne occorreva per vestire le ragazze di Milano.
La sposina, mia zia Caterina, si muoveva lentamente, molto lentamente, cos come lentamente parlava, con una cantilena soporosa fatta di sottili fili di voce. Impossibile non chiedersi come avrebbe potuto adeguarsi al ritmo frenetico del trani dove tutto occorreva fare e dire sbrigativamente.

Don Cagnola, compare d'anello, quel giorno si commosse e lasci intravvedere la sua umanit conservata sotto la scorza di uomo d'affari pervenuto a una notevole posizione economica dal nulla, indurito dalla consapevolezza che per arrivare e, ancora di pi, per mantenere quella sua invidiata posizione, non doveva guardare in faccia a nessuno. Ordin al maneggione supplente, un altro giovane zappatore appena arrivato da Trani, di restare altri due giorni, lo ordin ad alta voce perch gli sposi sentissero, poi si rivolse direttamente a loro e disse: "Un giorno perch possiate vedere il Duomo e il Castello Sforzesco, l'altro perch saliate sul tram a fare tutto il giro della circonvallazione. Con cinquanta centesimi a testa vedrete quanto  bella e grande Milano pur con la nebbia al posto del mare".
Don Cagnola offr taralli zuccherati e vino a tutti i clienti, illustr che si trattava del famosissimo moscato di Trani, un bianco dolce che fu molto apprezzato dai clienti, quel giorno accomunati al parentado massicciamente presente, e tutti assieme facemmo festa agli sposi.
I barboni, inaspettatamente, avevano preparato un loro regalo di nozze. Manidifata aveva avuto tempestivamente l'incarico e carta bianca sulla scelta. Si era recato alla Rinascente dove, aiutandosi non poco, gli era capitato tra le mani, si fa per dire, un grande borsellino a due scomparti in tessuto fiorato Gobelin, chiuso da un lucente telaio in ottone con un'elegante chiusura a scatto, Dal cartolaio i barboni avevano comperato carta e nastrino e la confezione fu consegnata alla sposa e accompagnata da adeguate parole di augurio un po' dette e un po' fischiate da Sputasentenze che concluse il suo intervento recitando Nozze, la poesia di Olindo Guerrini che fece arrossire la sposa.

Le mie sorelle e le mie cugine erano eccitatissime, assaltarono zia Caterina di domande, quello stesso giorno e i successivi. Volevano sapere tutto di lei e di Trani, e tutto seppero ascoltando lunghe e lente dettagliate descrizioni.
Cos come Don Cagnola riusciva a farsi capire sintetizzando ci che intendeva in poche parole, Caterina di parole doveva dirne tre, quattro volte le necessarie. Cos come Don Cagnola diceva tutto d'un fiato, Caterina di fiato ne spendeva un'infinit prima di arrivare al dunque.
Tutto chiesero le mie sorelle e le mie cugine e tutto seppero, ma si tennero dentro la domanda fondamentale: "Come aveva potuto sposare un uomo che aveva conosciuto il giorno prima delle nozze, un uomo che voleva sposare sua sorella?". La domanda sarebbe comunque stata fuori luogo, perch zia Caterina era figlia del suo tempo e ai suoi tempi a Trani costumava cos.

I confronti di come si viveva a Trani e a Milano furono materia di ampie discussioni in casa mia e tra cugini. A Milano, per prima cosa, l'acqua c'era sempre. Al numero tredici di Via Sirtori, dove noi abitavamo, bastava scendere in cortile, aspettare il proprio turno, tirare e spingere avanti e indietro il manico della pompa e il secchio si riempiva. A Trani l'acqua nei cortili non c'era, Caterina e le sue sorelle dovevano andare a prenderla fino sulla piazza, lontano circa ottocento metri, dove c'era la fontanella dell'Acquedotto Pugliese, e se quel giorno e a quell'ora l'acqua c'era, dovevano mettersi in coda, litigare per difendere il posto, perch c'era sempre chi tentava di passare avanti, finch, finalmente, la si poteva attingere e poi trasportare a casa, e la fatica per procurarla era stata tale che la si usava goccia a goccia, tanto era considerata preziosa.
Sullo stesso piano, in fondo alla ringhiera, noi fortunati di Via Sirtori avevamo il cesso.  vero che eravamo in troppi a usarlo,  anche vero che l'acqua nel cesso non c'era e quindi era difficile tenerlo pulito, ma a Trani tutti si dovevano servire deI medesimo "prois", uno per famiglia, l'alto vaso di terracotta con due manici che bisognava versare nella botticella posta sul carretto che passava tutte le mattine.
Noi a Milano avevamo perfino la luce elettrica, bastava girare l'interruttore di ceramica e la luce si accendeva, avevamo un contratto a forfait, come tutti nel caseggiato, contratto che ci consentiva di tenere accesa una sola lampadina per volta da cinque candele, o in cucina o in camera da letto. Ma a Trani neppure nelle case del centro storico c'era la luce elettrica, c'era la lanterna a olio, un lumicino in confronto ai quale le nostre cinque candele parevano luce solare.
Mio padre tranviere aveva un posto fisso retribuito seicentosessanta lire al mese, il pane assicurato per tutta la vita, non altro, ma a Trani un posto fisso era riservato a pochi privilegiati. Forse ai due o trecento scalpellini che lavoravano nelle cave di pietra trani, una fortuna, nonostante fosse un lavoro durissimo, ma anche loro avevano una paga davvero striminzita, intorno a quattrocento lire, perch questa era la realt di Trani, dove erano troppi i disoccupati pronti a sostituire gli scalpellini che si permettevano di protestare.
Tutti gli altri proletari erano braccianti agricoli alla merc del massaro che, bont sua, concedeva l'ingaggio per un giorno, e quando si era docili e obbedienti si diventava favoriti, col risultato di riuscire a ottenere cento, centoventi giorni di lavoro all'anno: ci che significava mettere assieme s e no mediamente trecento lire al mese.
Ma a Trani c'era il mare e molti erano pescatori, nessuno di loro mangiava cefali, saraghi e sogliole, pesci pregiati destinati alla vendita, ma di sardine, triglie, seppie e cozze le loro famiglie ne avevano in abbondanza. Col mare, durante la lunga estate pugliese, non occorreva andare alle docce comunali, come dovevamo fare noi a Milano.
Tutti nel trani volevano sapere com'era il mare, ma il mare fu difficile da spiegare per la sposina che anneg in una descrizione complessa e confusa, dov'erano mescolate onde, schiuma, maree, tanta acqua salata fin dove gli occhi potevano vedere e dentro l'acqua salata i pesci, piccoli, grandi e grandissimi, dalle alici agli squali, e sopra il mare stavano le barche con dentro i pescatori. Nel mare, ci disse la sposina, scoppiavano le burrasche e le onde diventavano alte parecchi metri, erano violente e mettevano in pericolo le imbarcazioni piccole e grandi che erano travolte e affondavano. I pescatori annegavano come era capitato al marito e al figlio maggiore di Commare Maria Teresa.
Ero attratto dal mare, avevo una gran voglia di vederlo, avevo l'impressione che mi mancasse, che fosse anche mio e che mi fosse stato sottratto. Lo vidi poi il mare e proprio a Trani, a quattordici anni, come pi avanti racconter.

La sposina aveva portato da Trani alcuni cibi che a Milano mancavano, come le aveva assicurato Don Cagnola. Un pacco di fichi con dentro le mandorle, forse in segno augurale di prolificit, seccati sul tetto a terrazzo della casa dove abitava, un vasetto di olive nere, un altro vasetto di "lambasciaune" sott'olio d'oliva, un pacchetto di carteddate, dolcetti fatti con pasta di farina fritta, sagomati in modo da poter contenere un po' di vino cotto, dolcissimi. Erano fragili e appiccicosi, ne feci una scorpacciata e prolungai il piacere leccandomi ripetutamente le dita.
La sposina don tutto fin che ne ebbe, con tanta generosit e generosa mia zia fu sempre.
L'assaggio dei "lambasciaune" mise in luce un fatto che l'angosciava non poco. Ci raccont che a Trani i suoi familiari, le amiche e i parenti erano tutti contenti che si sarebbe maritata a Milano con un tranese: "nu bravo giovine fadigatore", che aveva l'invidiata "posizzione" di maneggione responsabile di un trani del pi che noto Don Cagnola, che apprezzava il giovane Nicola al punto di offrirsi come compare d'anello e quindi garante.
Tutti erano contenti meno nonno Ferdinando, e questo soltanto a causa di un equivoco che non ci fu verso di chiarire.
Nonno Ferdinando era testardo, vecchio, quasi sordo e senza denti, tanto che per questo da molti anni ormai poteva nutrirsi principalmente di pancotto, come del resto facevano tutti i vecchi poveri di Trani. Tutti erano senza denti e senza colpa perch i denti non li potevano tenere puliti mancando l'acqua. Nonno Ferdinando viveva in famiglia, ma nella realt a causa della sordit si era pressoch isolato. Passava giornate intere senza dire parola e non capiva ci che gli dicevano.
L'equivoco nacque quando Don Cagnola disse che a Milano non c'erano n lambasciaune n fichidindia e questo nonno Ferdinando l'aveva capito, ma ci diede una sua irrazionale interpretazione. Lambasciaune e fichidindia a Trani abbondavano anche nelle mense dei poveri, i fichidindia chi li voleva li poteva cogliere, ce n'erano a volont per tutti e per questa ragione il nonno dedusse che i milanesi dovevano essere ancora pi poveri dei tranesi, se mancavano perfino dei fichidindia e dei lambasciaune. Questa sua errata interpretazione fu capita quando esclam per la prima volta, scuotendo ripetutamente il capo:
- Povera gente, neppure i fichidindia tengono "li milanois!" Povera Caterina. Chi te lo fa fare di maritarti a Milano, dove neppure i lambasciaune e i fichidindia tengono.
Intervennero un po'tutti prima o poi e in diverse maniere per spiegare al nonno gridandogli nelle orecchie che i fichidindia a Milano non c'erano per ragioni climatiche e non per la povert della gente. Che a Milano faceva freddo, troppo freddo per i fichidindia. Ma tutto fu inutile. Il nonno non credette e continu a ripetere con l'angoscia nella voce:
- Povera gente! Poveri "milanois" che neppure i fichidindia tengono.

Fu Sputasentenze a trovare il soprannome a mia zia. La chiam "Sciura Casti Connubi", nome che poi ognuno storpi a suo piacere. Oggi devo dire che quel soprannome, allora piuttosto oscuro, era azzeccato appieno.
Papa Pio XI aveva appena pronunciato l'enciclica Casti Connubi che ordinava ai cattolici di fare l'amore soltanto per fare figli, e i parroci, alle prediche domenicali, ci davano dentro. Mussolini era perfettamente d'accordo con Sua Santit, aveva appena realizzato la Conciliazione fra Stato e Chiesa con la sottoscrizione dei Patti Lateranensi, e di figli ne voleva tanti, voleva donne prolifiche, formose e prosperose, massaie rurali, feconde fattrici che contribuissero fascisticamente alla realizzazione del suo ambizioso progetto di mettere assieme al pi presto otto milioni di baionette.
Tutto era peccato per mia zia. Quando nel trani parlavano di sesso lanciava sguardi severi e si allontanava accelerando al massimo la sua lenta andatura. Arriv a invitare Valentino a non mostrare le riviste che mettevano in evidenza le lunghe e nude cosce delle scandalose signorine Grandi Firme disegnate da quello sporcaccione di Boccasile9.
"Casti Connubi" era timorata di Dio. Mio zio anche. Erano entrambi talmente timorati che mi sento di scommettere che mio zio non ha mai visto sua moglie nuda. Credo anche che se talvolta gli  venuta questa voglia se l' repressa, si  sentito vizioso, tentato dal demonio e ha chiesto perdono a Dio segnandosi ripetutamente. Credo infine di non essere lontano dalla realt pensando zia "Casti Connubi" mordersi le labbra e stringere i pugni per nascondere l'orgasmo al marito, tanto l'avevano educata a vergognarsene.
Fecero quattro figli sul letto della camera che la zia aveva fatto rigirare da tutte le parti, grazie all'intervento di quattro volonterosi che nel trani non mancavano mai. Il risultato definitivo fu che le ante di destra dell'armadio finalmente si aprirono, ma a scapito di quelle di sinistra che rimasero chiuse per sempre.

Don Cagnola aveva investito un patrimonio per attrezzare la cucina del trani ricavata nel locale precedentemente usato come retrobottega. Compr posate, piatti e pentole, ma ci che fece scalpore in tutto il quartiere furono la cucina economica e la ghiacciaia. Moltissime donne vennero ad ammirarle.
La cucina economica era enorme, prevalentemente di ghisa, funzionava a carbone, era insaziabile tanto ne bruciava. Aveva tre fuochi e un forno. Si potevano cucinare contemporaneamente risotto, arrosto, patate e bollito, quattro cibi, e in pi c'era anche inserito un serbatoio che rendeva sempre disponibile acqua calda. Sollevavi il coperchio di rame, intingevi il mestolo e ottenevi acqua calda. Un miracolo eclatante della tecnica moderna.
La ghiacciaia era semplice, bastava inserire mezza forma di ghiaccio tutte le mattine in sostituzione di quello del giorno prima che si era liquefatto, e la carne, il burro e il latte erano perfettamente conservati.
Mettere la cucina in grado di accontentare i clienti cre parecchi problemi perch la zia era esperta e volonterosa, capace nonostante la giovane et, ma la mamma sua le aveva insegnato a fare e cucinare le "strascinate", le orecchiette al sugo di seppia, capperi e pomodoro, ma non il risotto con lo zafferano, quella strana polvere color rosso smorto che le destava diffidenza. Caterina mai aveva sentito parlare del "risott cun la luganega". Era in grado di buttare l pasta e ceci condita con olio d'oliva e pepe, ma la clientela esigeva il minestrone di riso coi borlotti e voleva vedere dentro e gustare i saporosi pezzetti di lardo. Caterina poteva spinare le sarde, impanarle, farle alla brace, ma di pesce a Porta Venezia non ce n'era e gli avventori del trani, il solo pesce che conoscevano era il baccal con la polenta e il baccal bisognava comperarlo, metterlo a bagno quarantotto ore prima, cambiare spesso l'acqua poi cucinarlo in umido, una procedura del tutto sconosciuta, cos com'erano del tutto sconosciute la "busecca" e la "cassoeula" alla "Sciura Casti Connubi". Il burro non l'aveva mai usato.
Rimedi mia madre che da quel giorno fu soprannominata la Petronilla10 del trani. Le spieg che "l'agghie" e la "cepodda" a Milano erano "l'ai e la scigolla", l'aglio e la cipolla. "Lu mmiere russe" era "el vin russ". Le "patane" erano "i patati", le patate; le "paparuole", i peperoni, a Milano erano i pevern, i cocumer e i peveron, i cetrioli e i peperoni. Le "vremococche" erano i "albicocc" e se i clienti le chiedevano "l'aperitiff", doveva servire lo "scazze cappetite". Mia madre dovette pregare ripetutamente zia Casti Connubi di non chiamare i signori clienti "chembb" che stava per compare, e neppure l'abbreviativo "mmb" ma "Sciur Cazzaniga, Sciur Valentino".
Fu brava la maestra e fu brava l'allieva, gli avventori aumentarono e cos gli incassi, tanto da provocare pi frequentemente pruriti e grattatine nelle orecchie di Don Cagnola e la Sciura Casti Connubi azzard dei connubi culinari. Sostitu il burro fuso sul merluzzo con il pomodoro, le olive, l'olio e il rosmarino.
Don Cagnola ebbe ragione anche stavolta. Pareva un errore la moglie tranese, sia per il ritmo troppo lento, sia per la parlata e sia come cuoca del trani. Ma Don Cagnola sapeva per passate esperienze che i tranesi, suoi conterranei, o suoi conterronei, come diceva Occhiodilince, oltre alla voglia di lavorare erano duttili, capaci di adattarsi. Don Cagnola sapeva che l'aria frizzantina di Milano, una manciata di gradi in meno rispetto a Trani avrebbe sveltito la sposa. Dopo pochi mesi, infatti, zia Caterina si era adeguata. Camminava a passo svelto e si faceva capire dicendo poche parole in fretta e persino in milanese, maestro mio zio.




6.
VESTIVAMO DA TRANVIERE

AI TEMPI del trani cominciavo a chiedermi che cosa volevo dalla vita. Non ero ancora in grado di rispondere con precisione, tuttavia ero gi sicuro di voler guadagnare tanti soldi per poterli spendere, incominciando con l'acquisto di una Legnano da corsa rossa. I soldi li volevo guadagnare onestamente per non finire in carcere come era capitato a Valentino, e mai mi sarei ridotto a mendicare.
Il proposito di guadagnare tanti soldi credo sia nato dalla volont di abolire dal mio dizionario la parola economia. In casa mia si faceva indigestione di economia. La frase: "No, bisogna fare economia", si intrufolava invadente in tutti i discorsi e distruggeva ogni progetto allettante. Ne ero ossessionato.
Mio padre allo stadio non mi poteva portare, neppure in occasione del derby tra Milan e Ambrosiana perch costava troppo; la "Gazzetta dello Sport", con le notizie del mio Milan, di Guerra e di Piemontesi, di Carnera e di Nuvolari, voleva dire venticinque centesimi sprecati; in Corso Genova, dove abitava un cugino simpatico, potevo benissimo andarci a piedi, una lira risparmiata, tra andata e ritorno; il gelato era un lusso riservato ai ricchi cos come la cioccolata, e non mi era chiaro perch, a me che ricco non ero, piacevano lo stesso; il fascicolo settimanale con i successi del poliziotto Nick Carter non era il caso di comperarlo, potevo benissimo farmelo prestare dal mio amico Nanni che aveva il padre Capo Drappello dei Vigili Urbani con uno stipendio di circa mille lire al mese.
Il solo extra per il quale i miei trovavano sempre i soldi era l'olio di fegato di merluzzo, considerato una spesa necessaria in quanto i bacilli di Koch, che allora imperversavano, si dileguavano appena ne sentivano l'orripilante odore.
Non  che i miei fossero spilorci. Seicentosessanta lire al mese erano davvero poche, anche se mia madre guadagnava qualche lira extra orlando gli occhielli per conto di una camiciaia vicina di casa. La sera si vedeva che mia madre era stanca dopo aver soddisfatto i bisogni del marito e dei tre figli: lavava la biancheria nel mastello di legno gi nel cortile due volte la settimana, stirava col ferro a carbonella, rammendava, scuciva e ricuciva su di una Singer semiarrugginita comperata d'occasione, rivoltava giacche e cappotti, cucinava per cinque su di un precario e puzzolente fornelletto a petrolio a una sola fiamma con preriscaldamento a spirito, che oggi anche il pi squattrinato tra i campeggiatori butterebbe in pattumiera, lavava posate, piatti, bicchieri e pentole con l'acqua trasportata su nei secchi dal cortile al secondo piano. La sera era stanca e tuttavia rubava qualche ora al sonno, si sedeva sul tavolo per sfruttare tutta la luce che le poteva dare la lampadina da cinque candele e orlava occhielli. Ognuno le era pagato cinque centesimi, quindi ne doveva orlare cinquantadue per poter comperare un chilo di pasta, trentadue per un chilo di pane, centottanta per il chilo di manzo occorrente per il tradizionale bollito domenicale.
In casa mia si facevano i conti tutti i giorni. Cento lire al mese per l'affitto, dieci per la luce elettrica, quindici per il petrolio. Ogni mese c'era un paio di scarpe da risuolare. Tutto il resto lo si spendeva per mangiare.
Mio padre tranviere riceveva dall'Azienda una divisa ogni due anni se ricordo bene, e mia madre aspettava con ansia la nuova per poter trasformare la vecchia in gonne per le mie sorelle o in calzoncini per me: noi crescevamo a vista d'occhio, tanto che gli indumenti e le scarpe dell'anno prima non ci andavano pi bene.
Aiutare mio zio nel trani signific anche guadagnare i primi soldi, se non teniamo conto che i primi in senso assoluto furono una lira e trentacinque centesimi ricavati dalla vendita di ramoscelli d'olivo la Domenica delle Palme.
La nostra parrocchia era Santa Francesca Romana e la domenica andavamo a messa, o pi precisamente a messa ci andavano le mie sorelle, perch io ero pi attratto da Corso Buenos Aires da dove potevo vedere il Resegone, dove incrociavo tanta gente bella ed elegante, dove c'erano da inspirare gli stimolanti odori che uscivano dalle pasticcerie, mangiare con gli occhi le torte, i bign e i cannoncini con la crema esposti nelle vetrine, vedere le persone che uscivano coi pacchetti, ammirare le altre vetrine piene di abiti di lusso per i grandi e per i ragazzi della mia et, scarpe, orologi e pellicce, guardar passare le carrozze trainate da splendidi cavalli e perfino qualche automobile. Una domenica ne contai addirittura tre, una pi bella dell'altra, e tutte e tre parcheggiate rasente i marciapiedi del primo tratto di Corso Buenos Aires tra Piazzale Oberdan e il ponte della ferrovia.
Un giorno pass una Bugatti a pi di cinquanta all'ora: era una grande berlina bicolore, bianca e blu e al volante c'era uno chauffeur con tanto di berretto a visiera e dietro due signori. Chiss chi erano quei due ricconi?
Un sabato pomeriggio, davanti al negozio dei Fratelli Lambertenghi, proprio dove io stavo passeggiando, si accost al marciapiede una Fiat 514 berlina nera nuova fiammante e io restai l ad ammirarla. Dal posto di guida scese un giovanotto che and ad aprire la portiera opposta per gentilezza alla bella signorina elegante e profumata che ne discese sorridendogli. Guardai meglio il giovanotto, era nientemeno che Levratto11, s era proprio lui, il calciatore che dicevano tanto potente da sfondare le reti con le sue bordate. Entrarono dai Lambertenghi, negozio davanti al quale mia madre si fermava a guardare i tessuti, ma non era mai entrata perch iI suo borsellino non glielo permetteva. Stetti ad aspettare che uscissero perch volevo chiedere a Levratto se era vero che sfondava le reti, nel frattempo guardai il nuovo modello Fiat da tutte le parti. Quando la coppia usc restai l impalato a guardare il famoso calciatore negli occhi, non osai porgli la mia domanda, lui qualcosa cap, mi sorrise e mi dette una grattatina nei capelli. Salirono e se ne andarono.
Ecco, ero convinto e i fatti mi davano ragione, che se qualcosa di bello doveva succedere al mondo, di certo sarebbe successo in Corso Buenos Aires che i vecchi chiamavano ancora Corso Loreto.
Nanni e Renatino non mi credettero, ma era evidente che nel dubbio mi invidiarono ugualmente. Dissi a Nanni che suo padre, con quei po' po' di stipendio, prima o poi una Fiat l'avrebbe potuta comperare. Nanni rizz le orecchie e dopo pochi giorni si era gi ben documentato. Mi disse che la Fiat 514 Berlina costava lire ventunmilacinquecento e che quindi non c'era niente da fare, tutta la sua famiglia sarebbe dovuta restare quasi due anni senza mangiare, senza pagare n l'affitto, n la luce, n la legna n il carbone per poterla comperare.
Non era passata una settimana che una sera i miei due amici erano ad attendermi seduti sul marciapiede di fronte al trani per dirmi che mentre io me ne stavo l con i barboni loro due, in Corso Buenos Aires, avevano visto passare ad alta velocit un'Alfa Romeo 1750 Gran Sport, proprio simile se non la stessa con la quale Tazio Nuvolari aveva vinto la Mille Miglia battendo Achille Varzi, con un'Alfa uguale, Caracciola su Mercedes e Arcangeli su Maserati. Posi loro tante domande trabocchetto per capire se era vero. Poi disputammo se era pi importante aver visto passare un'Alfa da corsa o stare a tu per tu con Levratto.

Quella Domenica delle Palme, davanti alla chiesa, c'erano parecchi carretti carichi di ramoscelli d'olivo e per ogni carretto c'erano tre o quattro commercianti che si davano da fare per vendere ai parrocchiani mazzetti d'olivo: quattro o cinque rametti tenuti assieme in qualche modo da uno pi piccolo a far da spago. Dai carretti erano caduti parecchi rametti e mi fu istintivo raccoglierne qualcuno, i migliori che trovai per portarli a mia madre.
Inaspettatamente un'anziana signora mi chiese quanto volevo per quel mazzetto. Non chiarii l'equivoco e realizzai la prima vendita della mia vita. Raccolsi altri rametti e li vendetti. Gli affari durarono poco, dato che la mia concorrenza, davvero sleale, fu presto individuata. Minacce e pedate scansate a fatica mi convinsero a desistere. Avevo incassato abbastanza, una lira e trentacinque centesimi e a me occorreva una lira e venti per realizzare il mio progetto.
Nulla dissi ai miei genitori e neppure alle mie sorelle: volevo sorprenderle. Separai le monetine mettendone una per ogni tasca e qualcuna l'avvolsi nel fazzoletto per timore che tintinnassero facendomi scoprire, in attesa del pomeriggio, quando sarei andato, come ogni domenica non piovosa, ai Giardini Pubblici con le mie sorelle.
Ci andammo tutti e tre vestiti coi nostri soli abiti della festa validi in estate come in inverno. Abiti piuttosto tristi perch gonne e pantaloni erano di tessuto color grigio scuro tinta unita e lasciavano vedere i segni delle molteplici scuciture e ricuciture. I nostri abiti erano insomma una specie di divisa, tanto che qualcuno poteva scambiarci per un gruppuscolo di ragazzacci scappati dal Riformatorio dei Barabitt, mentre eravamo bravi ragazzi promossi tutti gli anni, figli di un tranviere e di una casalinga che utilizzava le divise da tranviere per far quadrare il bilancio.
In stridente contrasto con gli abiti eravamo allegri, io pi di tutti, per via della sorpresa che avevo in serbo e guidai le mie sorelle di buon passo verso iI piazzale prospiciente i Bastioni, il pi vasto dei giardini, contornato da stupendi ippocastani in piena fioritura. Francesca e Nannina mi chiesero ripetutamente perch correvo e io rispondevo: "Vedrete, oggi per voi c' una sorpresa". Ci andammo, ai giardini, attraversando come sempre un tratto dei Bastioni facendoci largo tra la folla di servette e di soldati veneti che l si davano appuntamento la domenica pomeriggio, durante le poche ore di libera uscita concesse dai loro padroni e dagli ufficiali. Ascoltavamo saluti e battute venete ripetendole e scherzandoci sopra: "Odo", "Tasi", "Te ga visto?", "Ciao vecio".
Le mie sorelle si chiesero quanti matrimoni si sarebbero combinati quel giorno, tra veneti, sui Bastioni di Porta Venezia. Chiss da chi, quando e perch quel posto era stato scelto come luogo d'incontri.
Sul piazzale pi grande dei giardini la Centrale del Latte aveva installato un chiosco, numerosi tavolini e sedie metalliche verniciate di bianco e quando arrivammo dissi che potevamo sederci, che avevo i soldi e che quindi, quel giorno, finalmente, non ci saremmo limitati a guardare gli altri bere il latte e mangiare i savoiardi, i ricchi, come noi li consideravamo quando li guardavamo con invidia.
Mi sedetti e misi sul tavolo i soldi frugando in tutte le tasche ed estraendo una monetina dopo l'altra, una lira e venti pi dieci centesimi di mancia.
Francesca e Nannina erano sorprese e spaventate. Restarono in piedi perch prima di sedersi volevano sapere dove avevo preso i soldi. Raccontai l'episodio dei ramoscelli d'olivo. Nacque una discussione, loro in piedi e io seduto. Mi rimproverarono duramente. Per me si era trattato di una birichinata, per loro mi ero comportato da "ligera", da teppista. A mio avviso, avendo raccolto i ramoscelli per terra, questi non avevano n proprietari n valore, per loro, invece, avendoli venduti e ricavandone denaro, un certo valore ce l'avevano.
Interruppe il litigio l'arrivo di un cameriere che ci squadr senza dir parola con gli occhiali abbassati verso la punta del naso. Col suo silenzio sottoline chiaramente che eravamo un ben strano terzetto, uno seduto e due in piedi.
- Tre bicchieri di latte coi biscotti, - ordinai - e il resto mancia - dissi indicando la lira e trenta bene in vista sul tavolino.
Il cameriere prese i soldi, si sistem gli occhiali e se ne and. Insistetti e finalmente Francesca e Nannina si sedettero, o quasi, dato che Francesca occup soltanto uno striminzito angolino della sedia che meno di cos non avrebbe potuto. Tacquero, finalmente. Il cameriere ci port l'ordinazione e quando si allontan cercai di allentare la tensione esclamando:
- Oggi siamo "sciambagnaune a la faccia dei carrecchiane".
Francesca e Nannina accolsero freddamente la mia battuta in pessimo tranese, segu un altro lungo silenzio e io avevo gi mangiato e bevuto tutto quando le mie sorelle incominciarono a sorseggiare il latte.
Quella che secondo i miei progetti doveva essere una sorpresa allietante il pomeriggio domenicale fu invece un disastro. Mandai a quel paese le mie sorelle e me ne andai in giro da solo percorrendo pi volte i giardini, da Via Manin a Piazza Cavour, da Corso Venezia ai Bastioni Spagnoli. Passai il pomeriggio rigirandomi tra le mani la sola monetina che mi era rimasta e meditando su quanto era labile e impalpabile il confine tra il lecito e l'illecito, e come lo si poteva attraversare senza neppure accorgersene.
Come sempre fui molto generoso con me stesso, dicendomi che quello che avevo fatto quel mattino lo avevo fatto sia per esorcizzare l'economia, il ritornello ricorrente in casa mia pi del "Solo per te Lucia...", sia per sorprendere le mie sorelle che, peraltro, di sedersi alla latteria ne avevano una gran voglia.
Provai a giudicare il mio operato come se non fosse stato compiuto da me: cos mi aveva insegnato mia madre, dicendo che non dovevo essere severo con gli altri e tollerante con me stesso. Rimasi convinto che le mie sorelle erano state troppo severe. Mi ripromisi tuttavia di non prendere pi decisioni affrettate, come avevo fatto quel mattino, e di frenare la mia istintiva voglia di sorprendere, difetti che malgrado i buoni propositi mi hanno inseguito per tutta la vita.
Dopo l'episodio dei ramoscelli d'olivo mi attenni sempre al proposito di non commettere azioni che mi avrebbero condotto in carcere o ridotto a mendicare, ma le cose andarono diversamente: conobbi il carcere e mendicai, pur comportandomi sempre onestamente. Al due di Via Filangieri ci andai, catturato come partigiano secondo il mio punto di vista, come bandito secondo quello della Gestapo. Non solo ci andai, al due, ma quando fui dentro mi auguravo di stare con Valentino nel Raggio dei detenuti cosiddetti "comuni", perch ladri e assassini non correvano il rischio di essere scelti per la fucilazione, come avveniva nel Raggio di noi detenuti "politici", per rappresaglia dopo un'azione partigiana. Ladri e assassini non correvano neppure il rischio della deportazione in un Lager di sterminio, destino riservato a noi detenuti politici, tanto che da San Vittore fui trasferito a Mauthausen, dove mi salvai soltanto per un cumulo di fortunate circostanze.

Il 5 maggio 1945 il campo di sterminio di Mauthausen fu raggiunto e occupato dalla 11a Divisione della 3a Armata americana del generale George Patton. Io ero uno dei circa sedicimila sopravvissuti, dei quali trecentoquaranta italiani sugli ottomila deportati.
Ero uno dei pochi italiani in grado di reggermi in piedi, pesavo trentanove chili, come aveva accertato l'ufficiale medico americano. Stavo sempre con due amici inseparabili, Andrea e Ambrogio. Andrea, un Padre Filippino, assisteva i malati gravi, non soltanto spiritualmente, e per questo ci invit a darci da fare per organizzare qualcosa da mangiare, adatto a dei denutriti, possibilmente latte e uova.
Ambrogio aveva le gambe gonfie per l'edema da fame, le mie ginocchia si piegavano per la grande debolezza. Tutti e tre eravamo d'accordo che dalle suorine benedette non potevamo tornare, dato che tutto quanto potevano darci ce lo avevano gi dato.
Uscimmo dal Lager da una breccia nel filo spinato, eludendo la disattenta sorveglianza delle sentinelle americane, poi camminammo gi dalla collina in cima alla quale c'era il Lager. Ci dovevamo allontanare il pi possibile per trovare dei cascinali non ancora raggiunti dai molti altri compagni di deportazione, e ci per avere maggiori possibilit di ottenere aiuti.
Avremmo chiesto l'elemosina di un po'di latte, pane, uova. Proprio ci che mi ero ripromesso di non fare mai. Non ero il solo. La guerra nazista aveva ridotto all'elemosina una buona parte di noi europei. In Austria c'eravamo noi, sopravvissuti di Mauthausen, ma c'erano anche decine di migliaia di prigionieri di guerra di ogni nazionalit, c'erano tedeschi e austriaci, profughi dai Paesi dell'Est europeo dov'erano residenti, che avevano preceduto l'esercito tedesco nella sua ritirata verso occidente per sfuggire ai temuti russi, e infine c'erano anche migliaia di soldati tedeschi sbandati in cammino per raggiungere le loro case ed evitare cos la prigionia, tedeschi che s'erano liberati delle loro divise ma che, in molti casi, avevano conservato le armi con le quali era pi facile ottenere qualcosa da mangiare.
Ambrogio e io vagammo tutto il giorno da un cascinale all'altro, con soste sempre pi frequenti per tentare di recuperare un po' i forze. Ci appoggiavamo con la schiena agli abeti gustando la piacevole sorpresa di essere vivi e liberi, e la vita e la libert erano palpabili nei profumi di primavera, nei prati in fiore, nell'odore dei campi, nel verde scuro e intenso dei boschi di abeti allineati e inquadrati ordinatamente come se appartenessero a un loro esercito, forse per ricordarci che eravamo in Austria, il paese dei crucchi. Avevamo finalmente la possibilit di guardare lontano da ogni parte senza vedere n sentinelle n filo spinato e neppure il fumo del crematorio di Mauthausen, di non sentire pi l'acre e greve odore di carne umana bruciata.
Eravamo troppo stanchi per poter tornare nel Lager prima di notte e tornare non potevamo neppure con una sola bottiglia di latte, otto uova e circa mezzo chilo di pane. Puntammo verso un grande cascinale, sei o sette costruzioni in muratura e in legno che vedevamo in fondo al vallone, in prossimit del Danubio, forse a un chilometro da noi. Ci trascinammo lentamente e quando finalmente arrivammo ci trovammo di fronte cinque o sei giovani in carne, che stavano l, armati, all'entrata del cascinale proprio per difendere i loro beni da noi, ma bastava guardarci per capire che non occorreva difesa alcuna, malmessi e disarmati come eravamo.
- Bitte ein bischen brot - dissi loro allungando la mano. - Per favore un bocconcino di pane, noi Lager Mauthausen - dissi indicandoci uno dopo l'altro.
- Ma ti te set el Sergino! - esclam uno di loro venendo verso di me.
Chi mi aveva parlato mi era del tutto sconosciuto, cos mi parve in quel momento, e neppure afferrai quel che mi aveva detto n in quale lingua. Certo non era n tedesco, n polacco, n francese, n russo, le lingue parlate in Austria in quei giorni, eppure quelle parole qualcosa mi ricordavano. Ma che cosa?
Non so che mi accadde poi, se non che me ne stetti l a guardare chi mi aveva parlato senza aprire bocca. Poi mi si piegarono le ginocchia e cercai di sedermi.
- Sergino! - mi ripet lo sconosciuto sorreggendomi. - Sun mi, sun mi, el Vitori, el pitur!
Ci volle del tempo prima che riuscissi a connettere ma quando capii provai una grande emozione e svenni.
Ricordando l'episodio a distanza di tempo mi emoziono ancora come mi emozionai leggendo la storia dell'incontro tra David Livingstone e Henry Stanley, il giornalista mandato alla ricerca dello scomparso esploratore scozzese quando si incontrarono a Ujiji, nei pressi del lago Tanganika.
- Il dottor Livingstone, suppongo! - fu tutto quanto pot dire Stanley. Un semplice assenso del capo e un lieve tocco al berretto, la sola risposta di Livingstone.
Le grandi emozioni sono avare di parole.
Quando rinvenni ero steso su di un divano in un'ampia Stube; Vittorio e Ambrogio mi stavano intorno, ma c'era anche una prosperosa signora biondissima con i capelli raccolti all'indietro da un nastrino in velluto verde. Frau Ingrid, come mi si present, mi porse una grande tazza di caff e una fetta di pane nero spalmato di margarina e miele, tanto miele e tanta margarina di una grande bont.

Vittorio, el pitur, era un imbianchino cliente e fornitore del trani di Via Lambro. Un tipo energico, lavoratore instancabile, faceva l'imbianchino ma era un vero jolly: sapeva fare tutto e bene. Imbiancava, verniciava, aggiustava porte, saracinesche e serrature, perfino quelle con le chiavi piccole e complicate, che i ladri frequentatori del trani di Via Lambro non erano capaci di scassinare, riparava anche le stufe, i fornelli a petrolio e gli interruttori elettrici. Don Cagnola lo utilizzava per tutte le occorrenze di tutti i suoi trani.
Vittorio era un uomo leale, aperto e sincero, amico di tutti. Gli si leggeva in faccia ci che aveva nel cuore. Nel trani non ebbi con lui particolari rapporti, e ci che avvenne di lui quando ci perdemmo di vista me lo raccont durante quelle ore.
Richiamato alle armi negli alpini fece tutta la Campagna di Grecia, poi la sua divisione fu trasferita in Jugoslavia dove, pochi giorni dopo l'8 settembre 1943, quando Badoglio fece l'Armistizio con gli alleati, tutto il suo reggimento fu disarmato dai tedeschi, caricato su vagoni merci e mandato in un Lager per prigionieri italiani presso Perg, in Austria. Anche nel Lager Vittorio si rese utile e proprio per questo fu scelto dal Gauleiter dell'Oberdonau in persona per essere destinato con altri nove prigionieri di guerra di altre nazionalit a una grande fattoria dove non c'erano pi uomini, tutti al fronte o morti, com'era il caso del padrone della fattoria, caduto sul fronte di Leningrado. La fattoria era talmente ricca che alla fine della guerra c'erano ancora una ventina di mucche e cinque vitelli, un centinaio di galline, di oche e di conigli.
La vedova del sottufficiale morto in guerra si accorse presto di poter contare su Vittorio che da imbianchino seppe trasformarsi in capace agricoltore, valido nelle stalle come nei campi. Vittorio, senza volerlo, si trov a dirigere gli altri nove prigionieri, impar quanto bastava di tedesco per giocare coi due ragazzini che gli si affezionarono. Infine, mi disse Vittorio e c' da credergli, una notte si trov Frau Ingrid nel letto.
Quando penso a un momento di grande benessere, mi ritrovo la pancia piena di miele e margarina nella vasca da bagno, con Vittorio che mi striglia fraternamente riuscendo a togliermi di dosso il catrame nazista che mi stava appiccicato da mesi.
Ero talmente debilitato che non potevo lavarmi da solo e non mi riusciva neppure di uscire dalla vasca senza l'aiuto di Vittorio, che mi rivest a nuovo, e quello che fece a me lo fece con lo stesso amore ad Ambrogio che aveva appena conosciuto.
Ambrogio ed io spiegammo a Vittorio qual era la nostra missione ed egli la tradusse alla gentile Frau Ingrid che stermin prontamente innumerevoli polli e conigli, li cucin allo spiedo nel grande camino della "stube", diffondendo eccitanti odorini di carne arrosto scordati da anni.
Vittorio ci volle accompagnare al Lager e per strada confid il suo proposito. Restare con noi nel Lager per poter rimpatriare con noi ex deportati politici che, a causa delle nostre disastrate condizioni fisiche, saremmo stati rimpatriati con precedenza rispetto agli ex prigionieri di guerra di ogni nazionalit europea, decine di migliaia di uomini presenti in Austria.
Nulla aveva detta a Frau Ingrid del suo proposito. A me e ad Ambrogio il suo progetto parve una follia. Non aveva senso lasciare Ingrid senza una spiegazione n lasciare quel ben di Dio per tornare in Italia dove c'erano ad attenderlo fame e miseria.
Vittorio ribad la sua decisione. Riteneva meglio evitare spiegazioni con Frau Ingrid. Voleva tornare al pi presto a Milano dove aveva moglie e due figli suoi ad attenderlo. Il pi piccolo non l'aveva ancora visto se non in fotografia. Ingrid sapeva della moglie e dei figli e avrebbe capito. Acconsentimmo, ci fu facile procurargli un Ausweis, il documento che ci avevano fornito gli americani, utilizzando quello di un compagno morto pochi giorni prima. L'Ausweis legalizzava il suo rimpatrio con noi.
Sennonch due giorni dopo, l'avvocato Pugliesi, che noi italiani avevamo nominato nostro rappresentante, venne a dirci che noi tre eravamo attesi fuori del portale. Erano Frau Ingrid e i due bimbi. Ingrid gli parl e pianse, i ragazzini gli si aggrapparono e non lo mollarono fino a quando non ripart con loro. Una scena inaspettata e straziante. Frau Ingrid lasci un cesto colmo di ogni ben di Dio per noi affamati insaziabili. Apprezzammo la sua sensibile generosit e ci vergognammo non poco. Frau Ingrid, cos come le suorine austriache, ci aveva mostrato che c'era un'altra Austria, ben diversa da quella conosciuta nel Lager e questo influenz certamente la nostra determinazione di non fare di tutta l'erba un fascio. Non tutti gli austriaci e non tutti i tedeschi erano criminali nazisti.
Vittorio, prima di seguire Frau Ingrid con un bimbo in braccio e l'altro per mano, mi fece promettere che lo avrei avvertito qualche ora prima della partenza per l'Italia. Sarebbe rimpatriato con noi, non aveva incertezze, a Ingrid avrebbe spiegato.

Il racconto della prigionia di Crapapelada mi era tornato in mente appena il treno merci s'era fermato alla stazione e attraverso il finestrino avevo letto Mauthausen scritto in grandi caratteri gotici. Mi venne in mente ci che aveva detto Crapapelada nel trani di Via Lambro molti anni prima della sua prigionia a Mauthausen: i prigionieri erano rispettati, i pacchi viveri inviati dalle famiglie erano distribuiti intatti ai prigionieri e, infine, gli austriaci attraverso i reticolati chiedevano e ottenevano dai prigionieri italiani l'elemosina di un po' di pane. Ne fui rincuorato e lo dissi ai miei compagni. L'illusione di una prigionia umana e civile dur finch spalancarono i portelloni e vedemmo di fronte a noi le SS urlanti con i cani pastori tedeschi visibilmente ansiosi di azzannarci.
La speranza, anche in quella circostanza ultima a morire, dur per tutto il tragitto, qualche chilometro di salita fino in cima alla collina, continuamente sollecitati a camminare pi svelti dai calci dei fucili che le sentinelle picchiavano sulle teste e sulle schiene di chi di noi capitava loro a tiro e dai cani che azzannavano braccia e gambe di chi non riusciva a stare perfettamente incolonnato.
Quando vedemmo le altissime mura della fortezza che doveva inghiottirci fu un altro duro colpo. Era evidente che quegli imponenti muraglioni non erano stati costruiti per custodire dei semplici prigionieri. La speranza infine si ridusse al lumicino quando un italiano - che nel Lager c'era gi - ci disse brutalmente che dei cinquecento italiani arrivati un mese prima la met erano gi passati per il camino del crematorio e che eravamo in un Lager di sterminio dove morire era prescritto. Concluse che la guerra stava per finire e quella era la sola possibilit di sopravvivenza alla quale aggrapparci.
Eppure, mi ripetevo, Crapapelada non aveva mentito, avevo visto e letto due articoli del "Corriere" che si teneva nel portafogli e che parlavano della vita dei prigionieri nel Lager di Mauthausen, un nome che non si poteva confondere con alcun altro.
Dovetti arrendermi, il nazismo, dal 1933 al potere, aveva trasformato in pochi anni i carcerieri da uomini civili quali erano le sentinelle del Lager durante la guerra del 1915-1918 in feroci assassini. Noi deportati non potevamo scrivere ai nostri e di pacchi viveri mai ne vedemmo, i nostri familiari non sapevano neppure se eravamo ancora vivi n dove. I pacchi viveri li ricevemmo per la prima volta dalla Croce Rossa Internazionale pochi giorni prima della fine della guerra, quando permisero finalmente agli svizzeri della Croce Rossa di entrare nel Lager.

Una delle prime cose che feci quando rimpatriai, fu di recarmi al "Corriere" dove feci passare l'annata del 1915 e quella del 1916 finch trovai i due articoli: erano del 2 e del 4 dicembre 1916. Il "Corriere della Sera" aveva mandato un giornalista a Como, certo R.S., a intervistare gli invalidi rimpatriati. Ebbene, ebbi tutte le conferme. Ricopiai gli articoli (allora non c'erano le fotocopiatrici) e li feci leggere ad Ambrogio e a Vittorio che rimasero trasecolati. Incredibile la differenza tra le due prigionie. Ecco un estratto di quegli articoli scritti da R.S.

"La vita a Mauthausen per quelli che vi rimangono scorre lenta e uguale. Le baracche degli ufficiali sono comode e pulite. Le costruirono i nostri soldati che vivono in baracche poco lontane ma che coi loro superiori non possono avere il bench minimo rapporto. Solo un cappellano militare pu frequentare gli uni e gli altri e di lui gli ufficiali si servono per far pervenire ai soldati i loro soccorsi. Perch,  necessario ripeterlo, i soldati che non ricevono pacchi dalle loro famiglie, vivono in grande privazione di ogni cosa pi necessaria. Per provvedere a questi disgraziati si  costituito nel campo di Mauthausen un Comitato di ufficiali presieduto da un colonnello, Comitato che riesce a raccogliere ogni mese da tre a quattromila corone per provvedere pane e indumenti. E poich i bisogni sono grandi ogni provvidenza viene escogitata. La baracca n. 13, per esempio, ha organizzato un'esposizione di lavori di intarsio e di intaglio. Espositori gli ufficiali e contemporaneamente visitatori e acquirenti. L'incasso fu di quattromila corone delle quali duemila-trecento raccolte nella baracca n. 5 con una piccola esposizione di quadri.
"I pittori non mancano. Ce n' uno illustre, il Sartorio, caro a tutti, sempre sereno. Per non addolorare gli altri egli si adopera sempre per aiutare i suoi compagni. Ha dipinto le salette di convegno degli ufficiali.
"Per i prigionieri furono giorni di angoscia quando i bollettini di guerra austriaci vantavano rotte le nostre linee nel Trentino. Vissero ore di angoscia quando intorno al reticolato di fil di ferro le sentinelle burbanzose li guardavano con scherno non dissimulato. Talora assumono un altro aspetto meno superbo queste sentinelle quando chiedono pane ai prigionieri e allungano tra i fili di ferro le baionette per infilzare qualche fetta di pane, generoso dono dei nostri che non diguazzano certo tra abbondanze pantagrueliche. Non sono soltanto le sentinelle a chieder pane ma anche vecchi scarniti e fanciulli macilenti.
"Tra i rimpatriati c' l'aviatore Signorini anche lui mutilato, il famoso pilota che aveva bombardato Fiume danneggiando il Gasometro, il Silurificio e l'Arsenale dei sottomarini con tanta precisione che dopo un mese il Silurificio non poteva ancora funzionare. Una squadriglia austriaca si alz in volo per contrastarlo e lui l'affront abbattendo un idrovolante, ma poi fu colpito da uno shrapnel, precipit e cadde su di un bosco di pini, si salv malconcio, fu catturato. Il Borgomastro di Budapest ebbe parole di ammirazione per il suo coraggio. Perfino un generale austriaco volle stringergli la mano, elogiarlo, e gli assicur che avrebbe segnalato le sue prodezze e il suo coraggio al proprio governo."

Vittorio, la prima cosa che fece appena tornato a casa fu di raccontare tutto quanto alla sua Rosetta. Non era uomo da tenere nascosto alcunch. Si sarebbe vergognato a farsi passare per un povero ex prigioniero che aveva sofferto la fame. Fatta la confessione ottenne la promessa che di Frau Ingrid non avrebbero mai pi parlato e cos fu.
Vittorio fece la sua parte di farne e di miseria, come quasi tutti noi italiani nell'immediato dopoguerra. Tir su le maniche, riprese a lavorare e si costru il suo benessere con onest, intelligenza e intensa attivit.
Ci vedemmo spesso con Rosetta e Vittorio. Dopo vent'anni lui teneva ancora nel portafoglio l'Ausweis, e dopo vent'anni Rosetta si tormentava ancora per Frau Ingrid, tanto che aveva sempre voglia di vedermi e ogni volta cercava e trovava il modo di starmi vicino per chiedermi ancora una volta com'era Ingrid, qual era stato il rapporto col suo Vittorio, quanto era durato, l'intensit, se lo amava e se era riamata, se era bella, com'era fatta, se era ricca, se voleva tenersi Vittorio per tutta la vita, cos'era stata per Vittorio e perch Vittorio era ritornato da lei.
Io ero sempre in grande imbarazzo, cercavo di evitare l'argomento ma poche volte ci riuscii. Poco sapevo del rapporto tra Ingrid e Vittorio. Le mie condizioni fisiche e psicologiche di allora erano quelle di un debilitato, privo di ogni stimolo sessuale e per questo neppure in grado di guardare e di giudicare come un uomo normale vede e giudica una donna. Ingrid era bella? Non lo sapevo davvero. Era in carne, ben nutrita, prosperosa, di questo ero sicuro. Era gentile e generosa, ce lo aveva provato. Era ricca, questo s.
Insomma, Rosetta dopo oltre vent'anni soffriva come se il torto, il solo torto che Vittorio le aveva fatto, fosse avvenuto pochi giorni prima, come se la relazione fosse ancora in corso. Soffriva anche perch non poteva odiare la rivale. Si sentiva debitrice perch con ogni probabilit Vittorio non sarebbe tornato se non fosse stato tolto dal Lager dei prigionieri di guerra dove molti italiani morirono di fame e per epidemie.
Rosetta soffriva una gelosia irrazionale che non considerava attenuante che ci che era accaduto oltre vent'anni prima, all'estero, con una straniera della quale Vittorio non sapeva pi nulla, lo si doveva a uno stato di necessit, a circostanze eccezionali.
Difesi sempre Vittorio. Un giorno tentai persino di convincere Rosetta con gli argomenti di Barabba, l'ebreo di Malta di Marlowe, quando cerc di discolparsi dicendo: "S, ho commesso fornicazione, ma avvenne all'estero e la ragazza  poi morta".
Neppure questo serv.





7.
I SOVVERSIVI

LE BARZELLETTE stavano nel trani come il cacio sui maccheroni e quando riguardavano il regime fascista o il capo del governo Benito Mussolini mio zio fingeva di non ascoltare, se erano buone tratteneva a fatica la risata, poi invitava bonariamente l'interessato a cambiare discorso.
Lucio, il barbiere, era il barzellettiere principe, quello che le sapeva raccontare, mimare e che era perfino in grado di imitare decentemente il De Rege che faceva il balbuziente12. Un mattino entr e disse che era accaduta una disgrazia. Il suo volto pallido e scarno era ancora pi triste e serio del solito e tutti tacquero creando un silenzio davvero inconsueto nel trani. Qualcuno gli chiese che era successo e Lucio disse che Mussolini era partito in aereo da Roma per Vienna, quel mattino verso le sette. Un disastro! concluse, poi ordin un marsala. " precipitato l'aereo?" gli fu chiesto da pi voci. "No" rispose Lucio e dopo una ben studiata pausa butt l: "La disgrazia sta proprio in questo". Ci fu un'esplosione di risate che batt il fragore della bomba che era scoppiata al Diana. Mio zio non riusc a trattenere le risa, poi si fece serio e l'ammon. Ma la barzelletta vera fu che mio zio ed io fummo poi costretti a risentirla almeno altre trenta volte da avventori che la preannunciavano come assolutamente nuova.

Mio zio si rese conto che la raccomandazione di Don Cagnola ("Stattene accorto ai sovversivi") era davvero un grosso problema quando un mattino Don Cagnola arriv con un tizio vestito di marrone scuro, con un cappello nero a larghe falde che non si tolse mai e che scrut in viso, intensamente, le sopracciglia aggrottate in una faccia feroce, uno dopo l'altro, tutti i presenti. Capirono tutti chi era costui perch "el spussava de pul luntan un chilometer", come disse Bruntula appena l'interessato usc, ma tutti ne avevano gi avuto conferma quando Don Cagnola gli aveva indicato, uno dopo l'altro, i quattro cartelli affissi con su scritto che era proibito parlare di politica e forse quel braccio teso con l'indice puntato voleva proprio mettere in guardia la sua clientela.
Don Cagnola, quel mattino, mi invit a provvedere io a evadere le ordinazioni, disse a mio zio: "Assettati", offr da bere al "pul", ma questi nulla accett. Lo zio assicur che di sovversivi nel trani non ce n'erano, disse e mostr che i presenti seduti ai tavoli erano innocui barboni, indic i pochi rimasti perch, nel frattempo, molti se l'erano filata. A domanda mio zio rispose che gli altri clienti, quelli che bevevano al banco, erano onesti lavoratori: artigiani, muratori e operai. "El pul", che fino a quel momento gli aveva bisbigliato nell'orecchio, si secc tanto che alz la voce per chiedergli bruscamente se doveva considerarlo soltanto un ingenuo, perch era risaputo che proprio tra costoro si nascondevano i sovversivi pi pericolosi.
- Voi camerata che ne dite? - chiese poi a Don Cagnola premendogli con un dito la "cimice"13 che portava all'occhiello sinistro della giacca. -  il vostro maneggione e voi ovviamente ne rispondete, ovviamente - ripet per fargli capire che doveva considerarla una minaccia.
Quel giorno "el pul" dalla faccia feroce concluse la sua visita avvertendo che sarebbe tornato la settimana successiva a prendersi i nominativi dei sovversivi, ma che, se c'erano novit, mio zio doveva correre al telefono pi vicino per chiamare il numero che gli aveva lasciato.
Durante le tre settimane successive mio zio non telefon n ebbe sovversivi da denunciare: "el pul" dalla faccia feroce gli chiese se doveva metterlo nella lista dei sospetti perch doveva gi sapere che anche le omissioni erano reato.
Mio zio era gi abbastanza spaventato quando fu gettato nel panico da una cartolina che gli intimava di presentarsi subito alla Casa del Fascio. Cerc e ottenne una iniezione di coraggio da Don Cagnola che gli garant la sua difesa, in caso di bisogno, lo istru su come doveva comportarsi, compreso un bel saluto fascista e gli consigli di iscriversi al partito.
La sera che mio zio decise di andare alla Casa del Fascio, perch rimandare non era pi possibile e cos non poteva pi andare avanti perch la notte non dormiva, come mi confid la zia, ottenni un permesso speciale da mio padre per restare nel trani con la zia e con Don Cagnola, tutti e tre in trepidante attesa che lo zio tornasse.
L'attesa fu lunga abbastanza per mandare in tilt mia zia, ma anche Don Cagnola ed io eravamo preoccupati, finch, verso mezzanotte, la porta si spalanc con un sol colpo energico, mio zio entr ed io cercai di leggere sul suo viso com'era andata. Mio zio era disteso e sorridente. Ci disse subito che la convocazione "nulla aveva a che "ci" fare" col poliziotto dalla faccia feroce. Altri erano i motivi, e ce li raccont.
Mio zio dovette attendere a lungo in un'anticamera affollata di persone con in mano la medesima cartolina. Nessuno conosceva la ragione della convocazione e tutti erano preoccupati per il timore di essere nei guai col partito. C'era chi fumava in continuazione, chi camminava nervosamente avanti e indietro, chi poneva domande ad altri sperando di capire qualcosa. Quelli che dall'ufficio uscivano erano accompagnati dalla segretaria fino alla scala e quindi con loro era impossibile parlare. Finalmente venne il turno di mio zio: fu ricevuto dal Segretario Politico in persona spaparacchiato su un'ampia poltrona al di l di una scrivania talmente grande da intimidire uomini ben pi navigati di mio zio, il quale rest tra l'attenti e il riposo e il Segretario inizi un lungo e complicato discorso sui destini fatali della Patria Fascista, un discorso intercalato e portato avanti con problematiche di livello internazionale troppo complesse per un uomo semplice. Poi, quando il Camerata Segretario giudic mio zio quasi maturo per appioppargli la stangata, gli chiese se era iscritto al partito, lo spavent alzando la voce per chiedergli: "Perch no?". E dopo le giustificazioni di mio zio che giudic pretestuose, gli chiese se aveva moglie, quanti figli, da quanto tempo era sposato, quanto guadagnava, dopo di che concluse finalmente facendogli sottoscrivere una polizza di assicurazione sulla vita del costo mensile di trenta lire, e il costo era tutto quanto mio zio sapeva della polizza, sottoscritta comunque con gioia perch temeva guai ben maggiori.
Mio zio aveva con s un modulo da compilare per ottenere l'iscrizione al partito.
- S, cara moglie e caro Sergio - ci disse quando Don Cagnola se n'era andato. - "C'aggia fa?". Pago l'assicurazione e mi iscrivo al Fascio, mica voglio tornare a Trani a zappare.
- "Ziame", no no giammai - conferm mia zia.
Mio zio era nell'et in cui gli uomini, nella stragrande maggioranza, sono abituati, assuefatti ai soprusi, al dover pagare tangenti, io invece che quell'et non ce l'avevo, misi in programma altre rivoluzioni per quando sarei stato grande, oltre a quella di proibire il mescolamento dei vini.
"El pul dalla faccia feroce" fu trasferito altrove e sostituito da un altro sui cinquant'anni, con una faccia perennemente sofferente, assonnata e scontenta, colpito da un numero rilevante di malattie che ogni volta elencava e allungava. Era un poliziotto in esclusiva e trepidante attesa della pensione, che gli avrebbe consentito di ritrovare la salute a Castellammare di Stabia, il pi bel paese del mondo a suo dire. Era un "pul" che si toglieva sempre il cappello e che accettava da bere e da mangiare, qualcosa anche per la sera, qualcosa anche per la moglie, ma che in cambio consent a mio zio di continuare a fare il maneggione del trani di Via Lambro senza denunciare nessuno.
Quando mio zio tutto festante annunci a Don Cagnola che il poliziotto dalla faccia feroce era stato sostituito, questi lo guard con commiserazione, sorrise maligno, per niente sorpreso, tanto da farmi nascere il sospetto che lo sapesse gi e che il trasferimento era avvenuto perch lui ci aveva messo lo zampino.
I sovversivi veri c'erano nel trani ma non davano fastidio a nessuno perch parlavano a bassa voce e soltanto tra di loro. Quattro ne avevo individuati. Venivano una sera la settimana, talvolta il mercoled e talaltra il gioved, bevevano e giocavano alle carte come gli altri, ma a una attenta osservazione venivano fuori le differenze. Primo perch giocavano sempre e soltanto tra di loro, secondo perch erano strani giocatori: a scopa buttavano gi le carte con noncuranza, settebello compreso, e nonostante i vistosi errori il socio non rimproverava mai, non alzavano mai la voce, neppure segnavano i punti e parlavano d'altro, fittamente, sottovoce. Ebbi certezza che si trattava di sovversivi quando un giorno captai al volo la parola "partito" in una frase interrotta al mio avvicinarmi. Un'altra volta il pi giovane disse: "El Crapun" e io sapevo che quel soprannome lo avevano affibbiato al capo del governo Benito Mussolini, Duce del Fascismo.
I quattro sovversivi non si chiamavano mai per nome tra di loro, ma "compagno" che era un dire diverso dal consueto "camerata", come si chiamavano tra di loro gli iscritti al Partito Nazionale Fascista.
Mi si confusero le idee quando sentii il pi anziano dire "cellula": n io n mio zio ne conoscevamo il significato. Guardai sull'enciclopedia e trovai che voleva dire: "particella di sostanza vivente", ritenni quindi che quella sera avevano parlato di scienze, materia certo estranea a dei sovversivi e quindi forse mi ero sbagliato. Per altro quei quattro non avevano certo l'aria d'essere dei professori n tanto meno degli scienziati e se lo fossero stati non sarebbero venuti nel trani a discutere i loro problemi. Uno dei quattro, il pi anziano, veniva nel trani su di una bicicletta talmente logora che Valentino non l'avrebbe di certo rubata. Sul portapacchi c'era una cassetta di legno e che cosa contenesse non riuscii ad appurarlo, essendo accuratamente chiusa da una cinghia.
I quattro presunti sovversivi giocarono a carte e parlottarono tra di loro per anni e non successe mai niente. Poi scomparvero e il mistero rimase insoluto fin dopo la guerra, quando ritrovai due dei quattro che professavano la loro fede politica alla luce del sole.
Il pi anziano si chiamava Cesare Marassa, era diventato segretario di una Sezione del Partito Comunista e continuava a girare sulla stessa bicicletta perch si guadagnava da vivere come durante il fascismo, riparando macchine del caff nei bar del centro. Nella cassetta un tempo misteriosa ci teneva gli attrezzi del mestiere. Poi, negli anni Cinquanta Cesare spos una esuberante e giovane compagna modenese che lo indusse a esercitare un lavoro meno precario. I due si misero a fabbricare sedie in tubolari d'acciaio cromato, adatte a bar e gelaterie, in un angusto locale di quattro metri per quattro in Via Lazzaro Palazzi. Gli affari andarono bene e i coniugi godettero del miracolo economico, le commesse aumentarono e i Marassa si ingrandirono, assunsero operai. Cesare continu a professare la sua fede, la sera come segretario della Sezione, di giorno coi suoi dipendenti che ne approfittarono un po' troppo. Venne presto alla luce che il comportamento da comunista mal si conciliava con quello di datore di lavoro possessore di una sia pur piccola fabbrica di sedie in un libero mercato. I costi salirono alle stelle, i Marassa vendettero in perdita finch dovettero fallire. Cesare riprese la sua vecchia bicicletta e su quella corse da un bar all'altro e da una riunione di partito all'altra finch il suo cuore cedette. Mor onesto e rispettato da tutti.
Dai discorsi pronunciati al funerale seppi che la sua vita era stata intensa e tumultuosa. Iscritto al Partito Comunista fin dalla fondazione, conobbe il carcere pi volte, la prima quando nel 1921 scoppi la bomba al Teatro Diana provocando parecchi morti e feriti. Poi tutte le volte che "El Crapun", veniva a Milano, come atto di prevenzione per sventare eventuali attentati. Nel 1935, braccato dalla polizia, espatri clandestinamente in Francia, partecip alla guerra di Spagna e poi alla Resistenza.

Il pi giovane era fatto di tutt'altra pasta. Aveva forse diciotto anni ai tempi del trani. Era un ragazzone esuberante, massiccio, con un nasone schiacciato da pugile che di pugni ne aveva presi tanti, nasone in grande rilievo su di un faccione sanguigno. Era il solo che talvolta perdeva il controllo e alzava la voce, subito zittito dai suoi compagni.
Quando lo ritrovai nell'immediato dopoguerra era ancora pi sanguigno ed esuberante, fanatico comunista per il quale o si era suoi compagni o fascisti, o delinquenti o cretini. I soli colori che conosceva erano il rosso e il nero, il nero dei fascisti e dei preti messi nello stesso mazzo. Non accettava l'esistenza di altri colori e tantomeno di tonalit diverse. Il suo nome era Carletto, abitava in Via Carlo Goldoni ed era operaio alla Bianchi.
Ai comizi di Marassa e di altri suoi compagni approvava e commentava ad alta voce i loro argomenti disturbando, senza averne l'intenzione, con la frase, ripetuta all'infinito:
- Inutile trattare coi padroni: impiccarli bisogna. Sono tutti delinquenti. Arriver Baffone!
Dopo qualche anno Carletto lasci la Bianchi, non seppi mai se volontariamente o no, e and a lavorare in una fabbrichetta in Viale Monza, sei o sette operai in tutto che costruivano macchine per tessiture. Il padrone aveva una figlia, Enrica, che si innamor del Carletto, rimase incinta e il padre democristiano dovette accettare il genero comunista. Carletto, a furia di urlare in fabbrica e a casa, nel giro di pochi anni si impadron della fabbrica, estromise il suocero timoroso di ritorsioni verso la figlia e divenne il padrone, il despota. Non aveva scrupoli n freni morali, il mondo degli affari fu suo tanto che nel giro di pochi anni la fabbrica si svilupp, i dipendenti divennero una cinquantina, costru nuovi capannoni, ostent una favolosa Maserati e splendide segretarie. Aveva cancellato dal cuore e dalla mente il suo passato politico, totalmente, al punto che verso il 1960 ripeteva ad ogni occasione ad amici, clienti e perfino ai suoi dipendenti che non potevano replicare:
- Gli operai sono tutti delinquenti. Sono tutti da impiccare.
Rimasi sconcertato quando glielo sentii dire per la prima volta. Pareva convinto di quello che diceva, come del resto convinto sembrava quindici anni prima quando affermava che i delinquenti erano i padroni. Cosa dovevo dedurne? Che Carletto era cambiato? Non credo. Era rimasto intollerante e fazioso come quando era operaio e come quando era operaio la sua opinione politica era rimasta strettamente legata e appiccicata al suo "particulare" interesse.

Un mattino entrarono nel trani due giovani malmessi: la barba lunga, le scarpe che non stavano assieme, infangate, gli abiti stropicciati e le camicie talmente sporche e consunte da far concorrenza a quelle che indossavano i barboni.
I due chiesero di Don Cagnola, dissero che erano suoi amici. Don Cagnola non c'era, sarebbe passato pi tardi ed essi lo attesero mangiando e bevendo. Si capiva che era una fame arretrata. I miei zii erano preoccupati. Tranesi erano certamente, fu facile accertarlo dopo uno scambio di battute, ma erano davvero amici di Don Cagnola? Se no, come avrebbero pagato il conto?
I due si chiamavano Saverio e Michele, i cognomi erano sicuramente tranesi e tranese parlavano mettendoci dentro delle parole incomprensibili col tono di chi ha il raffreddore. Per esempio: per esprimere la loro soddisfazione sui maccheroni e le braciole che mia zia port loro, dissero okay e intanto unirono l'indice e il pollice agitando la mano avanti e indietro in modo divertente.
Dissero subito che venivano da Chicago, nome di citt che aveva aumentato le preoccupazioni degli zii e giustificarono il loro stato dicendo che avevano dovuto lasciare l'America in fretta e furia senza bagaglio. L'Atlantico lo avevano attraversato nella stiva di una lenta nave da carico greca e, una volta sbarcati, dopo pi di un'ora di cammino avevano finalmente trovato un camionista che li aveva portati da Genova a Milano.
Don Cagnola finalmente arriv, li abbracci a lungo ponendo cos fine alle preoccupazioni di mio zio. Si intrattenne parecchio con loro ponendo un'infinit di domande alle quali risposero esaurientemente senza lasciare trapelare nulla. Io ero contento perch finalmente stava succedendo qualcosa, ma che cosa esattamente avevo una gran voglia di capirlo. Seppi soltanto che Don Cagnola dette loro parecchi soldi, gli insegn come andare in Piazza del Duomo, prima da Cobianchi per una doccia e dal barbiere, poi alla Rinascente.
Quando i due rientrarono erano irriconoscibili. Nel frattempo Don Cagnola aveva trovato per loro una camera all'albergo "Promessi Sposi" di Piazzale Oberdan.
Avevo una gran voglia di sapere perch avevano dovuto lasciare l'America in fretta e furia e appena fu possibile lo chiesi a mio zio senza ottenere risposta.
- Lo so - insistetti facendo il furbo. -  inutile che fai misteri con me. Dall'America sono scappati perch sovversivi.
Mio zio scosse ancora la testa e non disse niente.
- Lo so - ripetei. - Hanno parlato male del regime in qualche trani.
- Sergio, che stai a dire? In America minga c' il fascismo e minga ci sono i trani.
- Ah no?! - esclamai sorpreso. - Che c' allora in America?
- C' la pluto - disse mio zio, poi la lingua gli si incepp, inghiott ripetutamente prima di proseguire con dei termini dal valore oscuro anche per lui. - C' la pluto borghesia al governo - concluse trionfante per aver azzeccato la difficile qualificazione. Io lo guardai interrogativamente e lui pareva che si divenisse dicendomi con la pi grande seriet:
- C' la pluto borghesia capitalista!
Stetti un po'a pensare dove era andato a pescare tante parole difficili, poi gli feci:
- Zio, si pu sapere che dici?
- Dico che in America c' la pluto borghesia capitalista democratica e filo bolscevica - butt l tutto d'un fiato. Poi inaspettatamente aggiunse:- Massonica. S! Massonica e bolscevica e capitalista e pluto e persino democratica.
Capii che quei termini li aveva appresi dal Camerata Segretario del Fascio, sorrisi compiaciuto con me stesso e gli dissi:
- Adesso mi spieghi cos' tutta questa roba una per una.
- Niente t'insegnano a scuola? - mi chiese a sua volta. Stetti un bel po'a pensarci su prima di chiedergli:
- Ma allora, zio, in America ci sono i sovversivi al governo?
Mio zio scosse la testa, forse perch non sapeva che rispondermi e io, dopo una pausa sufficiente per riordinare le idee, dissi:
- Zio, allora Saverio e Michele sono due antisovversivi?
- La politica non c'entra. Quando sarai pi grande capirai. Ora stattene zitto e porta mezzo litro di San Ferdinando a Manidifata.
Il trani fu la prima "base" milanese dei due "Americani", come poi Saverio e Michele furono sempre chiamati dai componenti la colonia dei tranesi a Milano. Vennero in molti a trovarli, alcuni persino da Torino, tranesi che vedevo per la prima volta e che non rividi mai pi. Ci furono numerosi abbracci, parlottarono sempre sottovoce in un tranese mescolato con parole americane, tuttavia, una parola oggi e una domani, potei ricostruire l'ambiente di Chicago dov'era avvenuta la loro fuga, ma non il loro ruolo.
C'era di mezzo il contrabbando della birra e dei liquori perch in America erano proibiti, ma c'era di mezzo anche il gioco d'azzardo clandestino e la prostituzione. Uno dei capibanda, il "Boss", come loro dicevano, era un certo "Al", un italiano, un altro era Scarface, poi finalmente capii che "Al" era il diminutivo di Alphonse Capone e Scarface il suo soprannome che voleva dire Sfregiato, per via di una cicatrice che gli aveva fatto un avversario, quando "Al" era ancora un principiante.
San Valentino fu un santo che nominarono parecchie volte, in quanto identificava una strage, la distruzione dell'intera banda avversaria capeggiata dal "Boss" Bugs Moran, ad opera di "Al" nella notte del 14 febbraio 1929, notte appunto di San Valentino. Tutti i giorni c'erano sparatorie a Chicago, i gangster sparavano ai poliziotti ma si uccidevano anche tra di loro.
Ora "Al" era in prigione condannato a undici anni, ma certo, dissero i due, sarebbe uscito presto perch aveva ottimi avvocati e tanti soldi per pagarli... Nel frattempo c'era lotta feroce per conservargli la piazza contro i tanti che volevano soppiantarlo.
Saverio e Michele, in ogni caso, ne avevano abbastanza dell'America, non ci sarebbero tornati mai pi, ora Don Cagnola li avrebbe aiutati a stabilirsi a Milano, citt davvero tranquilla.
La voglia di sapere quale ruolo i due avevano rivestito: se vittime, amici o nemici di "Al", non potei mai togliermela.
Don Cagnola li aiut moltissimo, i due non erano certo zappatori sprovveduti adatti a fare il maneggione e Don Cagnola ottenne per loro chiss come i preziosi certificati di residenza che normalmente non davano a chi non aveva gi un lavoro, ma un lavoro nessuno lo poteva ottenere se non era gi in possesso di un certificato di residenza.
Coi certificati di residenza Michele e Saverio divennero cittadini milanesi a tutti gli effetti. Don Cagnola procur a Saverio una licenza di frutta e verdura con posteggio al mercato rionale coperto di Porta Romana e a Michele comper un bar vicino alla Rinascente. Prest loro i soldi senza interessi che i due in pochi anni restituirono, dimostrando sempre un leale rispetto e la loro riconoscenza verso Don Cagnola.
Saverio e Michele furono tenuti a debita distanza dalle commare appartenenti alla colonia dei tranesi a Milano, a debita distanza ma nel contempo sotto stretto controllo, finch, dopo un paio d'anni, le commare catalogarono i due come giovani e onesti "fatigatori", e visto che erano tali e tenevano la "posizzione" si dettero un gran da fare per procurare loro le mogli. Commare Carmela fece sapere che sua sorella Rosina sarebbe stata la moglie ideale per Michele. Commare Teresa teneva una cugina a Trani, che diceva fatta su misura per Saverio, ma i due "Americani" erano talmente spericolati che non tennero alcun conto del detto: "moglie e buoi dei paesi tuoi", infransero tutti i progetti delle commare e la moglie se la trovarono loro. Saverio spos una bresciana grande e grossa come "El Sant Carlun d'Arona" e Michele, secondo le commare, spos addirittura una straniera, nella realt una toscana nata in un paesino di montagna vicino a Bibbiena, belloccia, allegra e simpatica, cosa che sollev un mare di pettegolezzi e di critiche nella convinzione di un sicuro fallimento che poi in realt non ci fu. Solo difetto della simpatica toscana, agli occhi di noi ragazzi, era che non fu mai in grado di dire: "Du oeff cott in del foec" ma continu per tutta la vita a dire: "Du off cott in del foc".

Manidifata era accreditato come intenditore di vini, oltre che abilissimo borsaiolo. Non mandava gi nel "canaruzz" il vino a garganella come molti facevano perch gli provocava disgusto. Non voleva che gli versassimo il vino nel bicchiere come facevamo con tutti.
Il suo vino, Manidifata se lo versava lui, lentamente, un dito alla volta e mentre versava osservava attentamente la quantit, il colore e il tipo di schiuma, il volume di bollicine che la schiuma conteneva e il tempo che le bollicine impiegavano a dissolversi. Il vino lo annusava ogni volta, agitandolo nel bicchiere non pi di tanto, si versava in bocca un sorso col quale si sciacquava la bocca e soltanto quando era ben certo di averne individuato e gustato il sapore lo mandava gi nel "canaruzz". Il suo giudizio sui tre vini pugliesi del trani era che si trattava di tre vini molto diversi uno dall'altro. Lo Squinzano era semplicemente un buon e onesto vino da pasto, nulla di pi, non meritava altre qualificazioni, comunque non era vino per lui che di vini se ne intendeva. Il Manduria fu oggetto delle sue ripetute attenzioni, il suo giudizio definitivo fu che si trattava di un vino "gnucco", duro, troppo alcolico, sapido e vinoso, che lasciava un vago, impalpabile odore di spezie, di rosmarino soprattutto, e lui il rosmarino lo preferiva nell'arrosto. Il San Ferdinando aveva una buona trasparenza nonostante fosse di color rubino scuro, intenso, aveva un bouquet secco, consistente, un vino vigoroso e tuttavia morbido e gradevole, evocava le mandorle nel sapore amarognolo che alla fine lasciava in bocca. Per tutte queste valide ragioni Manidifata bevve sempre il San Ferdinando.
Gli avventori del trani si fidavano della sua competenza e per questa ragione il San Ferdinando era il vino pi venduto nel trani. Lo Squinzano era venduto alle massaie che al mattino entravano nel trani ad acquistarne la razione giornaliera, un quartino o mezzo litro, tre quarti, tutt'al pi nei giorni festivi. Erano molte le massaie che comperavano lo Squinzano che versavamo nelle bottiglie che loro stesse si portavano. Era il vino che costava meno, allora a Milano.

Un mattino Manidifata rientr dal suo lavoro prima del solito. Aveva programmato di recarsi alla Rinascente dove svolgere la sua attivit, ma durante il tragitto, in tram da Corso Buenos Aires a Piazza del Duomo, nella ressa, gli era capitato proprio davanti, a portata di mano, un portafoglio ben rigonfio. Scese subito, all'angolo di Via Palestro, estrasse solo i soldi, poi, come era solito fare, imbuc il portafoglio e rientr nel trani canticchiando: "Chi, chi insc l' semper festa lerai, quel ciondol lerai..."
Manidifata concepiva la sua attivit come male necessario per vivere e per questo tornava al lavoro soltanto quando di soldi non ne aveva proprio pi. Lui era cresciuto in Piazza della Vetra, dove aveva frequentato un corso di specializzazione per professionisti borsaioli quand'era ancora ragazzino coi calzoni corti e insegnante era il famoso Toccodadio, poi si era trasferito a Porta Venezia, perch, diceva, l'aria per lui era diventata irrespirabile, peraltro c'era una concorrenza bestiale e i "pul" si mescolavano coi ladri, persino nelle osterie, non si capiva pi niente. Nessuno pi stava al suo posto.
Quel mattino, Manidifata, era proprio su di giri e si concesse il lusso di potersi dedicare al suo hobby, il vino, interrogando Don Cagnola.
- Perch c' tanta differenza tra un vino e l'altro, visto che le Puglie sono un tavoliere e come tale dovrebbe produrre vini che tra di loro si assomigliano, perlomeno?
Intravvidi in Don Cagnola uno sbandamento, il primo e l'ultimo che gli vidi, evidentemente mai nessuno gli aveva posto una domanda tanto insidiosa, ma si tratt di un attimo, si riebbe subito e rispose:
- Quali sono le differenze che avete individuato?
Manidifata le spieg con la lunga dissertazione sui colori, sugli odori e sui diversi sapori fra i tre vini che noi conosciamo gi, dopodich Don Cagnola parve definitivamente rassicurato e disse:
- Perfino due masserie confinanti possono produrre vini diversi tra di loro, perch le differenze dipendono da un'infinit di fattori: dai vitigni, dalla qualit dei terreni che possono essere argillosi, calcarei, se c' o meno una componente di sabbia salicidica, se il terreno assorbe e trattiene o no la poca acqua che cade dal cielo, dai venti provenienti dal nord, dall'Africa, dall'Albania, dipendono anche dalla competenza, dalla passione del viticultore.
Manidifata volle sapere dov'erano situate le tre cittadine che davano i loro nomi ai vini e io dovetti correre a casa a prendere il libro di geografia, dopodich Don Cagnola mostr dov'erano situate San Ferdinando, Manduria e Squinzano, quanto erano distanti tra di loro, ci che giustificava ampiamente le differenze.
Manidifata si dimostr soddisfatto e soddisfatto era anche Don Cagnola che mi teneva sotto stretto controllo col suo sguardo indagatore per studiare le mie reazioni, e il mio silenzio dovette soddisfarlo visto che prima di uscire mi allung cinque lire d'argento e una mancia cos ricca non me l'aveva mai data.
Dopo quel colloquio seguito da parecchi clienti, la reputazione di Manidifata crebbe notevolmente e io mi resi conto di quanto sia difficile per l'utente raggiungere la verit e su quali fragili basi si possono costruire delle solide reputazioni.

Quante qualit apprezzabili Manidifata trovava nel San Ferdinando che non c'erano negli altri due vini era una cosa che non riuscivo a comprendere e per questo attribuii al vinello venuto da Broni poteri magici. Poi questa spiegazione non mi soddisf pi e tentai io stesso di individuarne le differenze assaporandoli ripetutamente, uno dopo l'altro, lentamente, a piccoli sorsi, copiando Manidifata ma, evidentemente, il mio palato non era sufficientemente sensibile e quindi rinunciai gi da allora a diventare intenditore di vini.
Un tentativo pi insistente degli altri - e fu l'ultimo - mi provoc una sbronza che mi fece ridere due ore di seguito, dopo di che sapevo qual era su di me l'effetto dell'alcol. Da un pezzo avevo la curiosit di saperlo, perch nel trani mi ero reso conto che l'alcol produceva effetti differenti sulle persone. C'era chi dormiva, chi piangeva, chi rideva, chi si lagnava, chi diventava loquace e chi litigioso, aggressivo, violento e chi megalomane.
Sciur Cazzaniga grazie all'alcol vinceva l'insonnia. Finalmente dormiva con un sorriso soddisfatto. Erano i momenti durante i quali non soffriva di emicrania, dopodich si svegliava di buonumore, perfino ottimista, fin quando una nuova emicrania prendeva il sopravvento. Ben diverso era l'effetto che il vino produceva su Ragiunatt. Gli faceva rivivere, risoffrire e piangere a grossi lacrimoni incontenibili il suo passato di padre che ora poteva veder crescere le sue figlie soltanto furtivamente da dentro un portone di Corso Magenta, quando le sue ragazze uscivano da scuola. Parlava di Elena e di Milena che la madre gli aveva messo contro raccontando loro una sua faziosa versione degli avvenimenti che lo avevano portato al fallimento. Quando la sua angoscia esplodeva sotto l'effetto del vino e nel trani non trovava ascoltatori Ragiunatt si recava da Lucio e se questi stava lavorando si sedeva sul marciapiede, aspettava ore per poi potergli dire che le aveva viste, com'erano vestite, come avevano percorso i pochi metri tra l'uscita della scuola e l'autovettura con lo chauffeur che gliele aveva portate via troppo presto.
Crapapelada imprecava, bestemmiava un rosario intero contro la burocrazia militare che gli aveva negato la pensione rovinandolo, minacciava di andare all'Ospedale Militare di Baggio dove avrebbe spaccato tutto, dove avrebbe preso per il collo il colonnello, gli avrebbe riempito la faccia di pugni. Si alzava in piedi per dirlo e menava pugni al vento, un giorno arriv a spaccare bicchieri e misure, ma Crapapelada era solo un velleitario che non faceva mai ci che diceva e tra una sbronza e l'altra restava inerte in attesa di una risposta al suo ricorso presentato pi di dieci anni prima.
Bruntula, quand'era ubriaco, contestava tutto nello stesso modo di quando non lo era. Avrebbe cambiato ogni cosa esistente, nulla gli andava bene e lui aveva pronta una soluzione per tutto. Quando era ubriaco gli si scioglieva la lingua e basta, perch dentro, di recondito, o di diverso, non aveva niente.
Il Comune aveva sbagliato ad asfaltare le strade, aveva buttato via i soldi dei cittadini, perch l'asfalto d'estate si liquefaceva, d'inverno, quando c'era la neve e il gelo, rendeva le strade scivolose, pericolose per i poveri cittadini. "Se ero io il Podest..."
L'Azienda tranviaria sbagliava ad obbligare la gente a salire davanti e a scendere dietro perch quando il tram era affollato e il tragitto breve il passeggero interessato era costretto a sottoporsi a sforzi sovrumani per raggiungere la porta d'uscita troppo lontana. "Se ero io il Presidente dell'Azienda..."
Erano dei folli a spendere tutti quei milioni per rifare la Stazione Centrale cos in periferia. Stava benissimo l dov'era. "Se ero io il Ministro dei Trasporti..."
Bruntula era barbone perch era talmente ignorante da credersi competente di ogni settore.
Da ragazzo, dopo aver ripetuto due volte la terza, "per colpa di quegli ignoranti dei professori", trov un posto da garzone presso un idraulico, ma gi il primo giorno voleva insegnare il mestiere al padrone; prov da un imbianchino e come tale pretendeva di decidere lui quale colore la padrona di casa doveva mettersi in camera e in cucina; poi lavor un'intera settimana da un tappezziere eccessivamente tollerante, infine, l'ultimo lavoro che aveva fatto era da manovale, da "magutt", presso un'impresa edile dove riusc a insegnare all'ingegnere come dovevano essere fatte le case. Anche nel trani, sobrio o ubriaco, era insopportabile e per questo non riusciva a legare con qualcuno.
Sputasentenze, sotto l'azione dell'alcol subiva una trasformazione integrale. Diventava aggressivo, litigioso, violento. Digrignava i denti, voleva picchiare tutti, amici compresi. Per fortuna il suo fisico non faceva paura. Con l'alcol in corpo veniva alla luce la sua natura bestiale e per questo io giudicai che non era un uomo da stimare. Fu una delusione molto amara che mi dur forse un anno, periodo durante il quale lo ascoltavo con diffidenza. Sputasentenze, in altre parole, ai miei occhi aveva perduto credibilit. Ma nel frattempo, molto lentamente, mi matur un ripensamento. Se era vero che "in vino veritas", la sua natura era tra le peggiori presenti nel trani, ma poich si manifestava soltanto quando la ragione era sopita dall'alcol, doveva anche essere vero che da sobrio la ragione, in Sputasentenze, aveva vinto l'istinto, riusciva a nasconderlo, a tenerlo sotto controllo. Sputasentenze si comportava civilmente, pi civilmente di tutti nel trani, era generoso, sereno, tollerante, equilibrato, evidentemente contro il proprio istinto. L'educazione che aveva ricevuto costituiva dunque un freno inibitore pi che efficiente. Dovevo quindi stimarlo per queste ragioni. Sputasentenze nel contempo mi provava che l'uomo ha la grande possibilit di controllare e di correggere gli istinti che madre natura gli ha affibbiato. C' dunque un ampio margine entro il quale ciascuno di noi pu usare la ragione per battere l'istinto, per migliorarsi.



8.
PIEMUNT, RAGIUNATT E SPUTASENTENZE

MI SVEGLI mio padre imprecando contro la nebbia, contro Milano e contro il mestiere che per primo Milano gli aveva offerto quand'era immigrato. Di solito mio padre riusciva ad alzarsi e vestirsi senza svegliarmi, nonostante la mia branda fosse accanto al letto matrimoniale, separata da mezzo metro s e no, ma quel mattino era nervoso e rumoroso come tutte le volte che c'era la nebbia. Mia madre di tanto in tanto l'ammoniva:
- Fai piano, lo svegli.
Non erano ancora le cinque e mio padre doveva raggiungere in Piazzale Oberdan il tram che raccoglieva i tranvieri per portarli al deposito di Via Leoncavallo, dove sarebbe montato sulla sua vettura della linea "3" per guidarla per le cinque ore del primo turno dal capolinea di Piazzale Loreto a quello di Piazzale De Sanctis e ritorno attraverso il centro, riuscendo a perforare la nebbia senza investire qualcuno a furia di scampanellate, frenate e accelerate a strappi che provocavano scossoni simili a terremoti ondulatori di grado intermedio, pi che sufficienti per buttare uno contro l'altro i passeggeri, che per questo protestavano e lo ingiuriavano dandogli del "brumista" e del "ciucat". Tuttavia mio padre doveva rispettare la tabella oraria, nei punti strategici c'erano i controllori pronti a verificare, a rimproverarlo e a fargli rapporto.
Come se tutto ci non fosse gi abbastanza gravoso, c'era sempre qualcuno che gli rivolgeva la parola e lui doveva mostrare il cartello con su scritto che era proibito parlare al manovratore; doveva scendere nella nebbia con "el feret a man", anche chiamato pi semplicemente "la gugia", ogni volta che c'era da deviare nella giusta direzione lo scambio degli incroci tranviari e doveva ridiscendere ogni volta che la "pertegheta" (il "trolley") usciva dalla sua guida elettrica aerea e lui la guida doveva mirarla pur senza poterla vedere. Alla fine riusciva, dopo molti tentativi falliti e un rosario intero di imprecazioni. "Stai calmo Ciccillo", diceva a se stesso, "se perdi la pazienza finisci nel manicomio di Mombello".
Mio padre si mise cappotto e berretto e usc. Il caseggiato era gi animato.
- Buongiorno, beato voi che fate il calzolaio - disse al signor Gaspare che a passo lento stava andando al cesso, sperando di trovarlo finalmente libero.
- Buon d anche a voi, signor Ciccillo. Faccio il ciabattino senza stipendio fisso e senza pensione - gli rispose il signor Gaspare con le labbra socchiuse e i denti uniti, come se tra loro si trovasse una certa quantit di "stacchettine" come quando lavorava.
La risposta si era dimostrata pi lenta dei loro passi, tanto che il signor Gaspare l'aveva completata quando era gi nel cesso e mio padre fuori del portone.
Anche quel mattino i due amici avevano trovato modo di mostrare come ciascuno di noi vede gli aspetti negativi del proprio lavoro e quelli positivi degli altri.
Coi miei amici Nanni e Renatino avevo gi discusso e riso su questo perch il pap di Renatino ogni tanto lo ammoniva: "Non fare mai il falegname", mentre il pap di Nanni gli garantiva che il peggior mestiere esistente era quello del vigile urbano. Ragion per cui io, figlio di tranviere, avrei dovuto fare il vigile o il falegname, Renatino il tranviere o il vigile urbano e Nanni il falegname o il tranviere, per poi lagnarci coi nostri figli e perpetuare cos un'alternanza continua di mestieri di generazione in generazione, mantenendo un giusto equilibrio.
Ci eravamo anche divertiti un mondo quando la madre di Nanni, figlio unico, aveva asserito che era un grave errore mettere al mondo un figlio solo, lo si viziava troppo e si era sempre in apprensione, mentre mia madre era pronta a giurare che tre figli erano troppi, cos come la madre di Renatino era convinta che anche due costituivano un eccesso per chi vive in citt. Tra noi amici, abituati a mutare tutto in scherzo, decidemmo che ciascuno avrebbe fatto un figlio e mezzo o al massimo un figlio e tre quarti. Divagammo parecchio a quale quarto o a quale met avremmo rinunciato.
Avevo un occhio gonfio quel mattino perch Renatino, il giorno prima, aveva sperimentato su di me, suo caro amico, i guantoni da pugile che suo padre gli aveva regalato per Natale. Lui aspirava a diventare campione del mondo come Primo Carnera, il suo idolo, ne aveva la solidit fisica tanto che pareva allevato con abbondanti razioni di Proton e di Mellin. Robusto com'era mollava certi cazzotti con le sue grosse e dure mani che i ragazzi delle vie vicine ci rispettavano, noi di Via Sirtori.
Mia madre voleva protestare con quella di Renatino nonostante io le avessi detto che non era il caso perch Renatino si era gi rammaricato e scusato a sufficienza con me, dicendomi che i guantoni li aveva e che il possesso lo costringeva a utilizzarli prima o poi e io, suo amico, avevo la faccia pi a portata dei suoi pugni. Mia madre, a questa affermazione, reag asserendo che se cos stavano le cose sarebbe andata a ringraziare i signori Turrini per non aver regalato al loro Renatino una pistola.
Ormai ero sveglio, stare in casa avrebbe significato farmi mettere sull'occhio parecchi impacchi, ricevere tante prediche, diventare il suo materasso, insomma, perch mia madre era buona e permissiva salvo quando il suo Ciccillo era nella nebbia e lei per questo non si dava pace, entrava e usciva di casa ogni minuto disperdendo lo scarso tepore che la stufetta emanava, fin quando la nebbia scompariva o fin quando mio padre tornava a casa.
Fatto un impacco, proprio per accontentarla, decisi di alzarmi, dalle cinque alle sette erano due ore di punta nel trani. A scuola, grazie alle vacanze natalizie, ci sarei tornato dopo la Befana Fascista, attesa con ansia perch a noi figli di tranvieri, quel mattino, l'Azienda distribuiva pacchi dono: indumenti di lana, giocattoli e dolciumi a sorpresa.
Faceva tanto freddo quel mattino da farmi arrossare e gocciolare il naso e pizzicare le punte delle dita per i geloni. Avvertito da mia madre che era troppo presto, che c'era ancora gente che dormiva, mi trattenni dall'uscire di casa cantando come sempre: "Ohi, Mar, ohi Mar, quanti sonni aggiu perso per te...".
Fuori dal portone c'era un muro di nebbia che non mi permetteva neppure di vedere i cavalli che sentivo nitrire e che picchiavano disordinatamente gli zoccoli sull'asfalto, trattenuti o sollecitati dalle grida dei carrettieri che adoperavano nervosamente le fruste, incapaci di imprimere con le briglie la giusta direzione. I carrettieri pi esperti stavano gi dai carri accanto ai loro cavalli che tenevano per le redini e li facevano procedere rasente i marciapiedi della stretta Via Sirtori.
La luce delle loro lanterne, troppo debole per forare la nebbia, la vedevo soltanto quando mi passavano vicinissimi. Erano le sole luci visibili, ma io sentivo gi gli stuzzicanti odorini che uscivano dal negozio del panettiere e quindi sapevo che fatti pochi passi avrei trovato la luce che usciva dal negozio, il solo aperto a quell'ora. Sapevo anche che c'era l'illuminazione comunale, ma era troppo alta, lontana e debole per poterla individuare e utilizzare. Attraversai di corsa alla cieca e imboccai Via Lambro piena di traffico, come sempre, perch era un'arteria vitale dato che in fondo vi sboccava il ponte sotto la massicciata della ferrovia, passo obbligato per tutti.
Mio zio aveva gi aperto il trani e stava davanti all'uscio, nonostante il gelo, per decifrare quell'obbrobrioso fenomeno atmosferico che noi milanesi chiamiamo semplicemente: "La scighera de Milan che la se taia cul curtel".
La nebbia di Milano, secondo me, era giudicata troppo severamente dai tranesi. In essa identificavano l'aspetto pi negativo della loro immigrazione. Una maledizione subdola e misteriosa che gravava sulla citt, che impediva di vedere, una intera grande citt cieca e che, tuttavia, non si fermava come avrebbe dovuto, secondo loro.
La nebbia, per gli immigrati da Trani, penetrava nelle ossa inumidendole, rammollendole, provocando fastidiosi dolori reumatici, la gotta, l'artrosi, le deformazioni, la tosse, le bronchiti, le polmoniti, la tubercolosi e chiss quanti altri malanni che avrebbero loro accorciato la vita di almeno dieci anni. Dato che a me la nebbia non toglieva neanche un po' della consueta allegria, trovavo che i tranesi la calunniavano un po' troppo.
Nanni e Renatino erano d'accordo, cos come lo erano Paolino l'ortolano, Lucio e Valentino, ma noi eravamo nati a Milano e la nebbia c'era gi, faceva parte del nostro mondo. Cos non era per i tranesi che alla nebbia non si sarebbero mai assuefatti.
Mio padre, durante le giornate nebbiose, asseriva che appena raggiunto il minimo della pensione sarebbe tornato a Trani, dove, tutte le mattine d'estate - e sottolineava che a Trani l'estate durava da maggio a ottobre - avrebbe fatto tante belle nuotate e tanti bei tuffi, come faceva prima di venire a Milano. Da questa affermazione avrei dovuto dedurre che mio padre sarebbe tornato ragazzo da pensionato, ma poich mio padre fesso non era, compresi che imbrogliava se stesso, ne aveva bisogno per tirare avanti nella nebbia di Milano.
Mio zio, quel mattino, poteva starci un pochettino davanti all'uscio anche perch mancavano all'appello parecchi barboni, un avvenimento inaspettato e inspiegabile.
Detti un'occhiata ai tavoli e feci mentalmente l'appello degli assenti. Mancavano tutti i componenti il gruppo dei fedeli ai Bastioni di Porta Venezia, fedeli persino quando il freddo intenso convinceva la maggioranza dei barboni a rifugiarsi nel dormitorio pubblico di Via Pasquale Sottocorno, nonostante i rigidi regolamenti, tra cui, peggiore di tutti, a loro dire, quello di doversi presentare entro le ore diciotto e sottoporsi ad una doccia.
Gli assenti arrivarono soltanto verso le dieci. Bruntula e Crapapelada entrarono imprecando e bestemmiando in continuazione. Ora c'erano tutti meno Piemunt. Si misero intorno alla stufa, ordinarono dei grappini e stettero l senza discorrere finch smaltirono un bel po' di freddo. Quel gruppo non amava il silenzio e ci conferm che doveva essere successo qualcosa di grave. Mio zio chiese:
- Si pu sapere cosa  successo?
-  successo che Piemunt non c' pi, porca vacca - disse mestamente Crapapelada prendendo posto su di una panca.
- Sputasentenze l'ha trovato morto stamattina - specific Ragiunatt.
-  morto sulla panchina accanto a quella di Sputasentenze, porca bestia - fece Sciur Cazzaniga indicandocelo, come dire che se volevamo saperne di pi dovevamo rivolgerci a lui.
- S - disse Sputasentenze. - Ieri sera Piemunt aveva la fronte che scottava, tremava per il freddo e tossiva che lo sentivano fino alla Stazione Centrale.
- La maledetta broncopolmonite - disse Sciur Cazzaniga. - La nemica acerrima di noi vecchi.
- Ci ha fregato il nostro Piemunt - disse Crapapelada. - Con lui andavo d'accordo, porco boia!
- La broncopolmonite  nemica di noi vecchi ma anche amica - disse mestamente Sputasentenze.
Lo guardammo in molti, interrogativamente, certi, conoscendolo, che la spiegazione sarebbe giunta puntuale, come sempre.
- Nemica, se volete, voi che di vivere ci tenete tanto, perch ci uccide - fece Sputasentenze. - Ma anche amica perch ci porta via senza farci soffrire, senza che neppure ce ne accorgiamo.
Bevvero un po'di pi i barboni suoi amici, quel mattino, mangiarono dagli scartocci dei salumieri senza fare commenti, poi Crapapelada avvi un coro, come omaggio a Piemunt:

La tradotta, la tradotta
che parte da Torino,
a Milano non si ferma pi
ma la v diretta al Piave
cimitero della giovent.

Tutto qui e a me parve troppo poco nel giorno della morte di un loro amico. Era la prima volta che mi trovavo di fronte al mistero di chi siamo, da dove veniamo e dove andiamo. Piemunt che il giorno prima aveva bevuto il vino che gli avevo versato e che ora non ci sarebbe stato mai pi, era una realt sconvolgente. Ne fui spaventato. Chiesi aiuto alla zia ed ella si fece il segno della croce, poi mi sugger di comportarmi bene, di frequentare la messa tutte le domeniche e di recitare le preghiere tutte le mattine e tutte le sere in modo da guadagnarmi il paradiso. Se no sarei bruciato eternamente all'inferno. Mia madre e mio zio confermarono, sia pure con qualche irrilevante variazione. Mio padre, in quei giorni, era tutto concentrato nei problemi connessi alla nebbia, meglio lasciarlo stare.
Neppure i miei amici Lucio e Valentino mi furono di aiuto. Dissero soltanto, con tono di definitiva rassegnazione, che cos era e che loro non ci potevano far niente. Paolino l'ortolano qualcosa fece: trad per qualche giorno gli amati grappini con l'Acqua Giommi.
Cercai e trovai il momento adatto per chiedere a Sputasentenze come mai aveva asserito pi volte che la vita non aveva alcuno scopo, che era priva di senso, dal momento che comportandoci bene ci saremmo guadagnati il paradiso. Lui apparve sorpreso, mi sorrise, aggrott ancora di pi la fronte accentuando le gi profonde rughe, mi batt una mano sulla spalla, stette un po'a pensarci per concludere finalmente in modo deludente la solita storia dei grandi, convinti che i ragazzi non abbiano cervello: "Ne riparleremo tra qualche anno, ora sei troppo piccolo per queste cose". E piccolo, evidentemente, lo sono ancora dato che del problema fondamentale ne so come allora.
I barboni pi che rassegnati sembravano indifferenti. La morte non li spaventava, forse erano meno attaccati alla vita degli altri. A Sputasentenze poi, di vivere non gliene importava niente. Cercai di riflettere e la sola cosa che mi fu chiara era che io ci tenevo a vivere, e come! Capii, ascoltando e osservando i barboni che pi  dura la vita, meno affetti e meno "roba" si hanno da difendere e meno spaventa la morte e questo  un buon compenso.
Ne ebbi conferma a Mauthausen, dove gli aguzzini ci facevano vivere cos miseramente e ci avevano preparati talmente bene alla morte che il nostro dilemma era soltanto tra lo scegliere la morte dolce: gettarci sui fili spinati percorsi da corrente ad alta tensione o morire tra torture atroci com'era per esempio trasportando pietre su per la scala della morte, colpiti dalle bastonate e dai calci dei Kap e delle SS. Se a Mauthausen non fossimo stati trattenuti dalla speranza dell'arrivo della Armate liberatrici e dall'affetto per i nostri cari, ci saremmo suicidati in gran numero su quei fili spinati.

Sputasentenze era il solo a conoscere l'identit e il segreto di Piemunt. Aveva detto ai vigili di guardare nel portafoglio del morto, non avrebbero trovato documenti d'identit ma un ritaglio della "Domenica del Corriere" dal quale avrebbero saputo chi era il morto. Il ritaglio era della rubrica "Chi l'ha visto?" con su una fotografia di Piemunt di tanti anni prima, una fotografia relativa al signor Ferruccio Gallo, fatta pubblicare dalla moglie quando lui si era reso irreperibile.
Tutto quanto sapevamo nel trani era che Piemunt era piemontese, forse torinese, e questo lo si capiva dalla cadenza e dalle espressioni dialettali. Sapevamo che aveva fatto la guerra nel 71 Fanteria, non altro. Ora, grazie al suo amico Sputasentenze, Piemunt ebbe un nome, un cognome e una storia, molto dolorosa per il vero, che Sputasentenze ci raccont, ora che non c'era pi motivo di tenerla segreta.
- Piemunt era tornato dalla guerra con tanta voglia di vivere, come tutti noi, ma trov una brutta sorpresa: sua moglie non l'aveva saputo aspettare. Glielo disse lei stessa, subito, brutalmente. S'era fatta un amante.
- Oh por sacrament, oh por Piemunt - comment Crapapelada.
- La storia  molto complessa - continu Sputasentenze - perch la colpa, secondo la signora Gallo, era del marito, delle sue assenze troppo prolungate. Gli disse che lei era giovane, che scoppiava di salute e l'astinenza le nuoceva.
- "Bela vaca" la madama Gallo - intervenne Occhiodilince.
- Le assenze prolungate. Cose da pazzi. Suo marito era in guerra! - esclam Sciur Cazzaniga.
- Anche lui era giovane - fece Ragiunatt. "Cunta".
- Non era andato volontario in guerra, mi pare - disse ancora Sciur Cazzaniga.
- Ormai comunque la relazione era accesa e lei non intendeva piantare l'amante cos sui due piedi. Toccava a Piemunt, a Ferruccio Gallo, secondo lei, riconquistarla con le attenzioni, con le prove d'affetto.
- "El duveva murusala, insoma", oltretutto - disse Crapapelada.
- L'amico, dimenticavo di dirvelo, era un imboscato che aveva fatto i soldi con le commesse all'esercito di materiale sanitario.
- Un dritto - disse Occhiodilince.
- Un disgraziato come te - disse Sciur Cazzaniga tra l'approvazione generale.
- L'amante era uno che aveva moglie e figli che non intendeva lasciare per la signora Gallo - prosegu Sputasentenze. - Quindi, sempre secondo lei, Piemunt la doveva commiserare, perch anche lei, poverina, doveva dividere l'amante con un'altra donna.
A questo punto ci fu un'esplosione di giudizi non certo lusinghieri per la signora Gallo, troppi per poterli ricordare e riportare, giudizi che interruppero Sputasentenze. Nel frattempo gli ascoltatori erano diventati molti, un folto gruppo che faceva ressa intorno al tavolo dove Sputasentenze raccontava.
Quando Sputasentenze pot riprendere, invitato da alcuni, ostacolato da molti altri che ritennero di saperne abbastanza per un loro giudizio definitivo, disse:
- Piemunt era sempre suo marito, lei era pronta ad assolvere a tutti i suoi doveri di moglie e per il vero, mi asser pi di una volta Piemunt, li assolveva meglio di prima della guerra, ma lasciare l'altro no. Lui doveva comprendere e accettare.
- Ha ragione Pitigrilli14 - asser Occhiodilince. Cercare di capire le donne  come immergere un dito nella punta di un carciofo.
Non tutti avevano ascoltato le ultime frasi, presi com'erano dalle discussioni frammentate in gruppuscoli di due e di tre, dai commenti, dagli apprezzamenti, dai giudizi che mi davano noia perch io volevo sentire Sputasentenze che finalmente, sia pure spesso interrotto, pot proseguire:
- Due sere la settimana lei usciva, lui non voleva, litigavano e quando lei rientrava ostentava i regali, una volta un anello, un'altra un bracciale d'oro, doni che Piemunt non si poteva permettere. Litigavano tutta notte, talvolta.
- Due cazzotti in bocca e lei da casa non usciva - disse Crapapelada grattandosi e tossendo.
- Piemunt non era uomo da cazzotti - gli rispose Sciur Cazzaniga.
- Non avrebbe ammazzato una mosca - conferm Sputasentenze. - La vita di Piemunt divenne un inferno: "Meglio in guerra", mi disse un giorno, "almeno l avevo la speranza". Piemunt non aveva pi voglia di tornare a casa la sera dopo il lavoro. Si fermava nelle osterie, un bicchiere qua, uno l, voi sapete com' e quando rientrava erano scenate, perch, secondo lei, suo marito non doveva ubriacarsi, lasciarsi andare. Doveva continuare a essere l'uomo di prima, tutto casa, lavoro, chiesa e fedelt.
- Eccone un'altra! - sbott Ragiunatt. - Un'altra comprensiva con i propri illegittimi desideri ma esigente con il suo uomo.
- Ti meravigli? - fece Sputasentenze. -  una caratteristica della natura umana, nell'uomo come nella donna, essere esigenti con gli altri e generosi con noi stessi.
- Una squinternata, direi - disse Sciur Cazzaniga scuotendo il capo. - Squinternata - ripet.
- Piemunt non sapeva pi cosa fare - fece Sputasentenze.
- Doveva separarsi, porca vacca, denunciare l'adulterio - disse Crapapelada.
- Denunciarla a che serviva? - fece Ragiunatt.
- Separarsi, con un impiego a ottocento lire al mese era impossibile. Dove trovava i soldi per mettere su una nuova casa? Poi lui l'amava. D'altronde lei non glielo avrebbe permesso, da quello che ho capito.
- Botte! - url Occhiodilince. - Ammazzarla di botte doveva.
- Se quella l capitava in mano mia vedeva - afferm Bruntula.
Parecchi se ne andarono, il racconto pareva finito, almeno nei fatti essenziali, il giudizio sicuro: Piemunt un povero cornuto, lei una puttana. Ma il racconto era appena incominciato, come dovetti rendermi conto e il seguito mi avrebbe riservato molte sorprese.
- Piemunt manc certo di decisione, di energia - riprese Sputasentenze a favore del gruppetto ormai striminzito che gli era rimasto intorno. - Manc di energia anche perch a un certo punto gli venne il dubbio atroce che la colpa fosse sua.
- Allora, era gi un "rimbamba" - fece Crapapelada.
- No, no, tutt'altro. Non era stupido Ferruccio Gallo. Un certo giorno si accorse che lei era molto cambiata. Prese a osservarla. Non era pi incolore, sciatta, occupata e preoccupata soltanto delle faccende domestiche, di tirare fine mese col magro stipendio, frustrata, insoddisfatta. Ora si era trasformata, prima ciabattava dalla camera alla cucina e dalla cucina alla camera, ora sculettava su delle scarpette col tacco altissimo che era un piacere guardarla. Ferruccio mi diceva che prima parlava come tutti parlano, ora qualunque cosa dicesse pareva accarezzarlo. Proprio cos mi disse un giorno. Ora lei ogni momento si guardava allo specchio, uno specchio appena acquistato tanto grande da potersi vedere tutta in una volta dalla testa ai piedi, e ogni volta si controllava la pettinatura e il trucco e se non la soddisfacevano si dava un ritocco. Cucinava senza pi mettersi il vecchio grembiule sfilacciato.
- "Ven a ca, ven a ca" - disse Bruntula che col chiedergli di venire a casa intendeva sollecitarlo a concludere.
- Insomma, in definitiva Ferruccio Piemunt si convinse che sua moglie, grazie a quell'altro, si era trasformata in una donna viva, eccitante, allegra, contenta di stare al mondo e di essere una femmina desiderata. Cantava persino, cosa che non aveva mai fatto. E il bello  che a letto era lei ora che cercava il suo Ferruccio e lui finiva sempre per cedere, per assecondarla, nonostante la rabbia, e il loro rapporto non era pi squallido come lo era stato prima della guerra, quando lei si dava come dovere, con indifferenza, come faceva la quotidiana minestra e tutto finiva che non era ancora incominciato. Ora lei, pi che partecipare, dirigeva, indirizzava, rettificava, esigeva prolungamenti per lui impossibili.
Noi ascoltavamo in silenzio, tutto si era tremendamente complicato, non soltanto per me che non potevo capire.
- Per concludere, "per vegn a c" - disse Sputasentenze rivolgendosi a Bruntula - Piemunt si mise a bere, non riusciva pi a sopportare se stesso, da quando si considerava una nullit. Soffr lo squallore del suo passato rapporto con la donna amata che non sarebbe mai vissuta per colpa sua. Di suicidarsi ne aveva una gran voglia, ma gli manc il coraggio. Se ne and, scomparve nel nulla, il resto lo sapete.
- E lei, che fece poi? - chiese Ragiunatt,
- Questo non lo so. Ferruccio era convinto che lo avrebbe cercato disperatamente e aveva ragione, ne  prova l'annuncio da lei fatto nella rubrica "Chi l'ha visto?". Altro non so.
Cos come Sputasentenze sapeva tutto di Piemunt, Lucia sapeva tutto di Ragiunatt e un giorno, tagliandomi i capelli, per la sua voglia di difenderlo mi disse tutto.
Ragiunatt non era semplicemente un commercialista che aveva preteso di arricchirsi con un mestiere non suo, come credevamo nel trani: c'erano delle motivazioni pi profonde, pi complesse che lo avevano spinto nel baratro.
Visto dall'esterno, in superficie, Ragiunatt, quando era commercialista, aveva tutto quello che un uomo poteva chiedere alla vita. L'appartamento in cui viveva era di propriet, d'estate godeva della villa di Merate, ci andava su di un'Alfa nuovo modello, aveva la disponibilit di un palco alla Scala, ma nulla gustava, perch tutto ci lo riceveva dal suocero come contropartita di continue umiliazioni.
L'appartamento dove abitava, in Corso di Porta Vittoria, faceva parte della dote della moglie; i suoceri, che abitavano al piano di sotto, entravano e uscivano a loro piacimento, persino nella sua camera da letto. La suocera, a colazione, provava un gusto matto a sfotterlo per ci che lui aveva fatto la notte prima, perch sua moglie, nonostante le continue rimostranze e le preghiere, confidava proprio tutto a sua madre, cosa che lo faceva impazzire.
La villa di Merate era del suocero, l'abbonamento alla Scala lo pagava il suocero che, peraltro non amava la lirica, l'Alfa era il regalo per il trentesimo compleanno della moglie che di soldi non ne aveva mai abbastanza, nonostante Ragiunatt guadagnasse bene, e il suocero firmava assegni e per ognuno sottolineava che lui non si era sbagliato a ostacolare le nozze volute da quella pazzerella di sua figlia con un modesto Ragiunatt che non era neppure in grado di mantenere adeguatamente la famiglia.
Questa fu la molla che spinse Ragiunatt a commettere l'errore che lo avrebbe portato in carcere e al barbonaggio.
Coi debiti acquist un'azienda di confezioni e lui vi mise mano con coraggio e buona lena secondo i canoni appresi sui libri di economia, cosa che si pales presto controproducente, perch operava in un libero mercato dove c'erano concorrenti pi avventurieri che industriali, imprenditori che avevano la temerariet di esporsi a tutti i rischi senza coprirsi le spalle e se per questo uno di essi soccombeva, altri ne sorgevano ancora pi spericolati.
Ragiunatt fatturava tutto, i suoi concorrenti no, Ragiunatt aveva in fabbrica tutte le sue operaie e tutte erano iscritte nel libro paga mentre i concorrenti tagliavano in fabbrica i tessuti per abiti e cappotti e poi li davano da cucire alle lavoranti a domicilio, casalinghe senza alternative che dovevano chiudere gli occhi quando ricevevano il compenso, un tanto al capo e questa era la premessa necessaria per poter vendere senza fatturare e a prezzi concorrenziali e nel contempo per poter fare l'industriale senza pagare tasse.
Ragiunatt si accorse che non ci stava nei prezzi, che le commesse non arrivavano, che era fuori mercato e che il magazzeno era colmo. Si rese conto di non poter fare concorrenza a costoro e che la feroce lotta per la sopravvivenza riguardava le aziende come gli uomini e che lui era troppo debole come industriale, aveva troppi scrupoli, troppi freni morali e che il mondo degli affari non era per gli uomini come lui e che per questo la sua ditta era destinata a soccombere.

Ora sapevo quali e quante erano le strade che avevano portato all'alcolismo e al barbonaggio gli avventori del trani che mi parevano degni di indagine tra i tanti alcolizzati e i tanti deficienti privi di ogni interesse.
La storia di Ragiunatt era una lezione sconvolgente. Un giovane certamente invidiato perch aveva avuto la rara fortuna di sposare la figlia del milionario commendator Brambilla, fortuna apparente perch nascondeva una trappola per un giovane orgoglioso che non poteva sopportare il ruolo di un aggregato anzich quello di un capofamiglia. Un uomo onesto, umiliato e offeso, psicologicamente distrutto. Si era ribellato al suocero e alla moglie, ma la sua era stata una ribellione soltanto parziale, mentre per riuscire nel mondo degli affari doveva farlo anche contro i suoi principi morali. Ragiunatt non era fallito per aver fatto l'industriale, ma per averlo fatto seguendo concetti validi soltanto in teoria.
Mi chiesi se dopo queste precise notizie su Ragiunatt restava ancora valida la massima di Sputasentenze. Credo di s, perch in ogni caso Ragiunatt, che nel suo mestiere se la cavava brillantemente, pur non guadagnando quanto sua moglie divorava, era fallito in un altro del quale non aveva alcuna esperienza pratica.
Piemunt rappresentava la storia di un uomo ridotto all'alcol e al barbonaggio perch sconvolto da un evento inaspettato, traumatico, che lo aveva distrutto psichicamente soprattutto per l'incapacit di capire dove cominciavano le sue colpe e dove finivano quelle della donna amata.
Avevo anche imparato che un uomo pu diventare barbone per colpa della burocrazia militare, fredda e insensibile, com'era capitato a Crapapelada.
Sapevo che era stata la maledetta guerra a portare al barbonaggio il grande invalido Sciur Cazzaniga, una maceria d'uomo che era stato un qualificato operaio che ora non poteva vedere e sentire oltre i confini delle sue insopportabili emicranie e le sue distruttive insonnie che gli consentivano di trovare pace soltanto con l'aiuto dell'alcol.
Grazie a quel birbante di Occhiodilince mi ero reso conto che esisteva anche il barbone per vocazione, un individuo con una natura umana coi valori capovolti, un individuo che non aveva amici ma non gliene importava, che non intendeva lavorare, che per egoismo aveva rinunciato all'amore di una donna, di una famiglia, un uomo malsano insomma, incapace di amare e di lavorare.
Bruntula era semplicemente un asociale incapace di capire quali erano i suoi limiti e quindi quale era il suo ruolo nella societ.

Tutte queste conoscenze mi stimolarono la voglia di sapere chi era stato Sputasentenze, il pi istruito, il pi interessante, il pi complicato e il pi misterioso di tutti i barboni.
Mi ero reso conto che c'era sempre qualcuno che riceveva le confidenze di un altro, perch l'uomo, per quanto misantropo sia, non  fatto per isolarsi. Ma Sputasentenze costituiva l'eccezione a ogni regola, perch lui non era un orso, in compagnia ci stava volentieri, per il suo segreto passato non lo aveva confidato ad alcuno. Sputasentenze era autosufficiente in tutto, viveva di ci che aveva dentro e dentro aveva tutto quanto gli occorreva per tirare a campare in attesa della morte, un evento al quale era pronto e che attendeva nella pi totale indifferenza. Il suo non era un atteggiamento, ma una coerente logica conseguenza di ogni suo comportamento. Ma quale era il suo passato? Quali erano le motivazioni che lo avevano portato al barbonaggio?
Occhiodilince diceva che era un ex prete spretato per aver stuprato dei ragazzini, ma noi di Via Sirtori avevamo gi imparato a distinguere quelli che ci giravano intorno e Sputasentenze non era uno di questi. Occhiodilince era poco affidabile anche perch, come lui diceva, Sputasentenze gli stava sui coglioni, perch anche la sola presenza gli impediva di dire l'ultima parola, o meglio l'ultima stronzata, cosa che gli stava maledettamente a cuore.
Dagli altri barboni nulla sarebbe trapelato, neppure se avessero saputo qualcosa, perch il loro passato lo volevano cancellare, era un argomento tab, tanto che neppure il prefetto Mori15 sarebbe riuscito a farli parlare.
Mio zio era ligio ai dettami di Don Cagnola: "Mai fare domande ai signori clienti" nel senso pi esteso della parola, ma certamente nulla sapeva se non le stupidaggini di Occhiodilince che anch'io conoscevo. Forse Don Cagnola sapeva qualcosa, ma a lui mai avrei osato porre domande, perch anche se lo avessi fatto mi avrebbe risposto di badare ai fatti miei.
Restavano i miei amici Valentino e Lucio, entrambi tifosi fedelissimi come me del Milan, collante di un certo valore reale. La fedelt alla squadra era indistruttibile, come spieg Sputasentenze, un giorno che la Ginetta era entrata nel trani per proseguire in una delle sue chiassose e pittoresche scenate di gelosia, dato che evidentemente Valentino doveva averne combinata una delle sue.
- Un uomo - aveva detto Sputasentenze -  sicuramente fedele alla squadra di calcio per la quale tifa, gli  fedele per sempre, nella buona e nella cattiva sorte, dalla nascita alla morte, mentre, alla propria donna e alle proprie opinioni non sempre.
Riferendosi a Valentino, Sputasentenze era stato generoso dicendo: "Alla propria donna non sempre" perch ogni volta che gli riusciva un torto alla sua Ginetta glielo faceva (e non per questo era diminuita la mia simpatia per lui). Ci che non capivo era come potesse tollerare che la sua donna "battesse i marciapiedi" come dicevano nel trani, orgoglioso com'era, o pi precisamente come era stato nel passato, perch da quando era tornato da San Vittore le biciclette non le rubava pi e aveva chiuso definitivamente con l'Acqua Giommi per i bianchini, i rossi, i grappini e gli amari.
Un'altra cosa che non capivo era come mai la Ginetta, col mestiere che faceva, potesse pretendere che Valentino fosse tutto suo, una pretesa assurda, a mio vedere, uguale a quella della signora Gallo, la moglie di Piemunt.
Secondo Valentino era probabile che Sputasentenze fosse stato prete perch lo aveva sentito pi volte dire massime latine e il latino, secondo Valentino, lo conoscevano soltanto i preti.
Massime latine ne avevo sentite anch'io (per fortuna subito dopo le traduceva), una mi impression e me la feci ripetere finch la imparai a memoria. Diceva: "Excusatio non petita, accusatio manifesta".
Quella di Valentino era soltanto un'ipotesi, ma altro non sapeva. Tentai con Lucio e questi mi disse che secondo lui Sputasentenze poteva essere stato prete, ma un ex prete che aveva gettato la veste alle ortiche quando Pio XI aveva sottoscritto i Patti Lateranensi con Mussolini e lo aveva pubblicamente indicato come "l'uomo della provvidenza". Lucio era pronto a scommettere su questa ipotesi che considerava fondata perch aveva sentito alcuni suoi importanti clienti criticare duramente Sua Santit per questo e asserire che molti intellettuali cattolici si erano ribellati.
Un giorno Sputasentenze, senza volerlo, complic il mistero della sua identit. Non so quale discorso stessero facendo, so che a un certo punto pronunci una frase incomprensibile e poi spieg che era di Socrate, in greco antico, e voleva dire: "Avendo cos pochi bisogni che meno non si potrebbe, sono vicinissimo agli Dei".
Lucio mi disse che i preti non conoscono il greco e che quindi Sputasentenze non era un ex prete, ma chiss, probabilmente un ex professore di lettere o di filosofia che si era ribellato proprio a causa della stipulazione dei Patti Lateranensi.
Questi avvenimenti crebbero la curiosit mia, di Renatino e di Nanni al punto che decidemmo di adottare il metodo che ci aveva dato cos buoni risultati con Ragiunatt. Decidemmo di seguirlo nel pomeriggio, quando abitualmente usciva tutto solo dal trani per un paio d'ore e nessuno sapeva dove andava.
Anche Sputasentenze, come Ragiunatt, doveva riservarci una sconvolgente sorpresa. Arrivato all'angolo tra Via Melzo e Via Malpighi si ferm davanti alla palazzina in stile Liberty sede del cinema Dumont. Di fronte, all'angolo con Via Malpighi, c'era un palazzo, anch'esso in stile Liberty, ricco di stupendi poggioli in ferro battuto traforato, alternati a poggioli in pietra traforata, sostenuti da deliziosi putti scolpiti in pietra. Sputasentenze guard il palazzo e gli parl come se questo potesse sentirlo. Si spost pi volte di qualche metro per vederlo e rivederlo da diverse angolature, indic con l'indice ora un poggiolo di pietra, ora un putto, ora il ferro battuto di un altro poggiolo e disse qualcosa di incomprensibile per noi che purtroppo dovemmo tenerci a una certa distanza per non farci scoprire. Dopo un gesto di commiato, esattamente uguale al gesto di rispetto col quale salutava Sciur Cazzaniga, and a bere un calice di rosso del Monferrato nell'osteria di Via Malpighi. Poi continu la sua passeggiata fino all'angolo di Via Sirtori, dove riprese il suo dialogo di fronte all'allegra e stupenda facciata di Palazzo Galimberti, ricca di lucidi e multicolori piastrelle raffiguranti giovani fauni e deliziose fanciulle a seno scoperto, in un ordinato pergolato carico di rigogliosi rampicanti risalenti da un balconcino in ferro battuto traforato ad un altro in pietra scolpita. Sputasentenze guard il palazzo, gli parl e accompagn il suo soliloquio con ampi gesti delle braccia indicanti le varie raffigurazioni. Un'altra osteria di Via Sirtori fu l'ultima tappa prima di rientrare nel trani di Via Lambro.
Sputasentenze era tornato pi misterioso di prima. Che significato potevano avere per un ex prete o per un ex professore di filosofia le estrose facciate dell'architetto Bossi? Quali erano le motivazioni che lo inducevano a conversare coi palazzi in stile Liberty di Via Malpighi? Quale passato gli facevano rivivere? Non certo quello di un prete o di un professore. Era pi probabile che Sputasentenze fosse stato architetto o ingegnere. Chiss? il mistero s'infittiva e io ero ansioso di conoscerlo. Peraltro era stato proprio Sputasentenze a citare un'altra massima di Socrate che diceva: "Esiste un solo bene: la conoscenza, e un solo male: l'ignoranza"; in quanto a me, la "conoscenza" che mi premeva in quel periodo era di sapere chi era stato Sputasentenze.
Ci ripromettemmo di seguirlo al mattino, quando usciva dal trani e se ne andava chiss dove tutto solo dalle undici fin verso le quattordici. Discutemmo anche come era stato possibile passare tante volte da Via Malpighi senza accorgerci della bellezza di alcuni palazzi. Noi eravamo attratti soltanto dai cartelloni esposti fuori dal cinema Dumont, raffiguranti alcune scene dei film che ci facevano sognare, non altro. Discutemmo ancora e decidemmo di tornare in Via Malpighi, stavolta per vedere se i passanti, i grandi, si fermavano a guardare i palazzi Liberty. Ebbene, ci sentimmo meno colpevoli perch nella stragrande maggioranza tiravano diritto, a passo svelto e a testa bassa.
Un mattino, per seguire Sputasentenze, ci appostammo dietro gli angoli e dentro i portoni per non farci scoprire, ci nascondemmo cos bene che in Via Solferino ne perdemmo le tracce. Ricominciammo tutto daccapo il mattino successivo, un'altra lunga camminata nella stessa direzione finch Sputasentenze arriv in Via Mascheroni dove entr diritto nella caserma, salutato dalla sentinella con uno scatto sull'attenti che ci lasci di stucco.
Fuori c'era una lunga fila di barboni perch era tradizione risaputa che i soldati distribuissero loro gli avanzi del rancio e i barboni si presentavano con un loro recipiente, un barattolo di salsa d pomodoro in genere, tanto che in caserma e fuori i barboni erano soprannominati: "Quelli della Brigata Cirio".
Nessuno di noi tre possedeva un orologio, ma era evidente che mezzod era passato da un pezzo e Sputasentenze non era ancora uscito. Nanni era del parere di tornare a casa, aveva fame come noi, ma la sua preoccupazione maggiore era che le avrebbe buscate da suo padre per l'ingiustificato ritardo che certo lo avrebbe tenuto in apprensione. Litigammo, Renatino e io eravamo decisi a restare, il nostro "eroico" compito lo avremmo portato a termine a qualsiasi costo, si trattava di un'esperienza eccitante che ci faceva sentire protagonisti di una specie di film di spionaggio, se non proprio delle imprese di Mata Hari.
Finalmente Sputasentenze usc e a noi rest soltanto di cambiar strada per tornare di corsa fino a casa. Ci arrivammo che erano quasi le due. Per mia fortuna mio padre era di servizio e mia madre si content di dirmene quattro. Ci ritrovammo per fare un sunto della nostra prodezza. L'aver visto dove Sputasentenze si recava a pranzo non ci fu di alcun aiuto. Avevamo scoperto soltanto che nella caserma aveva libero accesso, fatto che ci apr nuovi interrogativi. Sputasentenze nel pomeriggio parlava alle case, al mattino camminava due ore circa per andare a mangiare in una caserma quando a due passi dal trani c'erano i frati. E l'elemosina quando la chiedeva? A chi? Se no, come si procurava i pochi soldi che gli occorrevano per bere? L'entrare liberamente in caserma che significava? Era un ex ufficiale? Sputasentenze era un bel rompicapo.





9.
VIAGGI A TRANI

QUANDO a Trani vidi i miei nonni ci rimasi male. A Milano li avevo sempre davanti agli occhi nella foto che li mostrava nel giorno delle nozze. Mia nonna appariva ragazzina di appena quattro o cinque anni pi di me, con un sorriso dolcissimo, fasciata da un ampio abito bianco col velo in testa e mi incuteva molta tenerezza, forse anche perch era in piedi accanto al suo sposo seduto in poltrona con le braccia appoggiate sui braccioli, il petto in fuori e con dei baffi neri tagliati corti, folti e robusti, che gli attribuivano tutta l'importanza che conveniva a un nuovo capofamiglia tranese del 1890.
Era tradizionale la fotografia con lo sposo seduto e la sposa in piedi, emblematicamente pronta a servirlo, costume tranese tramandato attraverso i secoli, che noi nati a Milano contestammo parecchio, cos come reagimmo energicamente quando arriv la fotografia di un cuginetto appena nato, ritratto da sotto in su, nudo, perch mostrasse a noi parenti che gli attributi maschili c'erano. La lettera che accompagnava la fotografia manifestava l'orgoglio e la gioia degli sposi per aver saputo concepire un maschio e quindi c'era l'implicita confessione che, se fosse nata una femmina, l'avrebbero considerata una disgrazia.
Non ci avevo pensato che avrei trovato i miei nonni molto cambiati e ora erano l ad impressionarmi, a spaventarmi. Mia nonna, un donnino di trenta chili s e no, uno straccetto tutto raggrinzito, al posto dell'antico dolcissimo sorriso mostrava una bocca ritirata per la mancanza dei denti e un mento che sporgeva sgraziatamente. Mio nonno era un nonno strano e, tutto sommato, simpatico, perch tutti i nonni che avevo conosciuto fino allora avevano i capelli grigi o bianchi o avevano la "crapa pelada", mentre lui i capelli li aveva tutti ed erano nerissimi. Gli altri nonni erano svampiti, smarrivano il filo del discorso e si inceppavano, mentre mio nonno, quando parlava, andava fino in fondo, lucidissimo. Per il resto non aveva un gran bell'aspetto, stava marcatamente curvo in avanti come attratto dalla terra che aveva vangato, zappato, sarchiato e zappettato per pi di sessant'anni.
Contai mentalmente: erano trascorsi oltre quarant'anni fra la fotografia e i vecchietti che ora avevo davanti. Il primo pensiero fu di grande pena per loro che erano gi arrivati al termine della vita, poi mi dissi che l'invecchiamento, il decadimento e la morte riguardavano tutti, me compreso, cosa che mi procur un brivido freddo. Come sempre facevo, scacciai dalla mente questo angoscioso pensiero richiamandone uno piacevole. Non fu difficile, dato che avevo davanti a me una meravigliosa vacanza da godermi tutta e subito. L'invecchiamento e la morte erano per me problemi futuri, ci avrei pensato pi in l. Quel giorno stesso sarei andato in riva al mare, finalmente, gi visto dal treno per lunghi tratti, poi avrei visitato Trani e conosciuto i miei parenti.
Mio nonno voleva mostrarmi al parentado e agli amici suoi, per prima cosa, io lo supplicai di portarmi al mare, poi lo avrei seguito docilmente dove lui voleva. La nonna intervenne a mio favore e dopo alcuni scambi di battute lui acconsent.
Il nonno non era interessato al mare e non cap la mia premura di andarci. Mi disse che l'indomani l'avremmo trovato ancora l, che era sempre quello, cambiava soltanto d'umore, talvolta era tranquillo, placido e talaltra era incazzato: "Proprio come li cristiani" concluse. Dovetti prendere atto, sia pure con una certa sorpresa, che questo era il punto di vista di mio nonno, uno che il mare ce l'aveva a pochi metri da sempre.
Arranc lungo gli stretti vicoli della vecchia Trani, salutando commare e compari che stavano seduti fuori dai loro "sottani", li salut continuando a camminare lentamente e aiutandosi con un robusto bastone col manico d'argento, sul quale si appoggiava pesantemente, persino con entrambe le mani, quando si fermava per riprendere fiato. Arrivammo al mare che mi apparve dietro un angolo, dopo forse quindici minuti di strada. Rimasi incantato e, istintivamente, mi alzai in punta di piedi per vedere ancora pi in l.
- Assttati. Ecco il mare! - mi disse accompagnando le parole con un ampio gesto del braccio prolungato dal bastone.
Mio nonno si sedette alla bell'e meglio sullo scoglio meno spigoloso. Restammo muti. Io guardavo il mare, mio nonno guardava me, immerso in chiss quali pensieri.
Davanti a me, in mare c'era un numero sterminato di ragazzi dai cinque anni alla mia et che urlavano, si tuffavano, che nuotavano festosamente e mio nonno, indicandoli, mi disse che mio padre quand'era ragazzo stava sempre in acqua, proprio come un pesce. Io, che ero figlio suo, non sapevo neppure nuotare. Il mare era profondo gi appena sotto gli scogli e quindi tutto quello che potevo fare era di stare a guardare come si divertivano i ragazzi nati a Trani. Mi ripromisi di imparare a nuotare, quando sarei stato grande, ma erano troppe le cose che mi ripromettevo di fare, e chiss se sarei riuscito.
Quel giorno il mare era placido, le onde appena accennate in leggeri rilievi, quasi come una tovaglia non stesa perfettamente su di un tavolo. Il vento era caldo, mi accarezzava dolcemente lasciandomi immerso in un aroma saporito, salato quasi come le olive nere che avevo mangiato a mezzod. Riuscii a dirmi soltanto che mia zia aveva ragione, il mare era troppo importante e affascinante per poterlo descrivere adeguatamente. Neppure io, tornato a Milano, sarei riuscito a dire cos'era e com'era ai miei amici. Quel giorno ci stetti davvero poco, fino a quando mio nonno si spazient, e io lo seguii ripromettendomi di ritornarci.
Il nonno, dopo pranzo, andava a riposarsi e io mi annoiavo a stare in casa con mia nonna affaccendata a rigovernare. Lei non aveva pi niente da dirmi, mi guardava e mi accarezzava i capelli, io cercavo qualcosa da dirle e quando non trovavo niente parlavo in tranese per farla ridere.
- Nonna, - le dicevo - ti son piaciuti i "lambasciaune" o preferisci i "cicuridd"?
- Nonna, hai visto quante "aloeive" e quanta "ncapriata" ho mangiato? Mia nonna stava al gioco e mi chiedeva:
- Che vuoi stasera? Ti faccio "u calzeungiedde" o preferisci "li cruschill"?.
- "Nu poco cruschill e nu poco calzeungiedde" - rispondevo.
Alla fine, era il momento giusto per chiederle il permesso di andare al mare, un'oretta soltanto, sarei rientrato prima che mio nonno tornasse in circolazione e lei, ancora pi permissiva di mia madre, mi diceva di s, dopo un numero infinito di raccomandazioni. Arrivavo subito al mare, i quindici minuti impiegati col nonno si riducevano a meno della met.
Mi ero proposto di concentrarmi sul mare, tutto solo lo potevo fare, volevo scoprire cos'era guardandolo fin dove il mio sguardo poteva arrivare, ma mi resi presto conto che c'era poco da scoprire senza aiuti e per questo mi trovai a pregare Dio Nettuno di sorgere, di farmi conoscere i misteri del mare e, gi che c'era, anche quelli del cielo e della terra. Dopo aver atteso a lungo una risposta gli dissi che se la mia voglia di sapere era troppo ambiziosa, ero pronto a ridimensionarla, ecco, mi sarei contentato di vedere una sirena, anche se muta, mi sarebbe bastato vederla, una soltanto, per un attimo. Niente. Nemmeno questo.
Il terzo giorno un gruppo di ragazzi, i pi grandi, vennero a nuoto verso di me. Quando furono vicini mi chiesero che facevo l impalato, tutto solo a guardare il mare.
- Vieni abbasso! Vieni! - mi dissero pressappoco in un tranese difficile da capire, ma i loro gesti erano chiarissimi. Risposi che, purtroppo, non sapevo nuotare, che mi sarebbe piaciuto e loro videro che ero smorto da far paura, lo videro certo, come lo vidi io, confrontando il mio colore col loro, scurissimo, capirono che parlavo italiano, che ero un forestiero e, visti inutili i loro inviti, se ne andarono. Io, figlio di tranesi nato a Milano, ero un estraneo per loro e loro lo erano per me. Mi dispiacque, volevo far sapere chi ero, che ero dei loro, ma desistetti.
Per quasi una settimana il mare si mantenne calmo, poi s'infuri. Il vento fischiava violentemente tanto che pareva riuscisse a trascinarmi via, l'orizzonte quel giorno era pi ampio, pi limpido, l'odore pi intenso, le onde erano altissime e si infrangevano contro gli scogli come energiche sberle creatrici di schiuma che si alzava davanti a me, producendo forme talmente bizzarre e allegre che nessun pittore, per quanto fantasioso, sarebbe stato capace di inventare. Dovetti attestarmi sugli scogli parecchi metri pi indietro degli altri giorni, per cercare di non bagnarmi, ma un'onda pi alta delle altre inaspettatamente mi innaffi. Fu l'occasione per porre a Dio Nettuno due ultime domande: "Perch ti sei incazzato? Perch mi hai innaffiato?". Tornai a casa bagnato dalla testa ai piedi, come se in mare fossi caduto. I miei nonni furono presi dal panico, cercarono un asciugamano ma non lo trovarono, le altre mie scarpe chiss dove si erano cacciate e io ridevo felice, facendomi giudicare un milanese piuttosto sciocco, sia per la mia ingiustificata contentezza, sia per aver asserito che il mare, in burrasca, era ancora pi bello.
Mi venne voglia di sapere che avevano detto del mare i grandi scrittori. Joseph Conrad fu il primo che consultai: lui sul mare ci aveva passato buona parte della sua vita e tutto riusciva a descrivere in maniera affascinante. Ebbene, in Cuore di tenebra scrisse: "Il mare non cambia mai e il suo operare  avvolto nel mistero". Ne Lo specchio del mare: "Il mare non  stato mai amico dell'uomo". Ci rimasi male, continuai a leggere e ad ammirare il grande scrittore, ma non mi riusc di accettare il mare come nemico dell'uomo pur conoscendo tante tragedie accadute.
Lessi Giovanni Verga, scrittore vissuto a Milano, a Porta Venezia (che lui amava, anche se gli impediva di scrivere perch gli era difficile star chiuso in casa con le tante attrattive che c'erano fuori): "Soltanto il mare gli brontolava la solita storia l sotto. In mezzo ai faraglioni, perch il mare non ha paese nemmeno lui ed  di tutti quelli che lo stanno ad ascoltare" (I Malavoglia).
Baudelaire: "Uomo libero sempre avrai caro il mare".
Flaubert: "Non ha fondo. Immagine dell'infinito. Ispira grandi pensieri. Contemplandolo si esclama: "Quant'acqua!"" (Dizionario dei luoghi comuni).
Diogeniano: "Meglio essere povero sulla terra che ricco sul mare" (Proverbi). Anche lui non lo amava, dunque.
Borges: "Il mare  un autentico idioma che non riesco a decifrare" (Navigazione).
Non trovai altro. Avrei cercato ancora. Nel frattempo ero d'accordo con Borges e con Baudelaire. Impossibile decifrare il mare, tuttavia mi sar sempre caro.

Mio nonno si prodig, mi dette un'importanza che non avevo e alla quale non ero abituato, al punto da convincere "Vengienze", Vincenzo, uno dei tanti miei cugini, a portarci a spasso in campagna sul suo "trajoeine", un carretto a due ruote trainato da "nu ciucc" che quel giorno volle essere protagonista, distraendomi non poco dallo scopo del viaggio: imparare a conoscere le piante, la vigna, dove e come nascevano la frutta e la verdura. In cambio u ciucc mi divert moltissimo. Vengienze dovette sfiatarsi perch ogni tanto, senza motivo, "u ciucc" si fermava e di ripartire non ne voleva proprio sapere, e quando mio cugino gli ordinava, con delle parole proprio misteriose, di fermarsi "u ciucc" accelerava.
Vengienze, quando finalmente otteneva da "u ciucc" ci che voleva, si diceva, tutto compiaciuto: "Con Quaraat ci vuole pazienza come con tutti i quaratoin, pazienza ci vuole". Poi mi spieg:
- Quaraat  abituato a un solo cristiano. Un solo viaggio, una sola fermata per il carico delle merci: uva o olive o pomodori o patate o mandorle, poi il ritorno.
Oggi tiene addosso tre cristiani e le continue fermate lo hanno mandato in confusione.
Io gli chiesi che significava Quaraat, quella parola cos strana e Vengienze mi disse che strana non era. U ciucc si chiamava Quaraat semplicemente perch lo aveva comperato alla festa patronale di Quaraat.
- Quaraat - mi precis mio nonno -  un paese vicino a Trani.
Io tacqui, sbatacchiato com'ero avevo problemi coi miei intestini che mi stavano in gola e cercavano di uscirne. Guardai le ruote e vidi che erano rotonde, cosa che mi meravigli, poi capii guardando il terreno pieno di buchi e di sassi.
I sobbalzi mi avevano ridotto in uno stato pietoso, chiesi di poter scendere, mi asciugai il sudore e seguii a piedi il carro per un lungo tratto saltellando da un sasso all'altro fin che le budella mi tornarono al loro posto. Nel mentre ero indaffarato a star dietro al carro senza inciampare tra Vengienze e il nonno avvenne un dialogo in perfetto tranese che afferrai soltanto in minima parte, purtroppo, perch era incredibilmente gustoso. Mio nonno cap che li ascoltavo cercando di capire e quando Vengienze riusc a fermare Quaraat mi disse:
- Vengienze dice che con i quaratoin pazienza ci vuole, perch, devi sapere che ha commesso un grave errore: "A Quaraat Vengienze ave accattato u ciucc e la mugghiera e m i due compaesani si sono coalizzati contro di lui e Vengienze m ave la sua rogna da grattare".
Mio nonno era talmente serio mentre mi diceva questo che io non so neppure oggi se scherzava o se ne era convinto. Di una cosa sono certo: Vengienze replicava seriamente a quanto gli diceva il nonno, tanto che a un certo punto del loro colloquio venne alla luce che i tre vivevano in un unico sottano e che l'intesa tra la moglie e "u ciucc" entrambi quaratoin era tale che i due si scambiavano persino l'occhiolino che Quaraat aveva imparato a fare cos come aveva imparato a girare il posteriore e a menare calci al vento in direzione di Vengienze quando questi litigava con sua moglie. Approfittai della sosta per pormi davanti a Quaraat, gli feci l'occhiolino, ma u ciucc mi ricambi con uno sguardo di commiserazione. Vengienze e il nonno bisbigliarono qualcosa e risero. Poi il nonno mi disse:
- Seriudde e che credi di ottenere in un minuto ci che la "quaratoin"  riuscita dopo mesi di paziente applicazione e un quintale di carrubi?
- Eh s - gli risposi ridendo - mi piacerebbe "ass". - Calcai sull'ass che a Trani avevo appena imparato a usare.
- Ogni cosa la si impara chiano chiano, nulla si improvvisa e nulla si ottiene senza contropartita, neppure con u ciucc.
Annuii.
- "Te si capacetate?"
- S, nonno.
Risalii sul carro, registrai la lezione nella memoria e poi gli chiesi:
- Quaraat come si dice in italiano?
- "In talian? Nu sacc, Quaraat  sempre stato Quaraat per noi tranois."
Mio cugino Vengienze era troppo impegnato con Quaraat e quindi tocc a mio nonno insegnarmi a distinguere i mandorli dai fichi. Mi mostr come pungevano i fichi d'India, come si coglievano, proteggendo le mani col fazzoletto di cotone grosso e ruvido e come si aprivano, mi mostr l'odoroso rosmarino che in cespugli rigogliosi cresceva selvaggiamente perfino sui tratturi polverosi, mi mostr i vigneti con i grappoloni di uva dalla pelle dura, solida, dorata, gustosa e dolcissima. I grappoli striminziti o un po' acerbi, inadatti alla vendita, mi spieg il nonno, erano abbandonati ai poveri.
Quel giorno imparai a distinguere l'uva da tavola da quella da "mmiere russ" e quale era destinata al famoso moscato di Trani. Per me, milanese abituato all'asfalto, quel tripudio di verde fu una scoperta che si  incisa nella memoria. Pi di tutto mi colp apprendere che gli ulivi vivevano da secoli, che i loro tronchi erano contorti per gli acciacchi subiti e superati grazie alla loro vitalit.
Mi impression pensare che mentre i mutilati di guerra non potevano rifarsi gli arti perduti, gli ulivi i rami bruciati dai fulmini o tagliati se li rifacevano senza l'aiuto di nessuno e persino le profonde ferite nel tronco riuscivano a rattoppare. Qual era il loro segreto? Chi li aveva piantati e quando? Quanti uomini avevano visto penare, soffrire, zappare e sudare intorno a loro?
Chiesi a mio nonno se sapeva qualcosa di pi e lui mi rispose:
- Tutto quanto posso dirti - fece allargando le braccia -  che quando nacque Garibaldi questi ulivi c'erano gi.
Quaraat interpret le parole di mio nonno o il nome di Garibaldi come un ordine di partenza alla carica e ci dette uno strattone che ci mand tutte e tre a gambe all'aria.
Rientrando in citt mio nonno chiese a tutti quelli che incontrammo come si diceva in italiano Quaraat. Qualcuno reag male, non cap la domanda e ci rispose: "... a chi te muorte. Per altri Quaraat era Quaraat, che volevamo?
Finalmente, dopo forse una dozzina di tentativi uno cap e con molto compiacimento si ferm, si mise in posa allargando un poco le gambe, si gonfi il petto e ritm accompagnandosi con entrambe le braccia:
- Co - ra - to! Co - ra - to! Co - ra - to!
Seppi cos, finalmente, come si chiamava la cittadina patria du ciucc e della "mugghiera" di Vengienze.
Il mattino successivo cominciarono le passeggiate pi piacevoli per mio nonno: mostrarmi ad amici e parenti, un'alta percentuale della popolazione. Ero uno dei cinque nipoti che portavano il suo nome, uno dei tre col suo cognome. Inform i primi che andammo a trovare che ero figlio del suo Ciccillo, che ero nato e che vivevo a Milano, cosa che sollev qualche critica, perch Ciccillo, secondo costoro, avrebbe dovuto mandare a Trani la moglie a partorire.
- Nu tranois a Trani nasce e a Trani muore.
Da questa frase e da altre simili mi resi conto che per un tranese l'emigrazione era un fatto provvisorio, limitato nel tempo, che il tranese era orgoglioso di esserlo, amava la sua citt e che era determinato a tornarci, presto o tardi.
Mio nonno ammise che il suo Ciccillo aveva sbagliato, ma che purtroppo, cosa fatta capo ha, dopodich, con gli altri parenti divenne pi prudente, disse che ero figlio del suo Ciccillo e che ero a Trani in vacanza-premio per essere stato promosso.
- Ha fatto tutte le scuole e poi altri tre anni, ben otto anni di scuola! - disse agli amici e ai parenti sommando gli anni a voce e con le dita per il timore che non capissero bene.
Anche mio nonno era orgoglioso della "Citt che non  mia", come lui scherzosamente diceva. Sapeva vagamente, per notizie tramandate di padre in figlio, che Trani era stata prospera in un lontano passato e che dal suo porto partivano i Crociati per conquistare la Terra Santa.
Un passo lento dopo l'altro, fermandosi ogni tanto per il tentativo di raddrizzare la schiena aiutandosi con le mani sulle reni, mi port alla Villa Comunale, i frequentati giardini pubblici a strapiombo sul mare, mi descrisse una per una le molte piante esotiche e la loro provenienza, sottoline che erano rigogliose grazie al buon clima tranese.
Nella Villa Comunale c'erano, collocati al centro dei giardini, alcuni busti di pietra o di marmo dedicati ai concittadini illustri del passato e mio nonno si sofferm davanti a ognuno spiegandomi chi erano stati i personaggi rappresentati. Ricordo soltanto due nomi, per quanti sforzi di memoria abbia fatto: Quercia e Beltrani. Chi fossero precisamente non lo ricordo.
Poi allung la via del ritorno per passare da piazza Vittorio Emanuele, la vasta piazza principale grande quasi quanto Piazza Duomo di Milano, ma tutta diversa perch alberata con filari di querce rigogliose: era luogo di passeggio per i tranesi e insieme loro ritrovo, con tante panchine occupate da anziani che parlavano pacatamente dei loro problemi personali e di quelli della citt. Mio nonno era molto conosciuto, lo trattarono con riguardo. Mi present a tutti ma con tutti tagli corto perch gli premeva portarmi sotto l'imponente monumento dedicato a Giovanni Bovio, uomo severo, coi baffi pi lunghi di quelli di mio nonno, e in pi la barba che il nonno non aveva, una lunga barba che si appoggiava sul petto nascondendogli la cravatta, se la portava.
- Lo vedi Giovanni Bovio? - mi disse. -  il cittadino pi illustre di Trani.
- Lo vedo, nonno, chi era?
Mio nonno ci rimase male:
- Come, a scuola non ti hanno mai parlato di lui?
- No,
- Neanche tuo padre ti ha mai parlato di Giovanni Bovio?
- No, o forse non ricordo.
- E bravo il mio Ciccillo! Bravo! - ripet picchiettando ripetutamente sulla terra il bastone. - S' scordato di Trani e pure di Giovanni Bovio. Ascolta Seriudde, Giovanni Bovio  il pi illustre tranese e uno dei pi illustri italiani del secolo scorso. Non scordarlo. Classe 1837, filosofo, moralista, cultore del diritto, apostolo della democrazia. Fu un uomo onesto e probo e per questo perseguitato, un uomo che predicava bene e razzolava meglio. Disse, per esperienza personale: "Quando tutti ti mancano, resta con te la coscienza tua". Bovio era, insomma, concluse accalorandosi mentre si trascinava verso casa, un autodidatta assetato di conoscenza.
Questa frase conclusiva di mio nonno mi richiam alla memoria il detto di Socrate che avevo imparato da Sputasentenze: "Esiste un solo bene: la conoscenza e un solo male: l'ignoranza". Dissi la frase a mio nonno, che ne rest tanto colpito da ripetersela fin quando fu sicuro di essersela impressa nella memoria. Mi chiese di che paese era Socrate, se c'era ancora, poi mi fece ripetere la massima in famiglia e a tutti gli amici.
Nessuno comment la frase, forse qualcuno neppure la cap.

Il mattino successivo mio nonno mi port a vedere la Cattedrale di San Nicola, maestosa, imponente, ma nel contempo delicata per le sue forme snelle elevate con blocchi di pietra rosa tratti dalle cave di Trani.
- Guarda quant' "berefatta" - mi disse nonno Seriudde. - Padreterno l'ha fatta sorgere dal mare e del mare sembra ancora far parte, pare messa l su un ampio piedistallo.
- Nonno, quando fu costruita?
- Nel Medioevo, intorno all'anno 1250.
- Capisco, allora i miracoli li facevano - gli dissi, ricordando le mie richieste a Nettuno non soddisfatte. Pensai anche che forse avevo sbagliato indirizzo, visto che mio nonno aveva parlato di Padreterno, non di Nettuno. Il nonno mi stette a guardare in silenzio, poi manifest i suoi pensieri:
- Mio figlio Ciccillo ha fatto bene ad andare a Milano. Io prima ero contrario. Diglielo a "l'attan tuo".
- Senz'altro nonno, gli far piacere.
- Volevo tenere unita la famiglia. Ma tu, se tuo padre fosse rimasto qui, a otto anni avresti dovuto zappare, perch qui non c' alcuna speranza di poter mutare la propria condizione. Tutto  organizzato in modo che lo zappatore resti tale una generazione dopo l'altra. Mio padre contava su Garibaldi e lui qualcosa voleva fare, ma il Re piemontese prese tutto nelle sue mani e nulla cambi.
- Anche pap ammira Garibaldi. Abbiamo un libro in casa che racconta la sua vita. Pap mi parla spesso di lui e di Matteotti.
- Non fare il nome di Matteotti. Mai. Mi raccomando - mi ammon mio nonno. - Per ammordiddio!
- Certo nonno, stai tranquillo.
- Guarda che belle mani tieni - mi disse appoggiando il bastone sull'avambraccio per confrontarle con le sue. Tesi le mani e lui le tast e me le rigir: - Belle! - esclam compiaciuto. - A quattordici anni, il figlio di mio figlio tiene le mani come quelle di un Don. - Fece una lunga pausa prima di cambiare argomento:
- Io mi chiedo se Socrate era ricco, come mai si poteva permettere di studiare e come mai lo suggeriva a tutti, compresi quelli che studiare non potevano.
Nulla sapevo di Socrate, se non un paio di riflessioni apprese da Sputasentenze, una delle quali indicava la sua povert, ma mio nonno, per mia fortuna, non voleva una risposta, gli premeva chiarirmi il perch di queste sue domande:
- Zappatore tra zappatori, analfabeta tra analfabeti, alle prese giorno per giorno coi problemi del pane, dei soldi occorrenti per comperare il sale necessario per conservare le olive, quale conoscenza mi  stata possibile?
- Certo, nonno, nessuna conoscenza.
- Girati, lo vedi quel palazzone grande di pietra?
- S, certo che lo vedo.
- Leggi che ci sta scritto.
- Corte d'Appello delle Puglie.
- Ecco Seriudde, - prosegu -  proprio dentro l che ho cominciato a capire qualcosa. Dentro l, seguendo i processi durante le giornate in cui non mi davano lavoro. L dentro c' scritto che la legge  uguale per tutti, ma cos non  perch i poveri contadini ignoranti erano quasi sempre condannati anche se palesemente innocenti, mentre i furfanti ricchi erano quasi sempre assolti. Poi Mussolini ha trasferito la Corte d'Appello a Bari togliendo a me, come a tutti i tranesi, questo importante mezzo di istruzione. Eravamo in molti a seguire i processi e poi a discuterli tra noi, fino a tarda sera, sulle panchine di Piazzale Vittorio Emanuele, passeggiando avanti e indietro sotto il grande monumento di Giovanni Bovio o alla Villa Comunale o al porto in attesa dei pescatori. Ci appassionavamo, capisci?
Erano problemi del tutto nuovi per me e nulla potevo rispondergli, certo la massima di Socrate gli aveva rimescolato dentro le amarezze di tutta la vita.
- Seriudde, - mi disse fissandomi negli occhi e con un tono di voce pi fermo - io non pi, ma tu sei in tempo. Non contentarti di quanto ti hanno insegnato durante gli otto anni di scuola, cerca di conoscere tutto, proprio tutto, ancora e sempre. Sei d'accordo?
Glielo promisi, lui mi vide e mi sent convinto, potevo leggere la sua letizia sul viso illuminatosi in un sorriso soddisfatto che prima non gli avevo mai visto. Si raddrizz, gli riusc di reggersi pi diritto, come se si fosse tolto un peso dalle spalle, pareva avesse ritrovato nuove energie. Per lui, e questo lo capii pi tardi, io, col suo nome e col suo cognome rappresentavo la proiezione in avanti della sua vita, la fiducia di poter fare, tramite mio, le cose che lui non era riuscito a fare, io, il nipote milanese, avrei proseguito il suo cammino riuscendo a sapere tutto ci che a lui non era riuscito.
Il mattino della partenza, con la valigia quasi pronta mi disse porgendomi un libro:
- E questo  il ricordo di tuo nonno. Leggilo, tu che ne sei capace.
Presi il libro e ne lessi la copertina: "P. Grilli. Ricordi e pensieri del Socrate pugliese: Giovanni Bovio". Non riuscii neppure a ringraziarlo tanto ero sorpreso e commosso.
Mio nonno non lo rividi pi. Considerai le sue parole e il libro come il suo testamento, il solo che lasci. Sapevo che appena rientrato a Milano dovevo trovarmi un impiego. La terza media era gi comunque un bel progresso rispetto ai miei nonni analfabeti, ai miei genitori e ai miei zii che avevano fatto le cinque classi elementari, era un progresso reale, anche se troppo lento, insufficiente a soddisfare i miei desideri. Riferii a mio padre l'ambasciata del nonno. Ne rimase colpito, si commosse, non fece commenti e non pianse soltanto perch era un duro, ma per lui pianse mia madre.
Il testamento di mio nonno e la riflessione di Socrate mi sono stati guida per tutta la vita, mi hanno spinto a leggere, a studiare, a conoscere il pi possibile, pur tra mille difficolt, nel bene e nel male, mi hanno aiutato a vivere, ad accettare le avversit, le malevolenze, i soprusi, a combatterli, soprattutto a non commetterne.
L'ignoranza io credo sia il male pi nocivo e pi diffuso dell'umanit, ancora pi dell'egoismo, altro grande male insito, poco o tanto, nella natura umana: mali che ognuno pu e deve combattere con la ragione e con la conoscenza, le sole virt che ci miglioreranno (e sar gi un successo), essendo irrealizzabile il bel sogno di rifarci totalmente, come sarebbe piaciuto a Quasimodo... e non soltanto a lui.

La leggenda dice che Trani, Turenum, fu fondata da Tirreno, figlio di Diomede, eroe omerico. La storia pervenuta ai nostri giorni inizia con la Tavola di Peutinger, una primordiale carta geografica del terzo secolo dopo Cristo, dove Turenum  segnata con un certo rilievo. Nel secolo IX i Longobardi fecero costruire una cinta muraria a difesa della citt.
Nel 1063 a Trani furono promulgati gli Ordinamenta maris, il primo Codice commerciale marittimo del Medioevo, e questo conferma che Trani a quei tempi era un importante emporio commerciale. Alcune famose famiglie veneziane, pisane, genovesi, ravellesi e amalfitane impiantarono a Trani i loro traffici.
Nel secolo XI i Normanni conquistarono l'Italia meridionale. Roberto il Guiscardo, uno dei sei fratelli originari di Hauteville, s'impadron delle Puglie, cacci i Bizantini e instaur un dominio saggio e tollerante.
C' una testimonianza su Trani del secolo XII: Benjamin da Tuleda, israelita, attento viaggiatore, part dalla sua Spagna nel 1159 e viaggi per circa quindici anni attraverso la Francia e l'Italia, la Grecia e la Turchia. Sul suo famoso e storico diario di viaggio annot: " A Trani si concentrano tutti i pellegrini per andare a Gerusalemme, perch il porto  molto ben attrezzato e la citt grande e magnifica. C' una comunit ebraica di circa duecento famiglie".
Una delle colonie ebraiche pi numerose dell'Italia meridionale, dunque!
Sotto il tollerante regno dei Normanni e poi degli Svevi loro eredi gli ebrei erano considerati efficaci propulsori dei traffici marittimi e attivi collaboratori del benessere cittadino. L'insediamento ebraico di Trani si svilupp tanto che nei secolo XIII furono costruite altre due sinagoghe, cos divennero quattro.
Sotto gli Svevi Trani raggiunse il suo massimo splendore. Federico II di Svevia scelse Trani a sua residenza; nel 1215 ordin la costruzione del castello che porta il suo nome, dove poi suo figlio Manfredi, nel 1259, spos con grande fasto Elena Comneno detta degli Angioli, sedicenne figlia del Sultano dell'Epiro che la leggenda dice bellissima. Siamo in pieno Medioevo, Dante non  ancora nato e alla Corte di Federico II si fa della poesia, tanto che il principe Manfredi ne dedica una alla sua sposa, si dice da lui stesso composta:

Il vero certamente credo dire
che tra le donne Voi siete Sovrana
e di ogni grazia e virt compita
per cui morir d'amor mi parea vita.

In quel felice periodo fu costruita la Cattedrale di San Nicola, un raffinato capolavoro di architettura romanico-pugliese, eretta sul mare dalle fondamenta di una chiesa del VI secolo.
Manfredi mor sconfitto da Carlo I d'Angi nella battaglia di Benevento nel 1266 determinando la fine degli Svevi, la decadenza di Trani e di tutte le Puglie.
Sotto la monarchia angioina la situazione degli ebrei tranesi divenne precaria per tramutarsi in drammatica sotto Carlo II. Questi impose loro cinque prestiti in rapida successione e a carico di chi non aderiva c'era la prigione. Infine, nel 1290, gli ebrei di Trani furono posti di fronte al dilemma della conversione o della morte. Le quattro sinagoghe furono trasformate in chiese cattoliche.
Dopo il felice periodo dei Normanni e degli Svevi, Trani non fa pi notizia. La societ si pietrific. C'erano alcune famiglie di nobili e di ricchi mercanti, come  testimoniato dai numerosi palazzi gentilizi costruiti dal secolo XV al XVIII, palazzi tuttora esistenti e una massa di zappatori diseredati senza alcuna possibilit di emanciparsi. Nel 1586 Trani fu scelta come Sede della Sacra Udienza della Terra di Bari. Si instaur cos una tradizione secolare di Trani come centro giuridico e culturale. Tra i nobili e gli zappatori si form un terzo ceto costituito da magistrati e da avvocati. Trani riafferm il suo prestigio nel 1817, con l'assegnazione della Gran Corte Civile e Criminale, poi, nel 1861, con l'unit d'Italia, fu promossa Sede della Corte d'Appello di tutte le Puglie.
Nel 1923 Trani sub un colpo mortale. Benito Mussolini, Capo del Governo da pochi mesi, trasfer la Corte d'Appello da Trani a Bari.
La Corte d'Appello di tutte le Puglie significava per Trani la presenza di oltre quattrocento famiglie di magistrati, impiegati e avvocati nel tessuto sociale della citt e questo voleva dire cultura e benessere.
L'insigne cittadino tranese avvocato Nicola Pstina, sulla "Rassegna Pugliese" del luglio 1966, asser che Mussolini aveva trasferito la Corte d'Appello per vendetta. Mussolini era stato a Trani nell'inverno 1912-1913 come inviato del Partito Socialista per riorganizzare le Leghe socialiste. La sua missione era riuscita ad Andria, Cerignola, Corato e Canosa, era fallita a Trani dove era stato ospite "dell'avvocato dei poveri" Giacinto Francia e di Vincenzo Dell'Olio, entrambi stimati cittadini, che gli poterono offrire ospitalit durante la sua missione e nei dieci giorni successivi, quanti ne occorsero a Mussolini per procurarsi il denaro sufficiente per il viaggio di ritorno. Scrisse Nicola Pstina:

"All'ospite i due amici potevan dare da dormire e da mangiare; ma, quanto a mengi, non ne avevano da buttar via. L'agitatore romagnolo rimase quindi impantanato a Trani per oltre dieci giorni. Si aggir per le vie della citt, inquieto e scontento; fu visto, solitario e aggrondato, lungo i viali della Villa comunale "s bella a specchio dell'adriatico mare"; e sembrava che quei giorni, difficili e penosi per lui e per chi lo ospitava, non avessero mai da aver fine. La sgradevole parentesi si chiuse quando gli organizzatori socialisti dell'epoca assunsero l'iniziativa di una sottoscrizione popolare, cui contribuirono i contadini di Andria, Corato, Canosa, Minervino, Cerignola, che si privarono di una cospicua quota di mercede giornaliera - 15 o 20 centesimi in quei tempi in cui la "giornata" era di sette soldi - e misero insieme la somma necessaria all'acquisto del biglietto di ritorno.
"Non appena l'ex-socialista riusc a conquistare il potere, si ricord prontamente di Trani, la citt che dieci anni prima si era rifiutata di ascoltarlo, e ne dispose come tutti sanno."

La perdita della Corte d'Appello trasform l'emigrazione da individuale in frenetica emigrazione di massa non pi limitata ai proletari, perch anche molti che vivevano poveramente, pur possedendo casa o vigna o uliveto, vendettero tutto per comperare un trani o un negozio di frutta e verdura a Milano o a Torino.
Le numerose cave di pietra denominata Trani, apprezzata in tutto il mondo, la pesca, il vino o l'olio, questi ultimi prodotti in grandi quantit e venduti a poco prezzo a commercianti che in altre regioni usavano il vino per il "taglio" dei loro vini e raffinavano ulteriormente l'olio pugliese dopo di che lo vendevano come da loro prodotto, non erano sufficienti a sostenere l'economia di una popolazione di oltre trentamila abitanti per di pi molto prolifica.
L'Ufficio Anagrafe del Comune di Trani testimonia, con le sue statistiche, quanto traumatico fu il trasferimento della Corte d'Appello. Nel 1921 Trani aveva 36.112 abitanti e nel 1931 erano scesi a 30.551. Ci significa, tenuto conto della crescita naturale per la prolificit dei tranesi di quei tempi, che furono circa otto-diecimila i tranesi che emigrarono in quel decennio.
Milano, nonostante la misteriosa e dannosa nebbia di cui si parlava con apprensione, era la citt preferita, perch i tranesi sapevano che erano conosciuti come onesti lavoratori dal carattere solido, mite, paziente, resistente alla fatica, duttile e adattabile all'ambientamento e come tali sarebbero stati accolti bene. Ma i tranesi non potevano scegliere. Si aggrappavano alla prima opportunit che capitava loro, l'aggancio con un parente o un amico, e si mettevano in viaggio per Milano e per Torino o per gli Stati Uniti e per l'Argentina.
Le notizie sul patrimonio messo assieme da Don Cagnola rimbalzavano da Milano a Trani e ritorno come palle da tennis durante una partita. In tutte le case e su tutte le piazze se ne parlava a proposito e a sproposito, gonfiando le cifre all'inverosimile. Voci alimentate anche dagli acquisti di case, di vigneti e di uliveti che Don Cagnola faceva a Trani e dalla costruzione di una villa favolosa davanti alla quale furono molti i ragazzi che giurarono di emigrare ad ogni costo.
Uno che conosceva Don Cagnola fin da ragazzo diceva di sapere che ogni trani gli rendeva, pulito pulito, oltre quindicimila lire all'anno. Una cifra da capogiro. Un altro, che Don Cagnola non l'aveva mai visto, era pronto a giurare che il trani di Via Ferrante Aporti Don Cagnola l'aveva pagato undicimila lire, l'aveva avviato e poi rivenduto per ventitremila. Un terzo (parente alla lontana) diceva di aver saputo da fonte sicura che il negozio di Via Canonica era costato ottomila lire e dopo pochi anni lo aveva rivenduto per oltre ventimila. Ci che provocava pi invidia era che Don Cagnola facesse i soldi e nel contempo fosse diventato cittadino benemerito per aver realizzato un nuovo e redditizio mercato del vino tranese e pugliese: la vendita diretta dal produttore al consumatore.
Per tutte queste ragioni l'esempio di Don Cagnola fu certamente un'eccitante spinta all'emigrazione.
Mia zia Casti Connubi fece venire a Milano suo fratello Andrea con moglie e un figlio, il primo dei cinque, dato che gli altri furono concepiti a Milano ma poi nacquero anch'essi a Trani dove sua moglie and a partorirli, nonostante il disagio e i costi dei lunghi e scomodi viaggi in terza classe.
Andrea brig, intrig, fece debiti e altre pazzie finch non riusc a portarsi a Milano l'amico Francesco, col quale s'era impegnato fin dall'adolescenza che il primo tra loro che fosse riuscito a metter piede a Milano, o a Broccolino, o a Boca o a Torino o altrove avrebbe preparato la strada all'altro.
Francesco era fidanzato con una ragazza di Andria. L'aveva conosciuta sugli scogli dove Teresina, cos si chiamava, trascorreva il periodo di ferragosto, con tutta la famiglia, secondo la tradizione andriese, perch il mare dei tranesi era considerato anche il mare degli andriesi e dei "quaratoin".
La famiglia Pascitello, nonni inclusi, era arrivata "abbasso al mare" su un carro a due ruote trainato da un mulo e sotto il carro arrancava e abbaiava un bastardino legato a una corda corta perch non finisse sotto le ruote. Tra un tuffo e l'altro Francesco aveva notato una ragazza dal visino accattivante, seduta su uno scoglio scosceso, tutta vestita, probabilmente come quando andava a passeggio sulla via principale di Andria e probabilmente come quando avrebbe fatto il bagno, se lo avesse fatto. Aveva una gran voglia di avvicinarla e di parlarle, ma non riusciva a trovare un pretesto decente, intimidito anche dalla presenza, a poca distanza, di una donna di mezza et, la madre evidentemente, la quale, affaccendata a cucinare, riusciva nel contempo a tenere la figlia (e lui) sotto attento controllo con brevi ed esperte occhiate.
Appena dietro la madre c'era l'accampamento tipico degli andriesi: una grande tenda che dal carro, alla quale era fissata, era stesa fino all'altra estremit su due pali infilzati nelle fessure della roccia. La grande tenda era tutta rappezzata, segno che al mare i Pascitello ci venivano da molti anni, e sotto si intravedevano molti pagliericci, accanto alla tenda il mulo ruminava col muso su un cesto dal quale attingeva fieno, il cagnetto correva e abbaiava ai granchietti che al suo avvicinarsi si nascondevano lestamente e imprendibili nei minuscoli forellini che il mare aveva prodotto corrodendo gli scogli.
La mamma della ragazza, che aveva un fazzoletto in testa e un'ampia gonna scura che le arrivava alle caviglie, mescolava con un grande cucchiaio di legno un sugo di pomodoro e basilico con delle seppie e l'odorino gli provocava appetito, e non erano ancora le dieci del mattino.
Il fuoco acceso con legna e sterpi sotto un treppiedi di ferro con su una robusta pentola di rame sugger a Francesco un'idea. Impieg un attimo a realizzarla: si tuff, strapp agli scogli un riccio, riemerse, si avvicin e lo offr alla ragazza dal visino accattivante che pot guardare pi attentamente, ora che gli stava di fronte. Mentre Francesco le si avvicinava a passi resi incerti dal timore di essere respinto, la ragazza gir lentamente il capo verso la madre che l'autorizz ad accettare il riccio con un impercettibile cenno del capo. Vista da vicino, l'andriese apparve a Francesco ancora pi bella e desiderabile, aveva un grazioso nasino che guardava all'ins, degli occhi neri mobilissimi con lunghe ciglia che lo guardavano languidamente, i denti bianchissimi che tormentavano le labbra carnose, certo istintivamente, perch era evidente che non se ne rendeva neppure conto.
Sul visino pallido di Teresina apparve un diffuso rossore: quel bel ragazzo dal fisico asciutto, dalla pelle scura e con tanti ricciolini in testa (che a lei sarebbe piaciuto avere al posto dei suoi capelli diritti tirati come spaghetti crudi), era anche svelto nel cervello oltre che nei muscoli, al punto di aver trovato un modo intelligente per realizzare lo sperato approccio.
Francesco le sorrise e le mostr come aprire il riccio senza pungersi, come estrarre e come succhiare il mollusco. Il riccio piacque a Teresina e Francesco si tuff ripetutamente, e sott'acqua strapp ogni volta agli scogli due o tre ricci. Non rimasero soli perch accorse subito il bastardino abbaiando sguaiatamente, poi, dietro di lui, procedendo in modo buffo, arriv un ragazzino che non sapeva dove posare i piedi nudi sulla roccia frastagliata e aguzza. Era Raffaellino, il fratello pi piccolo che voleva imparare a nuotare e a tuffarsi, ma che, nel frattempo, divor un numero sterminato di ricci, e cos in fretta che Francesco non faceva in tempo a stargli dietro, pur raccogliendone quattro o cinque per volta, trattenendo a lungo il fiato. Poi arrivarono un altro fratello e una sorella e Francesco si chiese da dove erano sbucati, e, dopo di loro, arrivarono i nonni e poi il padre e a tutti piacquero i ricci e per tutti Francesco continu a tuffarsi.
Un riccio dopo l'altro e un'immersione dopo l'altra, lo scambio dei punti di vista sulla loro bont e sul loro valore nutritivo, la differenza con le cozze e con le vongole fecero arrivare in fretta mezzod e la signora Pascitello invit Francesco a pranzo, una maccheronata memorabile, poi mangiarono fette di pagnottoni rotondi, consistenti e pesanti, fatti in casa con farina di grano duro e cotti dal fornaio, con olive nere estratte da un grande contenitore di terracotta; poi, i ragazzi che avevano ancora fame scaldarono sulla griglia larghe fette di pane, le condirono con olio e sale e ci spremettero sopra il sugo dei pomodori, i pi maturi del cesto. Di uva bianca ce n'era a volont: " della nostra vigna", disse la signora Pascitello con evidente orgoglio.
Francesco non aveva ancora finito il suo grappolone d'uva che Raffaellino lo sollecit a tuffarsi ancora e lui si prodig di nuovo per il piccolo e per i grandi, fino a sera, quando si ritrov sfinito e praticamente "nzrat" con Teresina, la bella andriese languida e sensuale, "da far resuscitare un morto" come lui la descrisse agli amici, con la quale, fino a quel momento, soprattutto per colpa di quell'innocente rompiscatole di Raffaellino, aveva scambiato soltanto alcune occhiate furtive.
Teresina e Francesco si sposarono ad Andria e raggiunsero a Milano l'amico Andrea, che nel frattempo aveva trovato per loro due locali alla Bovisa. Poi furono i novelli sposi, ultimi arrivati a Milano, che si dettero un gran da fare, com'era loro impegno morale, per organizzare l'arrivo dei due fratelli e della sorella di Teresina e, dopo di loro, subito dopo, arriv un agguerrito reggimento di andriesi.
Nel frattempo, Michele, detto l'Americano, comper una seconda osteria, la trasform in trani e chiam a gestirla il fratello pi grande. Poi ne acquist una terza e una quarta, e non si dette pace fin quando non gli riusc di mettere assieme un trani per ogni fratello e per ogni sorella e questo signific diventare proprietario di sette trani. Sorelle e fratelli restarono comunque sempre e soltanto maneggioni. L'unico proprietario rimase sempre e soltanto lui, che govern col pugno di ferro tutto il suo "clan" sino alla fine.
Tutti questi tranesi e questi andriesi "tracciarono il solco", come allora si diceva (per insegnamento mussoliniano), per l'arrivo di altri pugliesi: una invasione pacifica di Milano che li accolse tutti senza traumi.

Avevo un cugino a Trani, vigile urbano, con nome e cognome uguali al mio, che ebbe il merito di mantenere sempre i contatti con noi suoi parenti residenti a Milano.
Un giorno venne a Milano per i funerali di uno zio, vide il Cimitero di Musocco e ne rimase sconvolto.
-  allucinante - continu a ripetermi. - Non  possibile che un cristiano finisca l dentro e sottoterra.
Anche la citt, con il suo traffico caotico, con i suoi enormi caseggiati uno addosso all'altro, lo angosci. Giur che a Milano non avrebbe mai pi messo piede, promessa che mantenne.
Mi scrisse ripetutamente e insistette perch mi recassi a Trani, sia per visitare la citt e il cimitero, sia per comprarmi i loculi nella Cappella di San Donato, dove c'erano i nostri nonni, e infine perch comperassi una casa dove risiedere dopo una vita di lavoro a Milano, come facevano tutti i tranesi: "Tutti qui vengono a morire i tranesi, qui  il Paradiso Terrestre".
"A Trani", mi scrisse ancora, "il cimitero ha una dimensione umana, non c' un numero sterminato di tombe anonime dove i cristiani sono tutti sottoterra e sopra ci sono tanti nomi e tante fotografie che non ti dicono niente, cos come niente ti dice leggere i nomi elencati su una rubrica telefonica. Qui a Trani ogni parrocchia ha una grande cappella fatta di loculi tutti fuoriterra e quelli che vi riposano li conosco tutti e a tutti rendo omaggio. Io sar come loro e loro erano come me. Altri verranno a rendermi omaggio, altri che mi hanno conosciuto da vivo".
Avevo anch'io voglia di vedere Trani con gli occhi da grande e gli promisi di andarci, ma, preso da molti pressanti problemi rimandai parecchie volte, finch finalmente quel giorno arriv. Arriv quando erano passati molti altri anni e sempre pi mi era aumentata la voglia di rivedere Trani, non pi soltanto per ripercorrere le strade fatte col nonno e per valutarne i cambiamenti, ma come ritorno alle origini, come ricerca della mia matrice. Partii con mia sorella Francesca pi ansiosa di me di vedere Trani e con mia moglie, milanese pura, che Trani non l'aveva mai vista.
Ebbene, trovai Trani ancora pi bella di come la ricordavo, mia sorella e mia moglie ne furono entusiaste: una citt pulita, bene illuminata, con i giardini e le piazze alberate ben tenute e frequentate in certe ore da tanti anziani che ci fu difficile trovare posti liberi sulle panchine.
I tranesi frequentano Piazza Repubblica, ex piazza Vittorio Emanuele, proprio per scambiare quattro parole. Sono socievoli, gentili, discreti e servizievoli. Ci fu quindi facile attaccare discorso e apprendere che quasi tutti erano stati a Milano a lavorare, per pochi o per tanti anni che tutti avevano a Milano uno o due figli. I viaggi a Milano erano quindi molto frequenti e molti figli venivano a Trani a trascorrere le vacanze.
Nelle vie del centro molti sottani erano stati trasformati in negozi o in laboratori, i loro abitanti di un tempo, o i loro figli, si erano trasferiti nei nuovi palazzi costruiti di fronte al mare o alla periferia della citt, dove partono le strade per Corato e per Andria. Lungo Corso Vittorio Emanuele i fotografi esponevano fotografie di sposi nel giorno delle nozze. Lo sposo era in piedi a fianco della sposa o seduto come lei. I costumi di un tempo ormai lontano erano scomparsi, per fortuna.
Come in tutte le citt d'Italia anche a Trani erano molti i cittadini del Terzo Mondo che vendevano le loro mercanzie. Ma qualcosa della vecchia Trani era rimasto. C'era un vecchietto con un furgoncino che vendeva uva bianca, dorata, dagli acini piccoli: " uva di Troia", afferm. Ne possedeva soltanto tre plateau, la vendeva a 1500 lire al chilo. A Milano, mi dissero mia moglie e mia sorella, costava, di qualit ottima ma meno pregiata, L. 4000. Il venditore la pes su una bilancia a due piatti di rame tutti ammaccati e su uno ci mise il chilo bollato. Mi chiesi come era possibile che quella vecchia bilancia non fosse ancora finita tra gli oggetti d'antiquariato.
In un altro ex sottano c'era un bancone di legno che rappresentava tutto l'arredamento del negozio: una coppia vendeva cozze, soltanto cozze, ne esponeva una montagna. Sul marciapiede di fronte due ragazzini si erano organizzati un banchetto sul quale vendevano ricci aperti e pronti. Era domenica, ore undici, immaginai che "u zoit" invitato a pranzo dai futuri suoceri si sarebbe presentato con un plateau di ricci. Chiesi ai ragazzi come mai ne avevano cos tanti e loro mi spiegarono con molta pazienza e gentilezza in un buon italiano che ora si immergevano con le bombole di ossigeno e avevano quindi tutto il tempo per strappare in profondit tanti ricci agli scogli e, nel mare di Trani, di ricci ce n'erano sempre.
Sulla vetrina di un bar era appeso un cartello: "Cerco apprendista", e un altro cartello poco pi in l era appeso a un sottano: "Cerco ricamatrice".
Sempre in Corso Vittorio Emanuele c'era (e certo c' ancora) una Sezione del Partito Socialista intestata a Giacinto Francia, colui che ospit Mussolini nel 1913 (e un busto di Francia si trovava nella Villa Comunale).
Su tutti i palazzi antichi e su tutti i monumenti e le chiese i cartelli indicavano nome e secolo. Sul palazzo Torres, costruito nel 1520, c'era ancora la scritta: "Corte d'Appello delle Puglie".
Tutte le case, mi asserirono, avevano l'acqua, la luce, il metano, i servizi igienici e le fognature, compreso il quartiere medievale che era stato risanato. Ne ebbi conferma camminando nei suoi vicoli lastricati da basole che a Trani chiamano "chjangate", tanto pulite che sembravano lucidate a cera e questo amore per la pulizia, secondo quanto scrisse Piovene nel suo Viaggio in Italia,  una eredit sveva. Amore per la pulizia e per i fiori, tanto che, fuori da ogni sottano, nei vicoli della citt medievale, c'erano rigogliosi e ben curati vasi di fiori.
La chiesa cattolica di Sant'Anna, ex sinagoga maggiore di Trani costruita nel secolo XIII, era chiusa al culto per restauri.
Sulle piazze c'erano ancora le fontane dove i nostri nonni attingevano l'acqua. Erano di ghisa e su ognuna si poteva leggere: "Acquedotto Pugliese. 1914".
Verso le ore sedici ci recammo al porto in attesa dei pescatori. Molti tranesi erano l con noi pronti ad acquistare il pesce e le barche arrivarono, una dopo l'altra. Su ognuna c'erano tre uomini, visibilmente stanchi. Scaricarono in fretta quel poco pesce che avevano tratto dal mare: seppie, cicale e triglie, qualche piccola sogliola e qualche merluzzetto. Tutto qui! Questi pescatori non si arricchiranno di certo.
La linea tracciata da Don Cagnola aveva fatto scuola. C'erano aziende che producevano vino, lo imbottigliavano e vendevano direttamente al pubblico, cos come c'erano aziende olearie che avevano imparato a raffinare l'olio come era richiesto dai consumatori, olio che vendevano direttamente.
Vengienze e i suoi figli erano trasportatori per conto terzi, possedevano due camioncini e vivevano in appartamenti di fronte al mare. Chiesi a Vengienze:
- I camioncini li hai comprati a Quaraat?
- No - mi rispose meravigliato. - Qui a Trani, dal concessionario Fiat.
Poi gli torn in mente "u ciucc" perch si mise a ridere e mi diede una manata sulla spalla.
Andrea e Nicola Gusmai figli di Antonio avevano continuato a fabbricare preziosi mobili in stile, intarsiati ed intagliati e dopo di loro i figli di Andrea e le figlie di Nicola portavano avanti la prestigiosa tradizione di famiglia.
In quei giorni guardai in faccia tutti i tranesi, cercai i visi dei nonni, il mio viso. Guardai la rubrica telefonica e mi meravigliai, con tutti i miei parenti emigrati qui ce n'erano ancora un'infinit.
Non sono in grado di giudicare se Trani  ricca o no, n quanto il benessere sia diffuso. So per con certezza che Trani  una citt vivibile, con grandi potenzialit turistiche, sia per il mare e sia per le sue antichit rimaste intatte al punto che Lina Wertmuller ha girato a Trani gli esterni del suo film Sabato, domenica e luned.

Trani mi entusiasm al punto che, trascinato da mio cugino, stavo per comperare una casa padronale con intorno tanto terreno affollato da ulivi secolari e molti altri alberi: fichi e mandorli, oltre al vigneto. Quasi una masseria.
La propriet era protetta da un muretto di pietre accumulate chiss quando, e sopra, aggrappati, c'erano alcuni cespugli di fichidindia cresciuti tra un sasso e l'altro, nella poca terra che il vento aveva gettato l. I fichidindia spinosi facevano da incantevole cornice alla propriet: i frutti avevano il colore del sole e chiedevano soltanto di essere colti e assaporati, e quando lo feci mi parve di accostarmi agli avi miei.
La propriet era al di l di Colonna, sulla via che porta a Bisceglie, tra la strada statale Adriatica e il mare che si faceva sentire. L'acquisto mi attirava: avevo la sensazione di imparentarmi col mare, anche se era passato da un pezzo il tempo di rivolgermi a Nettuno.
Stavo comperando quella casa quando mi resi conto che non lo potevo fare, cos come non potevo comperare i loculi. Lo spiegai a mio cugino che lo comprese, per mia fortuna, si commosse e pianse.
Era accaduto che la notte precedente la stesura contrattuale, insistentemente, quasi come un'ossessione, mi era tornato alla memoria, lucidamente, un fatto quasi dimenticato, al quale non avevo dato importanza quando era accaduto, e ora non riuscivo a spiegarmi perch. Mio padre, appena in pensione, voleva tornare a Trani, coerentemente con quanto aveva sempre detto, mentre mia madre voleva restare a Milano accanto a noi suoi figli e ai suoi nipoti. Io, cos come le mie sorelle, parteggiai per mia madre, tanto che mio padre, pur molto combattivo, dopo molte discussioni e qualche litigio, si arrese e rest a Milano dove veget molto tristemente sognando Trani per il resto dei suoi giorni. E a Milano mor.
Quando stavo per concludere gli acquisti mi torn in mente mio padre sepolto a Musocco, le tante discussioni per trattenerlo a Milano, la sua tristezza, e mi convinsi che avevo sbagliato: avevo giocato con troppa superficialit sui suoi sentimenti e per queste ragioni decisi che non potevo consentire a me esattamente ci che a lui avevo negato.
Cos si concluse il mio rapporto con Trani.



10.
IERI E OGGI

DON CAGNOLA un giorno vendette il trani di Via Lambro per venticinquemila lire, somma che i miei zii, per quanto lavorassero e per quanta economia facessero, non furono in grado di mettere assieme.
Don Cagnola mise nelle mani di mio zio cinquecento lire a titolo di liquidazione di fine rapporto, somma che lui giudic equa per i circa cinque anni di lavoro che mio zio aveva trascorso alle sue dipendenze, pi tre della zia. A me regal cinque lire. Ci salut tutti, scomparve da Via Lambro e nulla seppi pi di lui. Tenuto conto che di soldi ne aveva fatti parecchi e che era vicino all'et della pensione, suppongo abbia ceduto tutti i suoi trani e si sia ritirato nella sua villa a Trani, a godere i frutti delle sue notevoli capacit.
Ai tempi del trani, dai dieci ai quattordici anni, ascoltavo i grandi con umilt, li sentivo possessori di una massa enorme di conoscenze e di esperienze che io non avevo, che non sempre capivo, o capivo in modo distorto. A quell'et non giudicavo nessuno, ma il vino mescolato fu un episodio troppo traumatico per non determinare un forte risentimento e un giudizio negativo a carico di Don Cagnola, verso il quale, peraltro, mi sentivo debitore per avermi insegnato un'infinit di cose.
Con l'esperienza di oggi, con la conoscenza di tanti altri uomini di successo, non giudicherei Don Cagnola tra i peggiori, perch seppe mantenere una certa umanit: per questo lo classificherei pi buono che cattivo, un po' meglio, insomma, di un dimezzato di calviniana memoria. Ma anche se fosse stato tra i peggiori di allora, sarebbe giudicabile tra i migliori di oggi, tanto si  incattivita la lotta per accaparrare sempre pi soldi, sempre pi potere e per diventare protagonisti telemostrati il pi frequentemente possibile. Ora, qualche confronto tra avvenimenti degli anni Trenta e fatti di oggi a sostegno delle mie convinzioni.
Don Cagnola mescolava i vini, ma nel 1984 alcuni suoi colleghi ci hanno messo il metanolo, uccidendo diciannove persone e accecandone altre quindici. L'alcol metilico  un velenoso solvente per resine, che nel vino svolge la stessa funzione dell'innocuo zucchero: aumenta la gradazione dell'alcol, ma costa meno. Dunque fu per avidit di denaro che i responsabili hanno compiuto la strage.
Valentino era un ladro di biciclette e il ladro degli anni Trenta se scoperto scappava, se catturato si giustificava, chiedeva perdono, magari raccontando di essere disoccupato e di avere quattro figli da mantenere. I ladri di oggi, invece, si sono fatti arroganti, reagiscono minacciando e picchiando derubati e testimoni. Talvolta, dimessi dalle carceri, si vendicano. C' un titolo sintomatico sul "Giorno" del 13 febbraio 1990: "Ridammi la bicicletta: ma lo pestano a sangue".
Ma anche noi cittadini cosiddetti "perbene" talvolta ci comportiamo in modo obbrobrioso. Il 15 luglio 1990 un uomo viaggiava su un'autostrada guidando la sua autovettura con a fianco la figlia di sei anni. Si sent male, fece in tempo a portarsi sulla corsia di emergenza dove si ferm e mor d'infarto. "La bimba ha dapprima cercato di soccorrere il pap, poi  uscita in lacrime dalla macchina, ma ha dovuto percorrere a piedi pi di due chilometri tra le auto che sfrecciavano cadendo molte volte, graffiandosi tra i cespugli ai bordi dell'autostrada, tra l'indifferenza degli altri automobilisti, prima che qualcuno, finalmente, si fermasse ad aiutarla" ("Corriere della Sera", 16 luglio 1990).
Ai tempi in cui a Chicago dominava Al Capone, il Boss dei Boss delle "famiglie" di "Cosa Nostra" a New York era un certo Maranzano. Joe Valachi, il primo importante "pentito" nella storia della mafia, lo descrisse come un uomo che conosceva il latino e il greco, che parlava correttamente altre cinque lingue e che possedeva una ricca biblioteca di classici. Ebbene, Maranzano, massimo esponente di "Cosa Nostra" degli anni Trenta, uomo che sfruttava la prostituzione, il gioco d'azzardo clandestino e la vendita dell'alcol allora proibito, fu sempre contrario al traffico della droga, redditizia ma assassina di tanti ragazzi. Ebbe feroci discussioni con Anastasia, poi assassinato, con Vito Genovese e con Lucky Luciano, che invece volevano far soldi anche con la droga. La lotta su questa scelta politica e morale dur alcuni anni e fin con l'uccisione di Maranzano che, sempre secondo Valachi, fu fatto uccidere proprio per questo da Lucky Luciano e da Vito Genovese. Dopodich i traffici di droga furono introdotti con le conseguenze che tutti conosciamo.
Durante gli anni Trenta per la mafia uccidere un bambino, una donna o un vecchio equivaleva a disonorarsi. Oggi camorra, mafia e 'ndrangheta non solo uccidono bambini, donne e vecchi, testimoni e passanti, ma arruolano killer tra i minorenni. Ogni giorno ascoltiamo un vero e proprio bollettino di guerra elencante gli omicidi: millecinquecento nel 1990, dei quali millecentonovanta nel Sud dell'Italia. Chicago negli anni Trenta, al confronto di molte citt italiane di oggi, era una citt pi che vivibile.
Come abbiamo detto, durante la prima guerra mondiale i prigionieri di guerra furono trattati con una certa umanit. La situazione peggior notevolmente durante la seconda guerra mondiale con la realizzazione dei Lager di sterminio, ideati freddamente e scientificamente da Hitler e dal suo staff, Lager dove furono deportate e uccise circa undici milioni di persone. Leggere una delle tante testimonianze di un qualsiasi deportato in uno dei tanti Lager nazisti e confrontarla con Le mie prigioni di Silvio Pellico rende l'idea di quanto sia peggiorata l'umanit dai romantici tempi del Risorgimento alla seconda guerra mondiale.
Il sequestro di persona a scopo di estorsione  una disumana forma di deportazione, che era pressoch scomparsa da secoli con la fine della pirateria. Nel secolo XVIII le vittime, catturate dai pirati nei mari, erano vendute come schiavi nel Marocco, a quei tempi sotto il dominio del sultano Muley Ismael, nei pubblici mercati. Le donne piacenti (allora, pi cicciottelle erano, e pi erano apprezzate) finivano negli harem, come fu il caso di alcune italiane; gli uomini benestanti, invece (ed erano giudicati tali dalle mani non callose), erano acquistati dagli sceicchi che, protetti dalle leggi del loro paese, e quindi alla luce del sole, barattavano il prezzo del riscatto coi parenti europei, trattando nel frattempo il prigioniero pi o meno crudelmente, secondo la propria indole. A qualcuno poteva capitare perfino, come accadde a un francese, certo Monsieur Mouet, di essere trattato a pane, burro, datteri e miele.
Le tecniche per ottenere riscatti, i pi elevati possibili, erano esattamente quelle attuate oggi in Italia, compresa la vendita del sequestrato da uno sceicco all'altro, oggi da una banda all'altra. A Monsieur Mouet capit di essere venduto a un nuovo padrone molto crudele, poi, per sua fortuna, dopo una drammatica prigionia durata undici anni, fu riscattato dai Frati missionari Padri della Mercede e, tornato a casa, pot scrivere le sue disavventure.

Questa forma crudele di deportazione, scomparsa da secoli,  stata introdotta per la prima volta nell'Italia dei nostri giorni e lo Stato non riesce a debellarla.  stata organizzata persino da un gruppo di avventurieri incensurati, titolari di piccole aziende, disponibili perfino a sequestrare dei bambini pur di fare soldi. In venti anni, dal 1971 al 1990, le vittime dei sequestri sono diventate seicentoventicinque, gli uccisi decine. Ricordate Cristina Mazzotti? Avete visto com'era ridotto fisicamente e psichicamente Carlo Celadon quando fu liberato dopo oltre due anni di disumana prigionia? "Pressappoco", disse suo padre, "come mio zio quando torn da Mauthausen". E questa non  forse un'altra prova di imbarbarimento?
Un'ultima prova, la storia di un uomo moderno, dirigente di una grande azienda, che ritengo valga la pena di raccontare brevemente perch descrive bene il piano inclinato sul quale ci troviamo. Si chiamava Aldo Sottili, e a venticinque anni, appena assunto da una societ di assicurazioni, appariva un bravo ragazzo, cordiale, sensibile, generoso e leale, oltre che molto intelligente. Aveva soltanto un problema che allora mi parve marginale, innocuo: lo infastidiva sentirsi dire che suo padre era stato un grande direttore generale. Divenne presto evidente che aspirava spasmodicamente a sentirsi dire che suo padre era padre di un grandissimo direttore generale. Grazie alla sua intelligenza, al prestigioso cognome che portava e soprattutto al cospicuo pacchetto di azioni che il padre gli aveva lasciato, dopo due anni era gi capo ufficio, lanciatissimo ai gradi superiori e gi lasciava capire che era disposto a tutto pur d arrivarci. Quando raggiunse la carica di direttore si era trasformato in una emerita carogna: freddo, cinico e insensibile.
Io per lui rappresentavo, probabilmente, un punto di riferimento, forse perch avevo lavorato con suo padre che stimavo, o forse perch ero un collega degli inizi carriera che si permetteva di dirgli in ogni caso la propria opinione, anche la pi sgradevole. Comunque, per ogni sua iniziativa importante aveva bisogno di conoscere il mio parere, peraltro spesso negativo, ma pi lo maltrattavo e pi lui mi rincorreva.
Ebbene, mentre la societ per la quale lavorava aveva sempre pi necessit di dirigenti preparati e intelligenti, lui, anzich contornarsi di cervelloni si contorn di cervellini, di yes-men, come si dice oggi, ossessionato dal timore che qualcuno uscisse dalla sua ombra. Fin qui nulla di straordinario, perch questo metodo  largamente applicato.
Il dottor Sottili a quarant'anni era diventato talmente scaltro da riuscire a non dire niente, persino nei discorsi che duravano a lungo, persino nelle interviste. Forse aveva sbagliato mestiere perch, se si fosse dato alla politica, chiss dove sarebbe arrivato, ma nella scelta della professione era stato fuorviato dal suo ossessionante obiettivo di competere col padre, l'antagonista da battere nel suo stesso campo.
Discutemmo a lungo sull'opportunit di introdurre l'insegnamento professionale, peraltro adottato da quasi tutte le imprese, ma Sottili fu contrario, perch avrebbe trasformato i suoi agenti da semplici venditori di polizze prefabbricate a tecnici conoscitori dei contratti e quindi capaci di coprire tutti i rischi dei loro clienti. Ci si sarebbe tramutato in un sicuro danno a carico della compagnia, perch non avrebbe pi potuto respingere molte richieste di risarcimento a scapito dei bilanci. Impose invece agli agenti di vendere polizze sfruttando la disoccupazione - metodo respinto dalla maggioranza delle compagnie - facendo balenare ai giovani in disperata ricerca di un lavoro la speranza di averlo trovato, sia pure dopo un proficuo periodo di prova. Gli interessati si davano un gran da fare per vendere polizze ad amici e parenti, dopodich l'assunzione sperata si dimostrava una chimera, ma per Sottili, cinque o sei contratti moltiplicati per migliaia di disoccupati significavano l'incasso di altri miliardi.
Un certo giorno Aldo Sottili scopr i libri delle testimonianze sulla deportazione nei Lager di sterminio nazisti. Li cerc, li acquist e li lesse tutti, mi sollecit e intensific gli incontri, in ufficio e a cena. Per ogni libro che leggeva mi poneva un'infinit di domande.
- Ho letto che davano medaglie, che promuovevano le SS che si distinguevano per la loro ferocia.  proprio vero?
- Certo che era vero.
- Come facevano a cavare tanta forza-lavoro a dei denutriti?
- Minacciandoci, picchiandoci, mantenendoci nel terrore, uccidendoci.
- Perch non scappavate?
-  una parola. Fuggire da Mauthausen era praticamente impossibile. Troppe sentinelle armate di mitragliatrici sulle garitte tutto intorno al Lager, recinto da filo spinato percorso da corrente elettrica ad alta tensione. Qualcuno ci ha provato ma fu ripreso e azzannato dai cani istruiti per l'inseguimento dei fuggitivi.
- Furono tutti ripresi, dunque?
- S. Ripresi e puniti ferocemente.
- Puniti come?
- Con l'impiccagione sul Piazzale dell'Appello, accompagnati al patibolo da un'orchestra, per schernirli, alla presenza obbligatoria di tutti i deportati.
- Perch alla presenza di tutti i deportati?
- Per mostrarci come saremmo finiti in caso di fuga.
- A scopo intimidatorio, dunque?
- S, certo.
- Per mantenervi nel terrore docili e obbedienti?
- S, e sempre col medesimo scopo principale di far desistere gli altri dal proposito di scappare.
- Quindi, non potendo scappare lavoravate fino alla morte?
- Certo, alternative non ce n'erano. Sola speranza, l'arrivo delle Armate liberatrici.
- Spremevano i limoni fino all'ultima goccia?
- Certo, mangiavamo noi stessi e quando il nostro peso scendeva al di sotto dei quaranta chili era finita.
- Non era pi conveniente nutrirvi per tenervi in vita? In fondo eravate dei lavoratori.
- Ci contrastava con la politica decisa dal Comando Generale della Gestapo che aveva, come scopo principale, quello di uccidere il deportato tramite il lavoro.
- Ma cos facendo il numero dei lavoratori diminuiva, la produzione calava?
- Niente affatto. Ci pensava la Gestapo a sostituire i morti con altri deportati da tutta l'Europa occupata: partigiani, oppositori politici, ostaggi, ebrei e zingari, e il numero dei nuovi arrivati era sempre superiore a quello dei morti.
Una sera, Aldo Sottili divag parecchio con argomenti uno pi insulso dell'altro prima di arrivare a ci che gli interessava: approfondire chi erano i Kap e quali erano i loro compiti.
- Ho letto che erano dei criminali estratti dai penitenziari austriaci e tedeschi, che infierivano su voi politici e sugli ebrei. Perch?
- Per prima cosa, perch vedevano in noi i magistrati, gli avvocati, i Prominenten d'Europa, un po'responsabili delle loro condanne, e quindi ci bastonavano volentieri.
- E per seconda cosa?
- Perch avevano l'ordine di infierire su di noi. Erano stati messi l per questo. Per questo armati di bastoni.
- E se non l'avessero fatto?
- Sarebbero stati degradati a semplici deportati e quindi destinati a morire.
- Fecero quel che fecero per sopravvivere?
- Soprattutto per sopravvivere.
- Nel contempo le SS a mezzo dei Kap si erano create un cuscinetto tra di loro e i deportati, un cuscinetto fatto di individui incaricati di adempiere alle mansioni pi sgradevoli.
- Hai capito benissimo tutto.
- Annullarono cos il diretto contatto tra loro e le loro vittime tramite semplici e ottusi esecutori di ordini.
-  cos.
Aldo, dal dessert al caff, stette in silenzio a seguire chiss quali pensieri. Io mi chiedevo il perch di questo suo eccessivo interesse per i Lager, dimostratosi ormai anomalo, morboso. Poi, inaspettatamente concluse:
- Nei Lager non c'erano dunque premi e incentivi ai deportati che lavoravano di pi e meglio, ma si otteneva pi lavoro con le minacce di punizioni?
- Hai capito perfettamente.
- Il costo del lavoro era quindi molto basso?
- Trecentotrenta grammi di pane e un litro di zuppa di rape al giorno.
- Occhio e croce meno dell'uno per cento di quanto mi costa ogni agente oggi.
Lo guardai, prima interrogativamente, poi esterrefatto. Da quest'ultimo confronto, sfuggitogli nell'eccitazione del discorso, nonostante fosse sempre controllatissimo, capii che dalla profonda conoscenza psicologica delle vittime e degli aguzzini appartenenti all'universo nazista voleva trarre qualcosa di utile per la sua attivit professionale. Divenne evidente che gli sarebbe piaciuto possedere i poteri di un comandante di Lager. I suoi agenti non producevano quanto lui desiderava, costavano troppo e lui, per diventare direttore generale, doveva incrementare gli incassi e gli utili in percentuale superiore alle medie del mercato. Questo (ecco il suo problema) gli era difficile ottenerlo perch operava nel libero mercato di una repubblica democratica con delle leggi che proteggevano i lavoratori e quindi lui non aveva diritto di vita e di morte sugli agenti, neppure poteva bastonarli, poveretto!
L'ex bravo ragazzo generoso e sensibile trasse dall'universo concentrazionario, freddamente e cinicamente, tutto ci che gli serviva per sfruttare i suoi agenti. Abol i tradizionali incentivi in denaro al raggiungimento di determinati risultati produttivi e introdusse le minacce: togliere il mandato a chi non avesse raggiunto traguardi sovrumani, imporre un socio, dimezzare il territorio in esclusiva sottraendo cos met dei clienti che gli agenti interessati avevano procurato. Realizz ripetutamente la minaccia, soprattutto, come aveva imparato sui libri della deportazione, per mantenere nel terrore tutti gli altri. Li costrinse a stipulare contratti decennali perch, cos facendo, imprigionava clienti e agenti.
I pi riottosi, secondo il suo punto di vista, si dimisero, passarono alla concorrenza, si trasformarono in brokers, ma lui dai Lager aveva imparato anche come impedire loro la fuga. Grazie ai terminali, che lui ordinava di spegnere al momento giusto, i suoi agenti non erano pi in grado di fare i conti, lui faceva predisporre saldi fortemente debitori e i poveracci dovevano pagare subito rilevanti somme, destabilizzandosi economicamente per non essere denunciati per appropriazione indebita aggravata, dopo di che mancavano dei mezzi necessari per iniziare una nuova attivit. Gli ex agenti che non riuscivano a mettere assieme la rilevante somma erano denunciati e la notizia data ai giornali locali. I "meschini calunniati", nella migliore delle ipotesi, impiegavano anni per dimostrare ai magistrati che i conti erano errati e che quindi erano innocenti, ma nel frattempo la loro immagine professionale era stata distrutta ed era troppo tardi per riscattarla.
Non era passato un anno dalla sera che ebbe come oggetto di approfondimento i Kap che l'aspirante alla direzione generale aveva fatto selezionare e istruire un folto gruppo di ispettori col mandato esclusivo di stare addosso agli agenti, di sorvegliarne ogni mossa, di stimolarli col fiato sul collo perch riuscissero a raggiungere i pesantissimi impegni produttivi.
Questi nuovi ispettori si dettero un gran da fare, perch la somma degli impegni produttivi degli agenti a loro affidati, costituiva anche il loro impegno inderogabile e i risultati negativi degli agenti avrebbero compromesso anche la loro posizione: il dilemma era poter conservare l'incarico o essere defenestrati.
Ecco, il dottor Aldo Sottili, pur mantenendosi nelle leggi della Repubblica democratica italiana fondata sul lavoro, si era costruito un moderno Lager. Lui ne era il comandante, il suo staff era composto da gregari docili e obbedienti, c'erano i Kap, gli agenti non potevano fuggire e dovevano produrre sempre di pi per la minaccia, attuata pi volte, di severe punizioni. Ci nonostante non riusc a diventare direttore generale. Un altro vinse la corsa, uno che si era fatto le ossa come ufficiale in una famigerata divisione della Repubblica Sociale di Sal. Uno che appena nominato pension il dottor Sottili, che scomparve dal settore assicurativo, ma io inaspettatamente un mattino me lo trovai in ufficio. Dopo brevi convenevoli si lagn per essere stato estromesso dalla societ. Si lagn per la bocciatura e per il sopruso di cui era stato vittima, intollerabile, a suo dire, anche a parere di alcuni importanti azionisti membri del Consiglio d'Amministrazione.
- Stai facendo la rivoluzione, insomma! - tagliai corto ironicamente. - Proprio tu che mentre eri direttore li ammazzavi i rivoluzionari.
- Sto preparando al fascista un bel piattino...
- All'arsenico - completai.
Rise male, con la bocca storta, poi si mise a elencare i suoi meriti, che lui consider crediti nei confronti della societ, a favore della quale si era molto sacrificato, crediti che il suo aguzzino non aveva tenuto in alcun conto. Peraltro, a suo parere, io, della sua totale dedizione alla societ, ero stato testimone.
Ero indignato. Sottili aveva totalmente scordato la sua attivit come aguzzino e metteva in risalto le ferite subite come vittima di un sistema da lui sempre propugnato.
Fu una delle poche volte che persi il controllo tanto che gli gridai che il nuovo direttore generale aveva fatto a lui esattamente ci che lui aveva fatto a tanti altri, con la differenza che lui economicamente non ne soffriva, mentre le sue vittime le aveva gettate sul lastrico. Conclusi che non aveva alcun motivo di lagnarsi.
Con tono di compatimento, ma con molta calma mi disse semplicemente che ero rimasto quello di trent'anni prima e io gli risposi che questo lo consideravo un complimento. Aggiunsi che se anche lui fosse rimasto quello di una volta, si sarebbe ribellato tanti anni prima contro i soprusi perpetrati da lui stesso. In tal caso avrebbe avuto valore la sua rivolta, non ora.
Un altro si sarebbe alzato e se ne sarebbe andato, ma non Aldo Sottili, incassatore di razza, che rimase seduto come inchiodato alla sedia anche perch gli premeva parlarmi del suo antagonista di sempre, suo padre. Me ne resi conto dopo un lungo pesante silenzio, quando butt l, improvvisamente:
- Sergio, mio padre, a un esame obiettivo tra noi uomini di una certa esperienza, non  stato il grande uomo che ci appariva da giovani.
Stetti parecchio a pensare com'era possibile dopo le accuse che gli avevo fatto, cambiare argomento e riprendere la conversazione come se fino allora ci fossimo scambiati rose e altri fiori.
- Tuo padre - gli risposi, cercando di tornare calmo -  stato un grande direttore generale e un grande uomo, perch seppe far prosperare la societ pur senza fare l'aguzzino.
Sottili si mosse sulla sedia in modo nevrotico facendola scricchiolare, si sent ferito mortalmente e con una voce acidula e alterata disse:
- Cerca di capire che allora era tutto facile, non come adesso.
- Non era facile nemmeno allora.
- Se mio padre fosse stato davvero in gamba, se si fosse occupato di "Organisieren", anzich sprecare tempo con le balle, o come tu dici per far prosperare la societ, io oggi sarei possessore del pacchetto di maggioranza relativa delle azioni della societ e con queste sarei certamente direttore generale.
- Tuo padre non era un ladro e di questo devi esserne orgoglioso anzich fargliene una colpa.
Sottili fece un gesto di fastidio. Il colloquio stavolta era proprio finito, l'ultimo colloquio. Sottili aveva proprio usato il termine "Organisieren" usato nel Lager per significare "Ciapa e porta a c" con qualsiasi mezzo, rubando anche. Ormai era talmente permeato dei Lager che ne usava perfino il linguaggio. Nel contempo aveva anche bisogno di incolpare il padre, l'antagonista di sempre, del suo fallimento. Nella sua psiche contorta cercava di trasformare l'antagonista da uomo di successo a fallito.
Aldo Sottili concluse dicendomi, dopo che si era alzato, che gli avevano offerto la direzione generale di una grande societ di assicurazione e che lui stava meditando se accettare o no, mi disse anche che se avesse accettato mi avrebbe portato con lui. Gli risposi che i miei interessi, cosa che doveva gi sapere, erano di altra natura.
I suoi intrighi contro il nuovo direttore generale fallirono, non so se l'offerta di una direzione generale era vera o inventata, so che dopo pochi mesi mor d'infarto, come si dice oggi, "de crepacoer" secondo me. In ogni caso, e questa  la constatazione pi angosciante, le testimonianze sulla deportazione nazista, scritte da ex deportati con lo scopo principale di far conoscere a figli e nipoti quali furono gli aberranti metodi insiti nell'ideologia nazista, sono state utilizzate da un dirigente industriale per realizzare lo sfruttamento totale dell'uomo.
Per fortuna il dottor Sottili  fallito nel suo allucinante obiettivo, ma  facile prevedere che altri tenteranno, non necessariamente nel settore assicurativo. Sapremo capire in tempo e difenderci?



11.
DECADENZA DEL TRANI

I MIEI ZII rimasero con il nuovo padrone, Compare Oronzo, un tranese appena arrivato a Milano, che aveva mantenuto un piede a Trani. Pi precisamente, Compare Oronzo, per comperare il trani di Via Lambro aveva venduto l'uliveto ma non la vigna, con il proposito di vendere direttamente il suo vino.
Costui era un brav'uomo animato da buone intenzioni. Trov che nel trani c'era poca igiene e che quindi aveva bisogno di una buona ripulita e su questo aveva ragioni da vendere. In quegli anni la tubercolosi dilagava, i sanatori era affollati di adolescenti e i barboni costituivano certamente un veicolo di diffusione.
Compare Oronzo chiuse il trani per una decina di giorni, fece sostituire i consunti pavimenti di malferme mattonelle rettangolari rosse con piastrelle di ceramica liscia e lucida, pi facili da tenere pulite. "El Pitur", Vittorio, vernici e imbianc tutto quanto, le rozze e scomode panche furono sostituite da pi comode sedie impagliate. Sui tavoli furono poste delle tovaglie di tela cerata a grandi fiori dai colori vivaci, allegre e lavabili, e su queste furono posti dei portacenere.
Il signor Oronzo compr un banco nuovo con due comode vaschette nelle quali poter lavare i bicchieri con acqua corrente collegata a un complicato impianto idrico. Alle vetrine fece porre delle tende e in ogni angolo delle sputacchiere di ferro smaltato colme di segatura: sulle pareti affianc ai cartelli di Don Cagnola, con la proibizione di parlare di politica e di far credito, altri dove c'era scritto: "Vietato sputare per terra".
Compare Oronzo era orgoglioso di ci che aveva fatto col sacrificio di una spesa non indifferente e probabilmente si aspettava dalla clientela la riconoscenza che meritava. In ogni caso aveva pregato mio zio di far rispettare le nuove regole, se per caso ci fosse stato qualche riottoso. Lo attendeva, ci attendeva una sconcertante sorpresa.
I barboni non ebbero manifestazioni di contentezza. Si guardarono in giro smarriti, lessero i nuovi cartelli, tastarono le tovaglie e si rigirarono tra le mani i portacenere. Qualcuno prov a cambiare tavolo. Sulle sedie si mossero per cercare la passata comodit, inutilmente. Non si sentirono pi nel loro ambiente. Il trani di Via Lambro non era pi il loro habitat. Doversi alzare ogni volta per recarsi a sputare proprio e soltanto l dove c'era una sputacchiera, e doverla mirare, fu per loro di una scomodit insopportabile. Peraltro molti barboni erano barboni anche e soprattutto perch ribelli a ogni regola, compresa quella di obbedire all'ordine di sputare in un posto prestabilito.
Mio zio chiese il rispetto della nuova regola, nacquero discussioni, qualcuno obbed, altri no. Lo sbandamento dur qualche giorno.
I barboni, pur litigando tra loro, formavano un gruppo compatto, omogeneo, sostanzialmente solidale, si passarono parola tanto che un mattino neppure uno entr nel trani ripulito da Compare Oronzo. Si erano trasferiti in massa nel nuovo trani appena aperto all'angolo tra Via Nino Bixio e Via Sirtori. Le conseguenze furono gravi: gli incassi ridotti alla met con costi invariati.
Imparai una lezione preziosa permanentemente valida. Compare Oronzo, animato da lodevoli intenzioni, aveva commesso un errore gravissimo nel non tenere conto di quali fossero i "bisogni" della clientela del trani e di conseguenza nell'offrire ai barboni esattamente il contrario di ci che essi volevano.
Molti anni dopo, quando nelle grandi aziende si incominci a parlare di "marketing avanzato", di "obiettivi mirati alle esigenze della clientela", di "piani di azione per segmenti" e di "target", io li usavo gi da almeno quindici anni e in modo concretamente mirato, con dei risultati pi che positivi grazie a Compare Oronzo, che nei trani, quando avevo quattordici anni, mi aveva insegnato tutto ci suo malgrado, con un'esperienza istruttiva, quando il marketing e i suoi derivati non erano ancora una dottrina conosciuta dalle industrie.

L'ambiente del trani, dentro e fuori, nel giro di pochi anni era radicalmente mutato. Non c'era pi Don Cagnola, non c'erano pi Sputasentenze, Ragiunatt e Sciur Cazzaniga, non c'erano pi i barboni, non c'era pi Paolino, e Valentino non sembrava pi neppure cugino del simpaticone di pochi anni prima. Fuori, a vendere la castagnaccia c'era un altro Gigi, meno "bauscia" del suo predecessore, e non c'era pi nemmeno Cuneo che non fu sostituito, tanto che chi voleva una "parigina" se l'andava a comperare dal lattaio.
Paolino era morto di cirrosi epatica, praticamente suicida. Lo avevo visto morire giorno dopo giorno senza che nessuno potesse far niente per salvarlo. Dopo la sua morte vedevo i vini e i liquori da un punto di vista diverso, accoppiavo l'alcolismo alla morte. Gli alcolizzati mi facevano pena, li vedevo come individui deboli che nell'alcol cercavano rifugio alle avversit della vita, certo dura, frustrante, ma ugualmente degna di essere vissuta. Neanche questo in definitiva era sempre vero, perch Paolino, per esempio, come lo potevo vedere con gli occhi da ragazzo, aveva una moglie affettuosa, dei figli che crescevano bene, svolgeva un buon lavoro a lui adatto, indipendente, che gli consentiva di vivere decentemente.
Allora mi facevano pena gli alcolisti, oggi ancora di pi i drogati, pena e rabbia, ancora pi quelli che si ritrovano drogati per assecondare il partner, o per curiosit, o per dar credito al vecchio detto forse milanese: "Chi non piscia in compagnia o  un ladro o  una spia".
Paolino considerava un affronto personale che le sue clienti andassero al mercato e ne soffriva eccessivamente, nonostante Sputasentenze gli avesse spiegato che era un errore considerarlo tale, perch, per le casalinghe, andare al mercato, significava soprattutto frequentare un luogo d'incontro con le amiche, il solo salotto che potevano frequentare.
Paolino, durante certi periodi, lottava accanitamente contro l'alcol. Era quando entrava allegro, ordinava ad alta voce l'Acqua Giommi e la mandava gi a grandi sorsate. Poi, un certo giorno, qualcosa gli scattava dentro. Tratteneva in bocca un sorso d'acqua alla volta, l'assaporava e il suo volto ne mostrava tutto il disgusto. Mi diceva sottovoce che non sapeva di niente e che l'acqua era pi adatta per lavare i piedi. Era l'indicazione che sarebbe tornato ai grappini. Li ordinava sottovoce o addirittura mostrando a mio zio o a me la bottiglia esposta sullo scaffale, bottiglia che presi a odiare e credo che l'odiasse anche lui.
Un giorno mio zio finse di non capire e gli serv l'Acqua Giommi. Paolino ne bevve un po', gli vennero le lacrime agli occhi, mise sul bancone i soldi e usc. Non lo vedemmo per pi di un mese. La signora Maria lo seppe, ringrazi mio zio e gli disse che suo marito la grappa andava a bersela altrove. Piangendo disse che il suo Paolino era diventato insopportabile. Al mattino era del tutto normale, ma dopo aver bevuto due o tre grappini diventava cattivo. Entrava nel negozio gridando, trovava un'infinit di pretesti per litigare: il pavimento era sporco, i vetri facevano schifo, i bambini facevano il comodo loro, gli spinaci non li aveva ancora mondati, dopodich sbatteva l'uscio e se ne andava, evidentemente a bersi un altro grappino. Poi tornava e urlava ancora di pi fin quando se ne andava a letto. Il mattino dopo, quando si alzava, non ricordava niente del suo comportamento. Secondo mia zia Paolino sapeva che era in colpa, che si meritava rimproveri e, per non subirne, usava la cosiddetta politica dell'aggressione: era lui a gridare e a rimproverare.
Un giorno Paolino stette male, una emorragia. Fu ricoverato all'Ospedale Fatebenefratelli dove lo salvarono. Torn da noi e all'Acqua Giommi, si capiva che stava lottando, che resisteva alle forti tentazioni e ne era orgoglioso, glielo si leggeva negli occhi ormai piuttosto appannati. La signora Maria era felice, il suo Paolino era tornato buono come un tempo. Io volevo dire a Paolino che era bravo, volevo incoraggiarlo a resistere, ma non trovai le parole adatte, glielo dissi con gli occhi e lui cap, sono certo che cap. Poi spar un'altra volta, aveva ripreso a bere, definitivamente, finch seguii i suoi funerali.
Il "Gigi della gnaccia", il mio Gigi un po'"bauscia" e molto donnaiolo, si era sposato e aveva aperto una trattoria toscana che divenne famosa, frequentata da artisti, industriali e autorit politiche, al punto da far concorrenza al famoso Savini dei fratelli Bodina, con i loro favolosi matre: l'esperto e scorbutico Camponuovo, il giovane e brillante Pozzi e il simpatico Sozzi.
All'ex "Gigi della gnaccia" rest il gusto per il marciapiede, tanto che appena poteva usciva a guardare il passeggio, a stuzzicare le ragazze, finch la moglie usciva a sua volta per riprenderselo, tirandolo per il grembiule bianco che continu a portare come quando vendeva la castagnaccia in Via Lambro.
Gigi fu buon amico di Cuneo, che poi era di Mantova, lo incoraggi e aiut ad aprire una gelateria che divenne molto rinomata e sempre affollata.
Valentino frequentava ancora il trani, ma era del tutto cambiato, beveva molto e forse per questo non mi era pi simpatico come ai tempi della Legnano rossa. C'era una differenza tra il suo modo di bere e quello di Paolino. Valentino non era fedele neppure agli alcolici. Mentre Paolino beveva soltanto grappa, Valentino cambiava ogni volta, ora un liquore dolce, ora uno amaro e ora uno secco, poi passava agli aperitivi, anche quando non era l'ora di pranzo o di cena, infine al marsala e al vermouth. Pesava venti chili in pi, occhio e croce, rispetto ai tempi in cui rubava biciclette e le rivali della Ginetta non erano pi le ragazze e le sposine del quartiere, ma le colleghe della Ginetta con residenze quindicinali nelle case cosiddette chiuse di Via Fiori Chiari o di Via San Carpoforo che allora erano aperte.
"Quand l'era ciucc" come si diceva in Via Lambro, si comportava in un modo tutto diverso dagli altri ubriachi che avevo conosciuto fino allora: Valentino raccontava brillanti avventure con ragazze sempre bellissime, pressoch illibate e innamorate follemente, avventure troppo brillanti per essere vere. Evidentemente, "quand l'era ciucc" Valentino evadeva dalla sua squallida realt. Nei suoi racconti da megalomane, nella sostanza, concludeva sempre con la stessa morale. Divideva le donne in due categorie: le virtuose, quasi sante donne, erano quelle che non potevano resistere al suo fascino. Le altre, le "troie", erano tutte quelle che avevano il cattivo gusto di dire s ad altri.
Sputasentenze se ne era andato con gli altri barboni senza che riuscissi a scoprire il suo passato. Oggi credo sia stato meglio cos perch mi avrebbe probabilmente distrutto la figura dell'uomo che di lui mi ero costruito, un po' osservandolo, un po' ascoltandolo e un po' giocando di fantasia. Oggi lo ricordo come un gran signore, rimasto leale, generoso e tollerante a cinquant'anni, nonostante le avversit della vita, un uomo che inconsapevolmente mi ha stimolato a sapere. Ai miei occhi era barbone perch individualista sfrenato, con un insopprimibile bisogno di uscire dal "sistema" troppo esigente e troppo opprimente, un individualista convinto che la sola vita degna di essere vissuta fosse quella della libert piena. Forse c'era in lui anche l'irrazionale speranza di realizzare un ritorno alle origini dell'uomo, alla vita nomade, alla giornata, all'avventura, pur comportando enormi disagi. Indifferentemente se architetto o ingegnere, prete o professore, sarebbe stato soggetto a rendere conto a qualcuno, ad affidare la propria coscienza a chi possedeva pi potere anche se meno intelligenza e meno cultura. In cambio avrebbe potuto godere dei benefici che la societ gli offriva, ma che non lo attiravano, perch per lui (e questo lo asseriva in ogni occasione), la vita era priva di scopo, nulla essendoci dopo la morte, e per questa sua convinzione Sputasentenze era un disperato con una gran voglia di autodistruggersi e si aiutava col fumo, con l'alcol e con i disagi insiti nella vita da barbone.
Anche i miei zii erano cambiati. Mia zia era diventata talmente svelta da riuscire ad accudire alla cucina del trani e ad allevare i due figli che pi in l divennero quattro. Era in grado di preparare un ottimo ossobuco col risotto, cos come i toscanelli all'uccelletto, la "cassoeula", la "busecca" e il baccal alla vicentina. Si era sveltita tanto da riuscire da sola a cucinare e servire trenta, quaranta coperti al d, dopodich si ritrovava una montagna di stoviglie e di piatti da lavare.
Mio zio Nicola aveva superato brillantemente l'impatto del "minga" e "dell'articiocch", capiva e parlava decentemente il milanese. Senza pi i barboni non serv pi aprire alle cinque e per questo conquist un'ora di riposo e a Natale, in accordo con Compare Oronzo, si godette la chiusura totale.
Compare Oronzo non pretese mai il "colletto", non sapeva neppure che cosa fosse e mio zio, che non lo aveva ancora imparato, lo lasci cadere in disuso. Il nuovo proprietario mandava tre qualit di vino da Trani: il Manduria, sempre di quattordici gradi, il San Ferdinando di tredici, tutto differente dal precedente di Don Cagnola, e il suo vino, l'Aleatico di Trani di dodici gradi, un vino chiaro, secco, con un buon odore, un vino che i milanesi chiamarono semplicemente Trani, che piacque, con un prezzo davvero competitivo. La vendita all'asporto crebbe, anche perch, senza pi i barboni, le massaie entrarono pi volentieri nel trani e ci fece crescere gli incassi che tornarono ai livelli di un tempo.
Quando informai mio zio che ero in possesso della licenza media e che quindi dovevo trovarmi un impiego mi disse:
- Certo, Sergio, capisco, hai ben diritto a un impiego. Ora che hai fatto tutte le scuole puoi andare dritto dritto perfino in una banca. Una banca - ripet riempendosi la bocca.
Ecco, il tranese maneggione di un trani, a Milano da pochi anni era progredito notevolmente. Aver fatto tutte le scuole per lui ora significava aver superato la terza media.
L'abito da sposo confezionatogli dal sarto Riccardo Carbone fu l'unico "abito della festa" che mio zio ebbe. Gli dur tutta la vita. Mio zio ingrass, dimagr, ma quell'abito ebbe il potere magico di stargli sempre a pennello.
La monumentale camera dello zio Gusmai fu indistruttibile come il loro matrimonio. Sul letto, dove si sposarono e dove concepirono quattro figli, morirono, quando furono vecchi, lui subito dopo di lei, perch il suo cuore non resse al dolore. Ma prima di morire fecero in tempo a vedere me e i loro figli con la bicicletta, poi con l'automobile, i nipoti con la laurea, infine quasi tutti proprietari dell'appartamento dove vivevamo.
Le nostre donne non andavano pi gi nel cortile a lavare i panni nel mastello, non andavamo pi alle docce pubbliche di Viale Monte Grappa (non esistevano neanche pi) e neppure al cesso in fondo alla ringhiera. Un veloce ascensore ci portava in casa dove c'era l'acqua corrente, il cesso e perfino la vasca; la luce era a volont, bastava pagarla, cento candele in cucina, cento in camera da letto, centocinquanta in soggiorno, altra luce in anticamera, in bagno e nelle camere dei bambini e tutte si potevano accendere contemporaneamente. Avevamo il riscaldamento, il frigorifero, la lavatrice, la lavastoviglie e due televisori. Il primo strabili i miei zii che non credevano ai loro occhi. Un nipote mise assieme perfino la seconda casa.
Le retribuzioni, grazie alla democrazia e alle lotte sociali, erano perlomeno raddoppiate come potere d'acquisto. Un benessere che nessun ottimista avrebbe osato sperare ai tempi del trani di Via Lambro. Il sogno di Se potessi avere mille lire al mese realizzato dalla maggioranza dei cittadini.

Nel 1934 ero in possesso della licenza media inferiore, dovevo trovarmi un lavoro e quindi considerare conclusa la mia esperienza nel trani, la mia pi che popolare universit, dove persi prematuramente la fanciullezza, i sogni e l'innocenza, ma dove nel contempo imparai abbastanza per affrontare la vita.
Ricordo che in quel periodo il mio atteggiamento verso il trani mut, subentr una specie di disamore. Ci dipese da molteplici fattori: io ero cambiato, ero cresciuto negli ultimi tre anni, non soltanto fisicamente, dopo aver recepito tutto ci che il trani mi aveva insegnato, la scomparsa delle prime persone che avevo conosciuto e alle quali mi ero affezionato, i cambiamenti che nel trani erano intervenuti, ultimo tra tutti la rivoluzionaria introduzione di una luccicante macchina del caff espresso che ne aveva ulteriormente ed irrimediabilmente alterato le caratteristiche e che mi rifiutai di imparare a usare. Ultimo fattore, credo il pi importante,  che il mio nuovo atteggiamento psicologico verso il trani mi fu dettato dall'istintivo bisogno di rendermene meno amaro il distacco.



12.
IL SARTO DI DON CAGNOLA

LA REALT dell'emigrazione  stata certo pi dura di quella descritta in questo romanzo. Forse addirittura allucinante per tanti contadini pugliesi e non soltanto pugliesi, molti dei quali non sapevano n leggere n scrivere, che prima non erano mai usciti dal loro paese se non per fare il servizio militare o la guerra, trapiantati nelle Americhe tra popolazioni con usi e costumi tutti diversi, con lingue molto pi difficili da apprendere del dialetto milanese. Io non sono stato protagonista dell'emigrazione, ho seguito soltanto marginalmente l'immigrazione di alcuni pugliesi con gli occhi del ragazzo che ero. Nei precedenti capitoli ho parlato soltanto di quei pochi episodi che mi sono rimasti impressi nella memoria e nell'inconscio.
Per queste ragioni chiedo aiuto a un protagonista dell'immigrazione, Riccardo Carbone, il sarto di Don Cagnola.
La sua storia  quella di un pugliese immigrato che ha sofferto, lottato e che si  affermato da solo, che ha raggiunto traguardi prestigiosi, infrangendo le regole che vogliono soltanto i nipoti degli immigrati perfettamente inseriti nel nuovo habitat e quindi in grado di ottenere affermazioni di rilievo.
Il mio amico Riccardo  un ragazzo intelligente, vivace, pieno di risorse.  nato in un sottano a Canosa e, dopo aver percorso un'infinit di "tratturi" di vicoli,  approdato in Corso Venezia in un palazzo tutto suo.  pervenuto alla posizione di ricco industriale superando tutti gli ostacoli senza arrendersi mai, perch  determinato a conquistare il suo benessere a costo di qualsiasi sacrificio.
Riccardo nasce nel settembre 1906 sotto il segno della Vergine, all'ombra del Castel del Monte (Andria), la formidabile fortezza ottagonale dall'architettura unica al mondo, monumento gotico con reminiscenze arabe e romaniche, fatto costruire da Federico II nel 1240 a gloria sua e dei suoi discendenti, e che invece si tramut in prigione, trentasei anni di prigione, per i suoi nipoti e per i suoi fedeli, dopo che suo figlio Manfredi aveva perso la vita nella battaglia di Benevento (1266).
Quando Riccardo nasce non ci sono pi nemmeno i ricordi dell'antico splendore pugliese del secolo XIII, c' squallore, miseria e fame.
Riccardo  orfano di padre a dieci anni, quando gi lavora come apprendista sarto. Sua madre si prodiga: stira, ricama, rammenda per tirar grandi i suoi sei figli, due femmine e quattro maschi. Riccardo  il secondo e dimostra inventiva fin da quando ha quindici anni. Con un amico pasticciere si improvvisa venditore di dolciumi alle feste paesane e ai mercati. Questo comporta alzarsi in piena notte e percorrere a piedi chilometri e chilometri di "tratturi", le polverose stradette delle campagne pugliesi dal fondo sconnesso, delimitate dai muretti messi in piedi dai nostri avi con le pietre che ostacolavano i lavori dei campi.  una prima modesta iniziativa di buon auspicio, il primo di tanti meritati successi.
Riccardo gira i mercati dove vende dolci mandorlati, i poveri mercati pugliesi degli anni Venti, quando non erano in molti a poterli acquistare. Capisce che  meglio imparare bene il mestiere di sarto.
Trova lavoro a Barletta, qui conosce Andrea, un collega di Minervino pi grande di lui, un altro pugliese determinato a emigrare quando l'emigrazione non  ancora un fenomeno di massa. I due ragazzi, mentre cuciono maniche e colli, si confidano i sogni e le speranze, progettano emigrazioni architettate in cento maniere diverse. Poi si stancano di stare nelle nuvole. Siamo nel 1923, Riccardo ha diciassette anni.
Andrea scoppia per primo. Ha un compaesano a Roma, lo raggiunge senza neppure avvertirlo ma non ha fortuna e dopo tre mesi ritorna al paese sconfitto. Lo pagavano tredici lire al giorno per dodici ore di lavoro, una paga insufficiente per vivere.
La brutta esperienza dell'amico non fa desistere Riccardo, vuol tentare la fortuna, non sopporta pi di restare a Canosa e realizza un'emigrazione spericolata al massimo. Si affida alla sua buona sorte. Si nasconde su di un autocarro che trasporter vino chiss dove. Resta accovacciato tra una botte e l'altra, con sotto la testa il suo fagotto di poche cose avvolte in carta da giornale tenuto assieme da un pezzo di spago. Non si  potuto permettere una valigia di cartone. Ha in tasca poche lire e un "passaporto per l'interno" firmato dal podest di Canosa, documento valido quando non esisteva ancora la carta d'identit. Il viaggio dura due giorni e una notte, due giorni senza mangiare e senza bere. Quando l'autocarro si ferma e attaccano le canne per travasare il vino, Riccardo scende e scopre di essere a Milano in Via Canonica davanti a un trani di Don Cagnola. Riccardo  felice. E arrivato a Milano, la citt preferita dagli immigrati pugliesi. Il maneggione del trani disseta e sfama il conterraneo, poi lo indirizza da un mediatore, un mutilato di guerra che si  scelto il lavoro di sistemare gli immigrati. Il mediatore gli trova un letto in famiglia da un pugliese che abita in Via Madonnina, poi lo manda da un sarto famoso in Via Larga.
Il signor Bonomi  un ottimo sarto, con ogni probabilit, ma non certo uno scopritore di talenti. Non si d neppure pena di conoscere meglio il ragazzo appena immigrato. Quando  sera gli suggerisce di andare a farsi le ossa da un sarto di serie B, proprio come fanno gli allenatori delle grandi squadre di calcio che, giudicato immaturo un promettente giovane giocatore, lo mandano a fare esperienza in una squadra di provincia. Il signor Bonomi per farsi capire gli spiega che una cosa  fare il cameriere in un ristorante qualsiasi e un'altra al Savini, dove non  permessa l'imperfezione. Riccardo non sa ancora che cosa  il Savini, neppure pu prevedere che ne diventer cliente.
Il signor Bonomi mette in mano a Riccardo, per la giornata di lavoro, ventiquattro lire. Riccardo fa il confronto: Andrea a Roma  stato pagato tredici lire al giorno, a Milano ventiquattro. Una bella differenza. Riccardo ha la conferma: i milanesi sono generosi.
In una intervista rilasciata recentemente, Riccardo dice: "A Milano trovai buona accoglienza, mi fecero sentire il benvenuto. Buon salario, cordialit e comprensione". Non c'era razzismo a Milano, dunque!
In una sartoria di Porta Genova, dove rimane circa cinque anni, Riccardo acquista professionalit, matura come uomo e si ambienta nella citt. Vivendo con il minimo indispensabile riesce persino a risparmiare. Ha in mente un progetto ambizioso, rischioso: mettersi in proprio. Lo realizza a soli ventidue anni. Una pi che modesta bottega in Via Lecco. Il primo inverno non ha i soldi per il carbone, dorme con su i guanti e con addosso le stoffe per soffrire meno il freddo, troppo intenso per un pugliese. Riccardo non si arrende, lavora giorno e notte, con la clientela ci sa fare.
Nel 1929 sposa Gianna, una ragazza pugliese immigrata a Milano. La moglie giusta, attiva in casa e in laboratorio, una collaboratrice pi che preziosa. La giovane coppia nel 1930 si trasferisce in Corso Buenos Aires. Riccardo diventa un sarto famoso: artisti, professionisti, giornalisti, industriali e politici vengono da altre citt per vestire da lui.
Il successo e l'intensa attivit consentono a Gianna e Riccardo di aprire un negozio per la vendita di tessuti in Piazza Lima. Ora sono sarti e commercianti. Un salto di qualit.
Poi la guerra, una lunga pausa durante la quale il problema  sopravvivere, e quando la guerra finisce Milano  una montagna di macerie,  tutta da ricostruire. Gianna e Riccardo hanno coraggio e fiducia nell'avvenire di Milano. Aprono un altro negozio in Via Dante, poi un terzo in Via Montenapoleone.
L'immigrato pugliese minuto, magro, con un portamento elegante, nonostante la sua altezza sia sotto il metro e sessanta (l'altezza media dei pugliesi di allora), uomo di poche parole, dagli occhi acuti e intensi, ha fatto strada quanto basta per appagare chiunque ma non lui, instancabile e inossidabile. Apre un quarto negozio a Roma, poi un altro a Firenze. Si reca in Inghilterra, prende preziosi contatti d'affari, importa tessuti pregiati e li confeziona per i VIP di tutta Italia. Poi apre una fabbrica, confeziona abiti e cappotti da uomo. Ha pi di cento dipendenti. Importa tessuti ed esporta abiti e cappotti.
La breve storia di Riccardo Carbone deve essere considerata un omaggio a lui e a tutti gli immigrati pugliesi a Milano, a tutti coloro i quali, per lo shock distruttivo del trapianto e per la mancanza di istruzione, non hanno potuto andare oltre un modesto lavoro: maneggione, barbiere, sarto, ferroviere, tranviere, ortolano, manovale, ma che con coraggio, tenacia, sofferenze e sacrifici hanno consentito a figli e nipoti di studiare, di migliorare la loro condizione, di inserirsi in ogni attivit produttiva commerciale o professionale fino ai livelli pi alti (sono pi di centomila i milanesi di origine pugliese, la pi numerosa collettivit presente a Milano).
Questo omaggio  esteso, per gli stessi motivi, a tutti gli italiani emigrati da qualsiasi regione nelle Americhe, in Australia, nei Paesi del Nord Europa, nelle citt del Nord Italia e inseriti in ogni attivit produttiva e professionale.
E ricordando che sono figlio di immigrati, come nella maggior parte lo siete voi lettori, tutti noi, figli di immigrati o nipoti o pronipoti, dobbiamo accogliere con comprensione e solidariet gli emigrati di oggi provenienti dai Paesi del Terzo Mondo.
Proprio questi erano gli argomenti dei nostri incontri al Circolo della Stampa e a cena alla Cambusa dal pugliese Vincenzo Crapuzzi. Talvolta, pur essendo a tavola con i consueti amici carissimi (il Maestro D'Anzi, Vittorio Notarnicola, Dino Buzzati e Renzo Cortina), forse inconsciamente Riccardo ed io tenevamo conversazione separata per il bisogno di rievocare il cammino che la nostra generazione aveva percorso, per ricordare le miserie degli esordi, e questo era possibile soltanto tra noi perch soltanto tra noi ci si poteva capire.
Tra me e Riccardo c'era una particolare, reciproca intesa: rievocare la Milano degli anni 1920-1930 e confrontarla con quella degli anni 1970-1980, cosa che non potevamo fare coi nostri figli e tanto meno coi nostri nipoti, del tutto increduli e comunque disinteressati.
Una sera andammo a cena col mio amico d'infanzia Renatino, ora ricco industriale del mobile e nel contempo nonno piuttosto noioso. Renato, quella sera, era incazzato coi suoi nipoti, colpevoli ai suoi occhi di non gustare il benessere di cui godevano e di essere anche pi frustrati di noi che in Via Sirtori avevamo un cesso senz'acqua per otto famiglie. Ci disse che spieg loro come vivevamo e si sent rispondere: "Nonno, dovevi cambiare casa". Disse che sua madre scendeva in cortile a lavare i panni in un mastello e si sent rispondere: "Perch non si  comperata una lavatrice?". Quando disse che andavamo a fare la doccia in Viale Monte Grappa, i suoi nipoti gli risposero: "Potevi comprarti un appartamento col bagno". Sognava la bicicletta e riusc a comperarla dopo tre anni di lavoro: "Perch, tuo padre non sganciava? E poi, che te ne facevi della bici quando c'erano le Guzzi e le Gilera?".
Renatino non riusciva a capire che i suoi nipoti erano innocenti, che non potevano gustare ci che avevano semplicemente perch per loro era la normalit, il minimo indispensabile, un punto di partenza da migliorare, e questo era positivo, equivaleva esattamente alle nostri aspirazioni: anche noi non ci siamo contentati di quanto avevamo, nonostante fosse molto di pi rispetto a quanto avevano i nostri nonni. Se non fosse cos, si fermerebbe il progresso. Certo, ci rammaricava il fatto che i nostri nipoti volessero ignorare le nostre lotte di conquista, le imprese dei caduti per abbattere il fascismo e il nazismo, razzisti, intolleranti, fautori di ingiustizia sociale. Ci rammaricavamo infine che la maggior parte dell'umanit fosse (ed  ancora) in pieno Medioevo e lottasse come noi lottammo per conquistare una vita migliore.
Eppure, quando Riccardo arriv a Milano la trov avanti secoli rispetto a Canosa che Riccardo ricordava come se avesse riguardato un suo antenato ibernato nel Medioevo e risvegliato nella Milano del 1923, tanto era enorme la distanza. Una sera mi disse: " stato come se il viaggio da Canosa a Milano fosse durato secoli". Ricordava con orrore le lunghe marce notturne percorrendo i "tratturi" da Canosa al paese che doveva raggiungere per vendere dolciumi. Nel buio pi profondo sentiva i passi, ma ci voleva troppo tempo prima di capire se stava incrociando contadini che si recavano al lavoro o briganti. "Soltanto quando erano a un passo, e potevo vedere che avevano in spalla la vanga o la zappa, tiravo un sospiro di sollievo".
Riccardo ricordava con angoscia il duro apprendistato. Due anni di lavoro gratuito prima di ricevere un compenso di cinque centesimi. Il suo primo lavoro consisteva nel tenere acceso e pulito il ferro da stiro funzionante a carbone di legna, e nell'infilare aghi per il padrone. Orfano di padre Riccardo il ragazzo non lo pot mai fare. Quando gli chiesi se si ricordava "du prois", si nascose la faccia con le mani e cambi argomento.
Milano, la meta agognata, non lo deluse. Mi conferm sempre che i milanesi lo accolsero bene, come bene accoglievano tutti quelli che venivano a Milano per lavorare, indifferentemente che fossero pugliesi o veneti, toscani, sardi o siciliani. I milanesi non potevano sopportare soltanto i lazzaroni, quelli che arrivati a Milano pretendevano di vivere sul lavoro degli altri. Riccardo non ricordava manifestazioni di intolleranza. Qualcuno gli dette del "terrone", un'ingiuria bonaria, scherzosa, tutto qui, e lui rispondeva "polentone".
Anch'io ricordavo che allora non c'era razzismo. La maggior parte degli abitanti di Porta Venezia erano proletari con gli stessi problemi fondamentali da risolvere. La ringhiera li teneva uniti, formavano un gruppo abbastanza solidale. Del resto, nella maggior parte, erano a loro volta immigrati; se non loro, lo erano i loro padri e le loro madri che venivano dal Pavese, dalla Brianza, dalla Bergamasca o dal Bresciano. Le possibilit di elevarsi a un ceto sociale superiore erano scarse: erano rassegnati a vivere e a morire come proletari, complice il fascismo che li scoraggiava a chiedere di pi.
Don Cagnola, Occhiodilince, Sputasentenze, Compare Oronzo, Ragiunatt e Manidifata, Bruntula e Crapapelada, Valentino e Lucio erano uomini fra i 35 e i 55 anni nel 1930.  quindi poco probabile che siano vivi ora che io mi trovo nella terza et, pronto a varcare la quarta, ma tutti sopravvivono nel mio ricordo. Occhiodilince me lo trovo di fronte ogni volta che incrocio un masnadiero e quindi  quello che sono costretto a ricordare pi frequentemente. Manidifata e Don Cagnola, tutte le volte che un amico assapora il vino con competenza e disserta sulle sue caratteristiche. Ragiunatt e Piemunt, ogni volta che un uomo  travolto da una catastrofe psicologica. Bruntula, quando un supponente blatera facili rimedi per guarire l'umanit da tutti i suoi mali. Sputasentenze, tutte le poche volte che mi trovo davanti una persona seria e ogni volta che non mi riesce di penetrare nel mistero della natura umana. Paolino, ogni volta che si parla di un alcolista o di un drogato. Crapapelada, me lo richiamano i burocrati freddi e insensibili. Valentino e Manidifata, i ladri buoni e simpatici.
Ricordo talmente i miei amici del trani che la mia passeggiata preferita, ora che abito molto lontano da Porta Venezia,  il percorso quotidiano di Ragiunatt e mi trovo a curiosare per terra per vedere se i passanti buttano via ancora i "mucc". S, li buttano via ancora e buttano via troppe altre cose, siringhe comprese. Alla fine del percorso imbocco Via Malpighi per ammirare i palazzi Liberty dell'architetto Bossi, soffro anche per Sputasentenze il degrado del fabbricato Liberty che fu il cinema Dumont. La gente, come allora, non alza la testa, salvo rari casi. Passo poi dal trani di Via Lambro, ora pizzeria, ma non ci sono mai entrato, forse per conservare il ricordo di quella che fu la mia universit pi che popolare.
Quando mi trovo in Piazzale Oberdan sbircio tra le case troppo alte per cercare di vedere le caratteristiche creste dentate che hanno dato il nome al Resegone, la grande "resega" milanese. Inutilmente, nelle sempre pi rare giornate limpide riesco a malapena a intravvedere Piazzale Loreto.
Ogni mattina guardo fuori della finestra ma il cielo  opaco, torbido, greve, pesante, c' una cappa di piombo impenetrabile. Accendo la radio e sento parlare di Chernobyl, di piogge acide, di degrado ambientale, sento che respiriamo una quantit intollerabile di ossido di carbonio, di biossido di azoto, di anidride solforosa, piombo e polveri varie irritanti l'apparato respiratorio e provocanti enfisemi, bronchiti, paralisi del sistema nervoso, saturnismo, cancro.
 questo il prezzo pagato per il progresso?
 un prezzo che sta diventando sempre pi alto. Troppo alto. Stiamo correndo verso una catastrofe ecologica che distrugger il mondo? Il nostro mondo, perch non  detto che tutto ci sia la ripetizione di cose gi accadute in un lontano passato senza lasciare traccia.
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FINE.
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NOTE al testo.
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1 Boca (it. "bocca"), quartiere, portuale di Buenos Aires fondato dai primi emigrati liguri. Broccolino era il nome con cui era chiamato dagli emigranti italiani il quartiere newyorchese di Brooklin, all'estremit occidentale di Long Island.
2 Ambrosiana era il nome che assunse negli anni Trenta l'attuale Inter; Meazza (1910-1979) ne fu l'indimenticabile capitano. Pietro Arcari III (1907-1986) fu centravanti del Milan e fece parte della Nazionale ai Campionati del Mondo del 1934.
3 Locale al piano terra con una sola apertura: la porta d'ingresso.
4 Tom Mix (nome d'arte di Thomas Edwin), attore cinematografico americano (1880-1940). Fu, negli anni Venti e Trenta, il pi popolare cow-boy dello schermo, interpretando la figura del cavaliere senza macchia e senza paura.
5 Douglas Fairbanks senior (nome d'arte di Douglas Elton Thomas Ullman), attore cinematografico americano (1883-1939). Fu protagonista di film d'avventure, impersonando, tra gli altri, i ruoli di Zorro, Robin Hood e Don Giovanni.
6 Mary Pickford (nome d'arte di Glady Mary Smith), attrice cinematografica americana (1893-1979). Fu moglie e compagna d'arte di Douglas Fairbanks senior.
7 John Gilbert (pseudonimo di John Pringle), attore cinematografico americano (1895-1936). Fu uno de maggiori divi della sua epoca. Specialista in ruoli di amoroso romantico e affascinante, fu accanto a Greta Garbo nella vita e in numerosi film, tra cui La carne e il diavolo (1927), Anna Karenina (1928) e La regina Cristina (1933).
8 Domenico Piemontesi, corridore ciclista che tra gli anni Venti e Trenta fu avversario di Girardengo e poi di Binda.
9 Gino Boccasile (1901-1952) fu cartellonista pubblicitario e caricaturista di notevole successo
10 Nome con cui veniva firmata la rubrica delle ricette sulla "Domenica del Corriere"
11 Felice Levratto (1904-1968), soprannominato "Spaccareti" per il suo tiro micidiale, milit nel Genoa e nell'Ambrosiana-Inter. Gioc 28 volte n Nazionale.
12 Il riferimento  a Giorgio De Rege (1894-1948), che insieme al fratello Guido (1891-1945) costitu una delle pi popolari coppie dell'avanspettacolo negli anni Trenta.
13 Cos era soprannominato il distintivo fascista.
14 Pitigrilli (pseudonimo di Dino Segre, 1893-1975) ebbe tra le due guerre un notevole successo di pubblico coi suoi romanzi che proponevano motivi di facile presa: un'atmosfera di erotismo mondano condita con pretese moraleggianti.
15 Cesare Mori, soprannominato "il prefetto di ferro", negli anni Venti fu mandato in Sicilia da Mussolini per debellare la mafia.
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FINE.